La Triennale di Milano ospita da aprile 2012 il nuovo allestimento del museo del design, TDM5 Grafica Italiana, questa esposizione narra attraverso lo spettro cromatico il percorso avuto dalla grafica in Italia dalla sua nascita nel dopoguerra fino ad oggi. Tutta la grafica italiana è composta da tanti e diversi lavori commissionati da aziende, privati, enti pubblici, fatti e progettati da creativi, artisti, uffici tecnici interni, agenzie di comunicazione ecc. In questo vasto panorama eni ha avuto senza dubbio un suo ruolo e una sua specifica caratterizzazione, sia per l’attenzione data al lavoro degli artisti, sia per la storia e al riconoscibilità del suo marchio, nonostante le rivisitazione nel corso del tempo.
La mostra M15Y94 arts&apps vorrebbe chiarire e raccontare proprio questa esperienza, cioè come una grande azienda si è confrontata con il mondo dell’arte e delle arti applicate, in primis la grafica per raccontarsi al vasto pubblico.

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La Mostra

Lo spazio allestito è l’impluvium della Triennale di Milano, una stanza quadrata con una fonte di luce naturale proveniente dall’alto al centro della stanza, questo contenitore simmetrico e semplice è stato interamente rivestito con il colore giallo, quello eni caratterizzato dal codice di stampa C0 M15 Y94 K0. Questo contenitore giallo fa da sfondo a tutti i contenuti di comunicazione esposti.

L’ingresso avviene attraverso uno specchio che sfuma verso il giallo, un modo per riflettere la propria immagine che entra nell’universo eni, ma anche un modo per rispecchiare e duplicare un oggetto particolare: una Fiat Multipla del 1996 interamente decorata con disegni di Folon.
Quest’auto dai toni pastello, che riprende la campagna pubblicitaria di Folon, richiama l’attenzione dei visitatori e dà una piccola anteprima audiovisiva del mondo della comunicazione eni, commistione tra messaggi iconografici, suoni orchestrali, messaggi pubblicitari e di intenti aziendali. L’auto viene trattata come un contenitore dei propri contenuti, un salottino dove poter vedere i leggeri acquarelli di Folon trasformarsi in pubblicità.

La mostra e i contenuti scaturiscono idealmente dalla parete di fondo e si confondono e mischiano nello spazio. Un gruppo di espositori che stilizzano il cane a sei zampe, esce fisicamente dalla parete e accoglie la narrazione dell’evoluzione del logo eni, mentre sulle pareti, inclinate come un grande leggio del tempo, si dipana il racconto della comunicazione eni e la commistione tra l’arte e le sue applicazioni aziendali, commerciali, esplicative.

All’interno della mostra si ripercorrono e ritrovano alcuni ricordi collettivi, che fanno parte di eni, ma ormai anche dello storico visivo di tutti: il signore con il cappello di Folon e la sua fiammella, il simpatico e distratto signor Rossi di Bozzetto, un impavido e giovane Dario Fo, ladro improvvisato e molti altri, fino ad arrivare poi alle poetiche narrazioni di sabbia di Yahav e allo scienziato pazzo di Rugolo perennemente superato da Uno cane. Le opere e la comunicazione da esse scaturita dagli artisti contemporanei e passati vengono esposte in modo paritetico sulle pareti perimetrali, una evoluzione colorata e multiforme guidata dall’informazione e dalla sperimentazione oggi come ieri.
Lo spazio centrale invece viene assecondato e occupato da un’ampia superficie dove sono raccolte in modo virtuale tutte le opere dei giovani artisti che eni sta promuovendo da due anni a questa parte.

La fonte di luce naturale centrale è sostituita da un proiettore che crea giochi e movimenti sul tavolo centrale per attirare l’attenzione dei visitatori.
La proiezione utilizzata ha un alta definizione e si attiva con l’utilizzo di un sistema di sensori che riconoscono il movimento e permettono una serie di interazioni con il software.
Il tavolo è una simulazione di un maxi tablet con una applicazione studiata apposta per presentare questi contenuti e raccontare la storia della comunicazione eni.
Quando una persona si avvicina al tavolo e lo tocca il piano si suddivide in quattro postazioni di lavoro autonome, in ognuna è possibile sfogliare il lavoro dei giovani artisti che hanno collaborato con eni negli ultimi due anni secondo un ordine alfabetico, oppure secondo le opere stesse, in modo intuitivo. Si può trovare un breve approfondimento sull’artista stesso e sui suoi lavori.

