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Nuove strategie per decarbonizzare i trasporti

Biocarburanti a partire dal ricino, dalle noci di croton e dal cotone. È questo il futuro del sistema di bioraffinazione di Eni.

di Silvia Scaramuzza
18 luglio 2022
9 min di lettura
di Silvia Scaramuzza
18 luglio 2022
9 min di lettura

Contea di Makueni, Kenya. Terra bruciata dal sole, una piccola ma accogliente casa di famiglia. Poco più in là un’azienda agricola e campi a perdita d’occhio. Jany si prepara a una giornata di lavoro. Per diversificare le entrate, da qualche tempo ha introdotto una nuova coltivazione, il ricino. Una pianta ricca di olio, resistente alla siccità e che cresce velocemente su terreni degradati, non in competizione con la produzione alimentare.

I frutti di ricino raccolti da Jany sono destinati al primo agri-hub del Paese e dell’intero continente africano realizzato da Eni, un vero e proprio impianto di raccolta e spremitura dei semi. Sorge a Wote, capoluogo della Contea. È proprio qui che l’olio estratto viene lavorato, prima di essere inviato alle bioraffinerie di Eni che lo trasformeranno in biocarburanti, fondamentali per contribuire alla decarbonizzazione dei trasporti.

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L’agri-hub di Eni a Wote, contea di Makueni

Dall’Africa all’Asia, passando per l’Italia

Jany è una delle migliaia di agricoltori che sta collaborando con Eni nel mondo. L’azienda ha firmato accordi in sette Paesi – Angola, Benin, Congo, Costa d’Avorio, Kenya, Mozambico e Ruanda – e ha avviato sperimentazioni e studi di fattibilità in altre nazioni – tra cui l’Italia e il Kazakistan – per sviluppare i cosiddetti agri-feedstock, ovvero piante da cui estrarre oli vegetali, materia prima necessaria per la produzione dei biocarburanti, che alimenterà il sistema di bio-raffinazione.

“Puntiamo a coprire il 35% dell’approvvigionamento delle nostre bioraffinerie entro il 2025, grazie all’integrazione verticale della filiera degli agri-feestock e del waste&residue che ci permetterà di assicurare volumi di olio vegetale in un contesto sfidante in termini di prezzi, domanda crescente di energia e disponibilità di oli sostenibili”, spiega Luigi Ciarrocchi, Direttore CCUS, Forestry e Agri-Feedstock di Eni.

Coltivazioni non in competizione con la filiera alimentare

I progetti agri-feedstock sono in linea con i più alti standard europei e internazionali. Lo sviluppo delle coltivazioni non incide né sulla produzione tradizionale di colture alimentari, come cereali o canna da zucchero, né sulle risorse forestali. Ricino, croton, brassica, camelina e co-prodotti del cotone sono tra le colture già utilizzate.

“Tutti gli agri-feedstock sviluppati da Eni sono certificati secondo lo schema di sostenibilità ISCC - International Sustainability & Carbon Certification a cui farà seguito la certificazione low-ILUC, che garantirà che le produzioni agricole siano a basso rischio di cambiamento diretto ed indiretto della destinazione d’uso dei terreni”, dice Federico Grati, Head of Agroenergy Services di Eni. “Già a partire dal 2023, le direttive europee prevedono che gli oli vegetali provenienti dall’agricoltura e destinati ai biocarburanti non impattino sulla produzione di cibo e non causino deforestazione. Il nostro obiettivo è quindi chiaro: approvvigionare le nostre bioraffinerie in modo sostenibile”, afferma.

I terreni individuati per la coltivazione nei Paesi sono per lo più aree abbandonate o molto degradate, a causa di fenomeni quali la desertificazione, l’erosione, la siccità e l’inquinamento. Attraverso questi progetti, le aree sono valorizzate, generando un impatto positivo sugli agricoltori, che possono avere entrate dirette e sicure e nel lungo periodo.

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Agricoltori, fase di semina e raccolta del ricino, Congo

L’impatto sociale

Gli stakeholder principali di questi progetti sono gli agricoltori, che portano avanti direttamente la produzione e che sono affiliati al sistema Eni attraverso il conferimento dei semi acquistati dall’azienda ai centri di raccolta.

Sono donne e uomini che vivono in zone rurali, marginali, caratterizzate da bassa produttività e scarse opportunità economiche. I progetti mirano a creare lavoro e garantire ai contadini accesso al mercato, generando entrate addizionali, facendo leva sulla rete di agri-hub che a partire dal Kenya si estenderà in Congo e in altri Paesi.

Il modello di business dei progetti è virtuoso sia per i piccoli che per i grandi agricoltori in quanto consentirà importanti ricadute dal punto di vista occupazionale, raggiungendo al 2030 fino a un milione di famiglie.

“Solo in Kenya, ad oggi, abbiamo già ricevuto l’interesse da parte di 25.000 piccoli agricoltori, a cui forniamo supporto tecnico e operativo durante le fasi di coltivazione. Inoltre, in ognuno degli agri-hub che stiamo realizzando lavoreranno circa 90 persone, tutte locali, con un grosso impatto sul Paese”, dichiara Andrea Saccarello, Development Project Manager di Eni Kenya.

Gli agri-hub, inoltre, funzioneranno anche come polo di formazione e supporto tecnico. Qui si produrranno mangimi e bio-fertilizzanti, derivati dalla produzione degli agri-feedstock, che potranno essere valorizzati e andare a incrementare le produzioni zootecniche e alimentari.

