WORLD-CLEANUP/KENYA-BOAT

Innovazioni e buone pratiche per un mondo senza plastica

È stata per decenni un simbolo di progresso. Oggi sappiamo che è un fattore di inquinamento. Fare a meno della plastica si può, cominciando da oggi.

di Eni Staff
06 febbraio 2020
8 min di lettura
diEni Staff
06 febbraio 2020
8 min di lettura

La plastica è un elemento presente nella vita di tutti i giorni. Oggi per fortuna abbiamo tutti la consapevolezza dell’impatto derivante dall’utilizzo indiscriminato di questo materiale. Per esempio, dopo il sacchetto della spesa, anche quello per frutta e verdura è ormai diventato biodegradabile in tutta Italia e molti di noi usano il sacchetto di stoffa. Il merito è soprattutto di una norma europea che ha vietato l’utilizzo della borsa di plastica spingendo così i player della GdO a trovare un’alternativa più sostenibile. Nonostante queste azioni, però, alcuni settori sono arrivati in ritardo nell’adozione di misure per diminuire l’utilizzo della plastica. Tra questi c’è quello alberghiero. Secondo una ricerca, nel solo Regno Unito questo settore genera quasi 300 tonnellate di rifiuti, tra cui quelli plastici. Sempre in questa ricerca il 40% degli albergatori intervistati si dice consapevole del problema. Le soluzioni per risolverlo sono conosciute ma purtroppo poco utilizzate. Ad esempio, esistono numerosi prodotti usa e getta fatti con materiale biodegradabile, come posate e bicchieri. L’alternativa ai prodotti monodose per la cura della persona presenti nei bagni delle camere degli alberghi e spesso sprecati è anch’essa semplice: installare dei dispenser. Anche altri prodotti, come la cuffia da doccia che diventa di materiale bio compostabile, possono ovviamente essere sostituiti con materiale più eco-sostenibile. Molti hotel, in attesa che vengano fatte leggi specifiche che coinvolgano non solo questo settore, si sono attivati per invertire la rotta verso una stanza definitivamente plastic-free.

74899204

Il cambiamento dipende anche da noi

Iniziare a non utilizzare i campioni monodose o a bere un drink senza cannuccia di plastica è il primo passo per lanciare un segnale forte a chi ancora sottovaluta il grosso impatto che l’uso prepotente di questo materiale ha sul fragile ecosistema del pianeta. Ogni anno vengono buttate nell’oceano circa 8 milioni di tonnellate di plastica che, a causa delle correnti oceaniche, vengono raggruppate in 5 giganteschi punti di raccolta, i cosiddetti gyres. Charles Moore, famoso oceanografo e colui che per primo scoprì l’esistenza della “Great Pacific Garbage Patch” (un’enorme isola galleggiante di rifiuti grande due volte il Texas) stimò che, per pulire interamente gli oceani da tutti i materiali plastici occorrerebbero circa 79.000 anni. Tutto questo sta causando gravissimi danni all’ecosistema marino con milioni di specie viventi a rischio e milioni di pesci e uccelli marini che muoiono quotidianamente a causa dell’inquinamento. Inoltre, i pesci si nutrono dei rifiuti plastici che infestano le acque ingerendone i componenti tossici che si inseriscono nella nostra catena alimentare quando finiscono sulla nostra tavola.

Una soluzione per pulire i mari l’ha ideata Stan Boyan, classe ‘94, che durante un’immersione in Grecia, si è reso conto di trovare molta più plastica che pesci nel mare. Dopo aver lavorato a un progetto a scuola e aver fallito, Boyan consulta scienziati ed esperti dalle Università di Delft, Utrecht e Hawaii e studia un sistema di barriere galleggianti (booms) attaccate al fondale marino che, sfruttando le correnti sono in grado di filtrare i rifiuti e raccoglierli in una piattaforma. Era il 2012 e Boyan presenta la sua idea al mondo. A soli 18 anni, tiene il suo primo TEDx Talk a Delft.

Sei mesi dopo, nel 2013 decide di abbandonare gli studi di Ingegneria Aerospaziale all’Università Tecnica di Delft per fondare la sua azienda, la Ocean Cleanup, con 300 euro di capitale iniziale. Grazie a un’iniziativa di crowdfunding raccoglie 90.000 dollari e così il progetto Ocean Cleanup prende il via. Il 22 giugno 2016, Ocean Cleanup schiera la sua prima barriera lunga 100 metri a circa 23 km al largo delle coste olandesi. Si tratta di un prototipo e i dati raccolti durante il test nel Mare del Nord hanno permesso agli ingegneri di Ocean Cleanup di sostituire i galleggianti gonfiabili standard per la raccolta di petrolio, con i tubi rigidi in HDPE. Il 29 agosto 2017, Boyan annuncia che si è passati da un sistema ormeggiato a un sistema galleggiante e stima che, con questa tecnologia, sarà possibile ripulire l’oceano in 5 anni. E l’invenzione parrebbe funzionare: per la prima volta, infatti, il lungo cordone galleggiante ha raccolto al suo interno rifiuti marini alla deriva. L’annuncio è stato dato con un tweet, mostrando un’immagine dei rifiuti raccolti nelle acque del Pacifico.