L”archivio digitale vuole raccogliere gli artisti contemporanei attraverso un media altrettanto moderno per completare il sistema espositivo tradizionale delle opere alle pareti. Le opere audiovisive sono raccolte in uno spazio dedicato alle estremità della sala, dove viene applicato lo stesso sistema di archivio digitale di contenuti e si possono visionare molte pubblicità e documentari eni.

Per raccontare e spiegare al vasto pubblico il titolo, piuttosto tecnico della mostra è stato ideato un racconto, un giallo del giallo, un piccolo pamflet che narra la storia di un indagine e la scoperta del significato della misteriosa formula C0 M15 Y94 K0

Il Racconto

Quando nel 1952 Luigi Broggini disegnò il cane a sei zampe, destinato a diventare un’icona immortale nel panorama della grafica italiana, non si aspettava certo che sessant’anni più tardi la sua creatura soffiasse ancora la nuvoletta di fuoco. E non solo. In tutti questi anni di lavoro, il piccolo e famoso animale nero ha raggruppato sotto di sé tutte le attività che oggi fanno capo a eni.

Sessant’anni sono l’arco di tempo che la mostra M15Y94 – la formula tipografica del giallo eni – ripercorre, raccontando una storia che ha lasciato dietro di sé molti, indelebili segni nel felice connubio comunicazione-cultura.
La grafica ha segnato fortemente la nostra epoca, fin dall’inizio eni ne ha saputo leggere i cambiamenti e le influenze sul costume e nelle idee del proprio tempo, riuscendo a marcare una strada riconosciuta e precisa attraverso la collaborazione con grafici, illustratori e artisti di fama mondiale.

Un cammino che ha seguito due direzioni principali, una comunicazione differente, mediata da un universo culturale, e la ricerca di un’integrazione, rappresentata dall’obiettivo di raggruppare tutte le attività sotto un’unica icona.
Seguendo il percorso della mostra, sono evidenti gli sforzi che eni ha compiuto in questo senso e i risultati che ha ottenuto. Dai disegni di Mino Maccari, che già raccontavano un’epoca di grandi cambiamenti, all’influenza della grande grafica internazionale, Saul Bass e Milton Glaser per fare due nomi che l’hanno segnata in maniera profonda, eni ha creato il proprio percorso perfezionando un nuovo tipo di comunicazione.

Una contatto costante con il proprio universo, che ha visto in artisti del calibro di Folon una scelta comunicativa colta e intelligente. Questo sottolinea la consapevolezza di un’impresa che, rivolgendosi al mondo dell’arte, ha saputo creare nuovi orizzonti e infinite possibilità.

In questo suo percorso, eni ha lasciato un segno indelebile. L’omino del grande artista belga, i suoi paesaggi onirici, hanno raccontato un percorso esaltante allontanandosi da quella sensazione di effimero che spesso accompagna la comunicazione d’impresa.
Il giallo, da sempre il colore aziendale, si è fatto amalgama di idee e intuizioni, che hanno lasciato emozioni che ancora colpiscono per la loro forza espressiva e culturale. Eni ha saputo leggere e interpretare i bisogni e i desideri di una società in continuo cambiamento; a volte con grande umorismo, come nel caso dei pupazzi di Andrea Rugolo, più spesso utilizzando al meglio il vigore della grafica pura. Da qui la collaborazione con Armando Testa, che sapeva raccontare la tensione di eni verso l’obiettivo epocale dell’integrazione, o il connubio con le tavole visionarie di Lorenzo Mattotti, in grado di trasformare il cambiamento in un arcobaleno gettato sul mondo come un ponte tra varie culture.