“Dalle noci degli alberi di croton che crescono spontaneamente in Kenya si può creare per esempio mangime per polli; la produzione di mangimi e quindi di cibo a partire da semi non alimentari assume un valore strategico in un momento storico come quello attuale, che vede una grave carenza di questa prodotto e prezzi poco sostenibili per gli allevatori”, chiarisce Federico Grati.

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Un contadino raccoglie le noci di croton nella contea di Makueni, Kenya

Tutti questi fattori insieme, secondo Alberto Piatti, Responsabile dello Sviluppo Sostenibile di Eni, “consentono di promuovere uno sviluppo sociale equo e inclusivo, impegnandosi al tempo stesso al rispetto per l’ambiente, per realizzare quella che tecnicamente chiamiamo just transition”.

“Le iniziative – afferma Piatti – prevedono una valutazione in termini socio-economici all’inizio dell’attività e un monitoraggio nel tempo per verificare il miglioramento della capacità di reddito che questo sistema introduce nella vita degli agricoltori, con un’attenzione particolare al rispetto dei diritti umani”.

Kenya e Congo, i numeri chiave dei progetti in stato più avanzato

Il progetto in Kenya è partito ufficialmente a luglio 2021, con la firma di un memorandum d’intesa con il Governo. Il Paese rappresenta una delle economie più sviluppate dell’Africa subsahariana, con il settore agricolo che gioca un ruolo dominante contribuendo al 33% del Prodotto Interno Lordo (PIL) e impiega oltre la metà della forza lavoro complessiva.

“A distanza di pochi mesi dall’accordo abbiamo fornito le sementi di ricino a circa 25.000 beneficiari ed avviato la raccolta di semi di croton e di cotone mentre a un anno dall’accordo con le istituzioni avvieremo la produzione di olio vegetale dal primo agri-hub”, afferma pragmatico Enrico Tavolini, Managing Director di Eni Kenya. “Nella prima fase di sviluppo con la realizzazione di nuovi agri-hub – continua Tavolini – si prevede una produzione di circa 30.000 tonnellate all’anno di olio vegetale, mentre nella seconda, quando saremo a pieno regime, abbiamo l’obiettivo di raggiungere le 200.000 tonnellate all’anno”.

“Così come in Kenya, anche nella Repubblica del Congo stiamo puntando sul ricino”, spiega Mirko Araldi, Managing Director di Eni in Congo. “Dopo la firma del Protocollo d’Intesa con la Repubblica del Congo lo scorso ottobre, abbiamo immediatamente avviato una fase pilota nei dipartimenti del Niari, Pool, Bouenza e Kouilou che ci ha permesso di definire un piano industriale con l’inizio della produzione già l’anno prossimo. Stiamo infatti avviando la costruzione di un primo agri-hub a Loudima, nel dipartimento della Bouenza, da 20.000 tonnellate all’anno di olio vegetale. Sarà un impianto di trasformazione di semi in olio, ma anche un centro polifunzionale nel quale gli agricoltori locali potranno avvalersi di formazione e supporto tecnico. Proseguiremo con la costruzione di altri agri-hub ed entro il 2026 prevediamo di raggiungere una produzione di 150.000 tonnellate di olio all’anno con ben 90.000 addetti ai lavori nella filiera agricola. È una grande opportunità di sviluppo e di diversificazione dell’economia del paese.”

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Piantagione di ricino, Congo

La raccolta dell’olio usato nelle cucine in Kenya

Sempre in Kenya, Eni sta portando avanti la raccolta dell’olio di cucina esausto (UCO), sostanzialmente olio fritto, coinvolgendo catene di fast food, ristoranti e alberghi. “Stiamo sensibilizzando gli operatori economici sui benefici ambientali e sanitari del corretto smaltimento dell’UCO, promuovendo la cultura del riciclo e la creazione di una catena del valore che genera reddito da un rifiuto”, afferma Angelo Mongioj, Business Development Manager di Eni Kenya.

“L’olio raccolto nelle cucine – spiega Mongioj – viene stoccato all’interno del deposito Eni a Nairobi, posto nelle immediate vicinanze della rete ferroviaria. Una volta raggiunta la quantità sufficiente, i container con l’olio saranno messi su rotaia per essere trasferiti prima al porto di Mombasa e poi in Italia, via nave”.

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Deposito dell'olio di cucina esausto (UCO), Kenya

Partnership internazionali in Africa e in Italia

Alla fine del 2021, Eni e Gruppo BF hanno creato una joint venture per sviluppare sementi migliorate per uso nella bioraffinazione. Le attività di sperimentazione si svolgono nei “Laboratori a Cielo Aperto” di Bonifiche Ferraresi in Sardegna, e sono volte a valutare la replicabilità delle produzioni in Italia e nei paesi esteri in cui è presente Eni, in particolare in Africa.

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Azienda agricola BF ad Arborea, Oristano

A ottobre 2021, inoltre, Eni ha avviato un accordo di partenariato triennale con l’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili (IRENA) per accelerare la transizione energetica nei Paesi esportatori di fonti fossili, promuovendo l’integrazione del continente africano nella filiera dei biocarburanti.

L'autrice: Silvia Scaramuzza

Addetta stampa di Eni. Si occupa di sostenibilità, agribusiness e forestry.