The Ocean Clean Up

Un’altra innovazione straordinaria dagli Stati Uniti

Gli studiosi del Department of Energy’s Lawrence Berkeley National Laboratory (Berkeley Lab) hanno ideato una plastica rivoluzionaria che ne permette il riutilizzo illimitato, mantenendo le proprietà insite della plastica quali la consistenza e il colore. Si chiama PDK (o polydiketoenamine). La plastica non è presente in natura e per realizzarla vengono usati componenti aggiuntivi (diversi per una bottiglia o per un sacchetto) che hanno un impatto sulla qualità della materia e sulla sua capacità di riciclo. Un materiale non del tutto riciclabile costituisce per l’ambiente un rifiuto. I sistemi di smaltimento seppur utili, operano sugli “effetti” di un problema che ha radici già nella fase di produzione e la scoperta del PDK interviene proprio permettendo la separazione delle altre sostanze non riciclabili. È nell’abbattere le sostanze “intruse” la vera innovazione del PDK perché, immersa in un acido, riesce a rompersi fino ai monomeri, isolandosi dagli additivi chimici che rendono gli altri materiali plastici parzialmente riciclabili. Il PDK grazie al recupero dei monomeri originali è riciclabile al 100% e supera il limite di riutilizzo del prodotto assumendo così le caratteristiche di “materiale circolare”. Brett Helms, l’autore principale dello studio che ha condotto al raggiungimento di questo risultato, nel corso di un’intervista ha così commentato: “Siamo a un punto critico in cui dobbiamo pensare alle infrastrutture necessarie per modernizzare gli impianti di riciclo per lo smistamento e la lavorazione. Se tutti questi fossero progettati per trattare i PDK, allora saremmo davvero in grado di evitare che tutta quella plastica finisca nelle discariche a terra o negli oceani”.

L’Africa sommersa dalla plastica (anche la nostra)

E' il continente più povero del mondo, l’Africa,  ormai sommerso dalla plastica (anche la nostra), come prova a risolvere questo enorme problema?

In Etiopia, ad Hawassa, a circa 280 km a sud di Addis Abeba, la plastica è arrivata a sommergere il lago vulcanico dove gli ippopotami nuotano tra bottiglie galleggianti e i pesci “si mantengono in vita” con le microplastiche. Da qualche anno, però, c’è un progetto che disegna il bene di Hawassa, diventata una città importante. È il progetto “Cento per cento plastica” di Cifa onlus, che ha come obiettivo di avviare la raccolta differenziata della plastica nella località. Grazie a “Cento per cento plastica”, le famiglie del luogo sono diventate collector di bottiglie usate: dalla raccolta, le bottiglie – una tonnellata al giorno – vengono schiacciate e imballate poi nell’impianto fuori città, ad Hawassa Wubet. A portare, poi, il progetto fuori dagli impianti, ci pensano le scuole e l’Università di Hawassa, attraverso il teatro per bambini e i laboratori didattici. Il progetto, inoltre, include soprattutto donne, garantendo alle famiglie del posto migliori condizioni di vita e permettendo loro di mantenere i figli a scuola.

A Ouagadougou, in Burkina Faso, invece, trenta donne trasformano la plastica in oggetti nuovi, da vendere e riutilizzare. Un’opportunità importante che mette insieme lotta alla povertà e tutela dell’ambiente e che rappresenta una fonte di reddito e di lavoro per le fasce più emarginate, ma anche una risorsa per l’economia locale. Un’altra buona pratica arriva dal Kenya, dove la plastica riciclata “naviga” nell’oceano per 500 chilometri fino a Zanzibar: è il primo dhow, la piccola imbarcazione tradizionale dell’Africa orientale a vela araba triangolare, che è fatta interamente di plastica riciclata. A comporre questo dhow colorato, non ci sono solo bottiglie di plastica riciclata, ma anche 30 mila infradito che, appunto, gli danno il nome di “Flipflopi” (da flip-flop, infradito in inglese), raccolte lungo le strade di Nairobi, Mombasa e Malindi e sulle spiagge di Lamu. Assemblate con le tavole colorate gialle, rosse, blu, bianche e verdi – ricavate da dieci tonnellate di scarti – il piccolo veliero è un insieme di colori galleggianti nell’oceano.