Più di recente, attraverso la lenta e affascinante poetica di sabbia dell’artista Ilana Yahav, eni ha colto il desiderio di ottimismo, in un mondo globalizzato, scosso da cambiamenti troppo veloci per poter essere tollerati.
Un centinaio di giovani artisti, rappresentano oggi una fucina di idee, un think-thank che eni, con l’intuizione di una compagnia che sa guardare con intelligenza al mondo circostante, ha raccolto attorno a sé per un percorso comune.
In sintesi eni, soprattutto grazie a una visione prospettica, ampia e culturale, ha posto le basi per un futuro tutto da esplorare.

La nuova comunicazione

E’ la cultura, grazie ai talenti emergenti, la protagonista della nuova comunicazione Eni. A questi talenti - illustratori, registi, musicisti, attori e performer internazionali – Eni affida il compito di rappresentare, nelle modalità e negli stili più diversi, i propri tratti distintivi: internazionalità, innovazione, ricerca, rispetto. Motivo ispiratore della nuova campagna è la valorizzazione delle eccellenze in tutti i campi.

Attraverso la comunicazione Eni interpreta in chiave innovativa il ruolo della committenza, offrendo a ciascun talento la possibilità di esprimersi, creando valore, comunicando con quel linguaggio unico e riconoscibile che già la contraddistingue negli oltre 70 paesi in cui opera.

