Overview

In questo approfondimento:

  • la metodologia geofisica della gravimetria
  • il sotto filone della Gravity Gradiometry
  • le applicazioni in campo esplorativo

La metodologia

La gravimetria è stata la prima metodologia geofisica a essere utilizzata nel mondo dell'esplorazione degli idrocarburi e si basa sulla misurazione passiva delle variazioni di accelerazione di gravità causate da cambiamenti di densità nel sottosuolo. Ogni tipologia di roccia è caratterizzata da determinati valori di densità, che è possibile ricostruire interpretando il dato gravimetrico. Mediante l'utilizzo di strumenti molto sensibili, chiamati gravimetri, si eseguono misure a impatto ambientale nullo, il più delle volte da aereo o da nave, per ricostruire la tipologia di rocce e le loro geometrie nel sottosuolo fino a profondità crostali di diversi chilometri. Questa metodologia ha il grande vantaggio di poter ottenere informazioni anche in aree remote, in tempi rapidi e con meno di un ventesimo del costo di una prospezione sismica.

La Gravity Gradiometry

In determinati contesti è possibile utilizzare anche dati da satellite a bassa risoluzione per identificare a scala regionale aree favorevoli all'esplorazione. A partire dalla fine degli anni Novanta la tecnologia si è enormemente evoluta consentendo l'ingresso in tale settore di un piccolo sotto filone della gravimetria che ha riscosso un certo successo all'interno degli studi esplorativi: la Gravity Gradiometry (GG). Rispetto alla semplice misurazione della componente verticale del campo di gravità, nella GG è possibile misurare sempre più piccole variazioni di gravità in tutte le direzioni, ottenendo quello che si definisce il tensore di gravità, costituito, dunque, da nove componenti, ciascuna con informazioni sulla distribuzione di densità nel sottosuolo lungo talune direzioni. Tra tutte, la componente relativa alla variazione verticale, meglio conosciuta come Tzz, aiuta l'interpretazione consentendo di identificare aree caratterizzate da determinate tipologie di rocce, di localizzare bacini, alti strutturali, di mappare le faglie nel sottosuolo e di ricostruire il setting geologico-strutturale in una determinata area. Inoltre, il tensore permette, per ogni componente, di discriminare sempre più piccole variazioni locali di densità, migliorando enormemente l'interpretazione soprattutto dei primi 4-5 chilometri in profondità. Questo significa poter avere preziose informazioni sul tipo di rocce presenti nell'area e sulle loro geometrie nel sottosuolo. È possibile, ad esempio, riuscire a discriminare non solo rocce sedimentarie da rocce vulcaniche, ma, addirittura, all'interno delle rocce sedimentarie, discriminare rocce carbonatiche, argille e/o sabbie che in molti casi rappresentano potenziali rocce serbatoio per gli idrocarburi.

L’utilizzo dei dati

Dai primi anni 2000, Eni è stata pioniera nell'utilizzo di questa tipologia di dato. Sono stati infatti acquisiti dei dati sia di GG, che poi sono stati interpretati in chiave geologica, sia mediante l'industrializzazione di algoritmi proprietari, sviluppati in progetti R & D (GGT – Gravity Gradient Tensor) in collaborazione con l'Università di Napoli "Federico II" che consentono di calcolare il tensore di gravità a partire da dati gravimetrici preesistenti. Questo ha consentito di poter utilizzare questa tipologia di dato in molteplici contesti esplorativi dove era necessario ottenere informazioni in tempi rapidi, laddove altre tipologie di dato quali quello sismico, geologico o di pozzo avevano delle limitazioni. Queste attività di ricerca Eni hanno consentito a tutt'oggi di mantenere un elevato standard tecnologico se confrontato con le maggiori Oil Companies.
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