Il giallo nel mirino

Di Enrico Pandiani

I drew a line
I drew a line for you
Oh what a thing to do
And it was all yellow

Coldplay, Yellow


Erano tre grandi cerchi concentrici di un colore giallo vivo, il più largo del diametro di otto metri, il più stretto di sei. Al centro vi era parcheggiata una Fiat Multipla, anch'essa completamente dipinta di giallo. Guardandola dall'alto dei palazzi vicini, pareva parcheggiata al centro di un enorme mirino. L'ultima era comparsa quella mattina sul piazzale antistante la Triennale. Come diavolo avessero fatto a portare lì un'automobile e a dipingerle attorno i cerchi gialli, era un mistero. Anche se dipinti in maniera frettolosa, erano comunque fatti piuttosto bene. Gli autori di quella strana installazione avevano utilizzato un grande pennello e una lunga corda a fare da compasso. Finito il lavoro, li avevano abbandonati nel baule dell'auto assieme alla vernice.
Avevano agito in piena notte, gente piuttosto esperta. Un nottambulo diretto alla Stazione Nord, interrogato dai vigili urbani, asseriva di aver visto una specie di recinzione in tela scura, verso le quattro del mattino. La puzza di alcol che aveva addosso, lasciava perplessi sulla sua attendibilità. Tuttavia, a riprova della sua buona fede, un metronotte passato alle cinque e un quarto per viale Alemagna, ricordava di aver visto la Multipla gialla e di aver pensato a una pubblicità.
L'auto, come le altre quattordici Multiple trovate il mese precedente in vari punti della città, era risultata rubata. Qual'era lo scopo di questa messa in scena? Gli autori intendevano portare qualcosa all'attenzione della città? Si trattava, forse, di una minaccia? O forse di uno scherzo di cattivo gusto? Fatto sta che da quasi un mese i giornali non parlavano d'altro.
La nostra squadra era stata l'ultima spiaggia. Fallito ogni altro tentativo di dare una spiegazione a quei gesti, il sindaco si era rivolto a noi. Come punto di partenza, uno valeva l'altro. Ma siccome la palazzina della Triennale ospitava in quel momento una mostra, che di punti in contatto con i cerchi gialli ne aveva parecchi, decidemmo di iniziare da lì.
Il mio socio e io avevamo passato la mattina cercando di capire dove poteva portarci una tale associazione di idee. In linea di massima la ricerca si orientava verso i possibili legami con quei grandi mirini dipinti sull'asfalto. Una strana formula era la prima traccia di qualche interesse che ci era capitata tra le mani.
«C-0» disse Tornaghi carezzandosi il mento, «ti suggerisce qualcosa?»
Scossi il capo. «No, mio caro, non mi dice nulla, così come non mi dicono nulla le altre sigle di questa strana formula.»
Si grattò i radi capelli con aria perplessa. «C-0, M-15, Y-94 e K-0… Mi sembra di impazzire, è da questa mattina che cerco di trovare un significato a questi strani segni.»
Finii il mio sandwich con prosciutto e formaggio e mi pulii con un tovagliolino.
«Abbiamo un bel po' di materiale» dissi con la bocca piena, «potremmo fare il nostro mestiere e cercare una traccia. Del resto si tratta di una formula, un significato lo deve avere.»
L'ampia stanza, nella quale ci trovavamo Tornaghi e io, era alta, quadrata , con le pareti che davano l'impressione di aprirsi verso la sommità. Oggetti, schermi, immagini erano attorno a noi con il solo scopo di raccontarci una storia. Tutto ciò che dovevamo fare, era interpretarle perché questa storia ci portasse alla soluzione. Avevo l'impressione di trovarmi in un universo cangiante, nel quale il tempo era trascorso alla ricerca di un'idea che potesse legare indissolubilmente il tutto. O di una formula che permettesse di farlo.
La pazienza è fondamentale, in  questo lavoro, ti aiuta a non correre, a valutare ogni particolare con la giusta attenzione. Ogni dettaglio ha la sua importanza, ti può suggerire una pista o darti un indizio. Soltanto legando assieme una serie di indizi puoi scoprire ciò che stai cercando. Ti devi confrontare, essere umile e, soprattutto, non devi pensare che la prima soluzione che ti viene in mente sia quella giusta. Se qualcuno si era preso la briga di spargere per la città quindici Multiple dipinte di giallo, un motivo lo doveva avere. Le aveva pure centrate in una specie di mirino.
Il mio collega accese una sigaretta sfregando un fiammifero sul bordo di un espositore. Lo fulminai con lo sguardo, ma la cosa lo lasciò indifferente.
«Dobbiamo ricostruire la logica di un percorso ideale» disse soffiando una nuvoletta azzurrina, «questo ci permetterebbe di comprendere l'idea alla base di questa evoluzione.»
Guardai la mappa della città e mi resi conto che i luoghi nei quali quei buontemponi avevano dipinto i cerchi e abbandonato le Multiple, partivano dall'estrema periferia e, seguendo una linea tortuosa, terminavano alla Triennale, disegnando una specie di animale mitologico. Simile a quella specie di drago che avevo davanti.
«Ho l'impressione che tutto abbia inizio nel 1953» ipotizzai, «con la nascita di questo animale nero, un drago, si direbbe, che sputa una nube di fuoco. Ha molte attinenze con il giallo.»
«Il "cane a sei zampe"» mi corresse Tornaghi osservando il documento di un brevetto. «È stato disegnato dallo scultore Luigi Broggini, la cui paternità, per altro, divenne nota solo dopo la morte. Non aveva firmato l'opera, forse non immaginava di aver creato uno dei segni più forti e distintivi del '900.»
Mi guardai attorno; alcuni grandi espositori stilizzati, con le loro sei zampe e una sorta di testa che guardava alle proprie spalle, richiamavano la figura archetipa del logo. L'ambiente stesso pareva convogliare, come un imbuto della conoscenza, la nostra attenzione su un percorso ben definito. L'animale in questione, il cane a sei zampe, come lo aveva chiamato Tornaghi, al primo impatto pareva una bestia feroce. Ma continuando a osservare la sua postura, trasformando le sue punte in ciuffi di peli e riuscendo a immaginarlo in una dimensione ridotta, poco alla volta prendeva l'aspetto tranquillizzante di una creatura domestica.
Ero certo che quei segni gialli sul terreno erano la ricerca ragionata di un effetto.  Il cane a sei zampe aveva riportato con prepotenza alla mia mente quel tipo di forza espressiva. Lo stesso impatto delle Multiple gialle. L'autore dei cerchi ci stava senza dubbio indicando qualcosa.
«Si direbbe che Broggini abbia subito l'influenza di Saul Bass» osservai esaminando il cane. «Richiama la carta ritagliata, vale a dire l'aspetto tipico delle opere di Bass. Ricordi, il manifesto del film Anatomia di un omicidio?»
Tornaghi fissò il logotipo attraverso il fumo della sigaretta che stringeva tra le labbra. Teneva il capo piegato per evitare che il fumo finisse in un occhio. «Certo che lo ricordo, la grafica di Saul Bass ha influenzato moltissimo la comunicazione dell'epoca» ammise. «Considero il segno del cane a sei zampe tutt'altro che convenzionale. È tuttavia impressionante che questa immagine sia passata attraverso tutti questi anni senza perdere nulla della sua forza. È diventata addirittura un'icona. Se gli autori di quello scherzo cittadino ci hanno portati fin qui, dev'esserci per forza un motivo.»
Guardai con attenzione alcune foto dai colori sbiaditi. Si trattava di pompe di benzina e tutto in quelle immagini riportava alla fine degli anni cinquanta. L'insegna gialla con il cane a sei zampe mi riportò alla mente tempi lontani, notti passate in viaggio per la montagna dove le sole luci visibili erano quelle degli alberi di natale e le alte insegne luminose del cane. Mi resi conto che quel segno mi aveva accompagnato per tutta la vita come una certezza, un compagno fedele che sputava la sua nuvoletta di fuoco. Cominciai a convincermi che la formula misteriosa era l'oggetto che coloro che avevano esposto le Multiple gialle ci volevano indicare.
Lavorare a quell'incarico mi riportava al mio lavoro, una vita passata alla ricerca di impronte identificative, di graffiti moderni e di tracce. Tutti segni, in sostanza, che permettevano a coloro che sapevano decifrarli, di ricostruire i passaggi da un epoca all'altra. Un lavoro da detective, ma anche un modo per dare un significato a eventi che si erano succeduti negli anni. Il caso che avevo sotto gli occhi era uno dei più emblematici. Entrambi i problemi conducevano all'uso di una sorta di graffito.
«Cyan-0 ti dice qualcosa?» domandai. La scritta compariva in calce a un documento.
«Cyan? Non particolarmente. Il sarto di mio padre si chiamava così, il signor Cyan. Ho sempre pensato che fosse un cinese, invece era una persona del tutto simile a noi. Be', solo un po' più basso e pelato.»
«Si, certo, il sarto di tuo padre» sbuffai. «Vediamo di andare a vanti vuoi. A me sembra che la ricerca di una comunicazione attraverso l'opera di vari artisti sia una prerogativa non da poco, non credi? Anche le Multiple all'interno dei loro cerchi gialli in qualche modo sono uno sforzo culturale per attirare l'attenzione.»
Fissai Tornaghi che si era intanto avvicinato ad alcuni disegni di Mino Maccari. Li osservava con curiosità e sembrava riflettere sul percorso che una simile visione poteva inaugurare. Mi resi conto che, al contrario di quanto accadeva per i più importanti competitor, il lavoro che stavamo esaminando, operava con una gamma estesa di nomi e di marchi diversi. Cominciavo a comprendere quanto il percorso comunicativo fosse stato ispirato dalla ricerca di un'identità comune.
Mi era già successo di assistere a fenomeni simili, a volte meno determinati, ma pur sempre tendenti a una maggiore riconoscibilità sul mercato. Il cerchio ricorreva sovente e spesso era giallo.
«Nel 1998 è successo qualcosa di fondamentale» disse Tornaghi segnando alcune cose sul suo taccuino Moleskine. «Il logo del cane a sei zampe è stato profondamente modificato, vedi?»
Mi avvicinai per osservare alcuni oggetti marchiati con il logotipo, un vaso, uno yo-yo colorato, il modellino di una vecchia auto. Rappresentavano l'inizio della storia, e noi, nel corso di quest'insolita indagine stavamo ripercorrendo una trasformazione che aveva profondamente inciso sul sistema. Avviene che nella storia della comunicazione, un'impresa scelga di abbandonare la strada canonica, quella che percorrono tutti, e decida di dare di più, in senso culturale e avanzato, ai propri clienti e ai propri dipendenti. Si tratta di una sorta di alchimia che mette insieme discipline diverse con il fine unico di diffondere pensieri più alti, qualcosa che non si limiti a vuote parole, ma che lasci nelle persone la sensazione di uscirne arricchite.
Nel 1991, per esempio i disegni onirici di Jean-Michel Folon erano comparsi su muri, giornali, televisioni, avevano raccontato storie e, alla fine, uscendo di scena per lasciare il posto a nuove idee, avevano in qualche modo lasciato un ricordo. C'era pure una Multipla dipinta dal grande illustratore.
Era chiaro, chi aveva seminato la città di auto gialle voleva spingerci ad indagare in questo posto. Mi immersi in questi pensieri cercando di ricordare l'effetto che avevano avuto su di me, i disegni del grande maestro. Una sensazione molto simile a quello di un cittadino che si trova davanti una vettura dipinta all'interno di una serie di cerchi gialli.
«Si direbbe che la scelta di Folon dovesse marcare una decisione molto importante» azzardai, dunque, osservando assieme a Tornaghi un filmato nel quale i disegni visionari dell'artista belga prendevano vita. «A questo punto non si può ignorare il tentativo di utilizzare la cultura e la sorpresa, nelle loro forme più varie, per promuovere un'idea di rottura.»
«Il concetto è interessante.» Mi gratificò con un  sorriso. «Si lega molto bene con l'idea di una nuova società, o di una società in forte cambiamento. Non dobbiamo dimenticare che, in quel momento, il nostro paese stava uscendo da anni bui e tormentati. C'era bisogno di poesia, di ideali. Il concetto di rivoluzione culturale, lo stesso motore che ha spinto quella gente a dipingere le Multiple di giallo. Il colore sembrava esserne il fondamento.»
Ciò che stava dicendo il mio collega mi diede l'impressione di aver trovato la pista giusta, la traccia da seguire. La formula che stavamo cercando non poteva che essere sotto i nostri occhi, nascosta tra gli eventi della lunga storia che stavamo dipanando e la dimostrazione arrogante delle Multiple gialle. Tutti quei tasselli vagavano davanti ai nostri occhi come in una bolla d'olio; andavano solo presi e messi nella giusta sequenza.
«Direi che siamo sulla buona strada» lo incalzai, «la poesia di Prévert, di Apollinaire o i libri di Giono, Bradbury, Vian e Maupassant, stimolano in noi la nascita dei sogni. La cultura stessa ha sempre stimolato la curiosità invitandoci al viaggio della fantasia. Folon rappresentava un linguaggio unico, che veniva riconosciuto e capito in ogni parte del mondo e da ogni interlocutore.»
«È un progetto visionario» ammise il mio collega, «ma sembra aver funzionato. Tuttavia, mi sfugge ancora la globalità del sistema. E questa formula continua a rimanere piuttosto misteriosa. Per esempio» continuò indicando una scritta, «cosa ti suggerisce K-0?»
«Un pugile che va lungo e tirato al tappeto?»
«Non credo. Però, da qualche parte ho letto Key-Black e, benché questo mi dia da pensare, ancora non accende alcuna lampadina.»
Alcune testimonianze, che valutai in silenzio, spingevano il ragionamento in quella direzione. Avevo il cane a sei zampe e avevo la formula. Attorno a loro si muovevano diversi satelliti che la forza d'attrazione dei due elementi aveva richiamato nello stesso sistema. Di nuovo i centri concentrici sull'asfalto trovavano un punto di contatto.
Provai a mettere assieme alcuni dettagli, accostai immagini e nomi, e, ogni volta, i miei ragionamenti tornavano alle stesse conclusioni. Mostrai il mio lavoro a Tornaghi per vedere se le nostre idee potevano conincidere.
«Potrebbe essere riferito al cane a sei zampe. Questa formula deve avere la sua importanza» affermai come per spronare me stesso. «Nel 1998 deve essere avvenuto un importante cambio d'assetto. Penso di poter dare per scontato che la percezione del cane a sei zampe raccoglie valori di innovazione e tecnologia in tutti i paesi nei quali e comparso.» Sfogliai una serie di disegni e documenti. Addirittura il regista Ettore Scola si era prodigato, coniando lo slogan "Il cane a sei zampe è il migliore amico dell'uomo a quattro ruote". Aveva qualcosa di futurista questa frase, pareva uscita da un album di Marinetti. La cultura era sempre presente e sembrava rafforzare il marchio.
 Tornaghi si concentrò su un quadrato giallo che racchiudeva il cane a sei zampe. «Le Multiple abbandonate in giro per la città, riportano in qualche modo a Folon» riassunse. «Ma allo stesso tempo disegnano il cane a sei zampe, mentre i cerchi ricordano un unico sistema che racchiude il tutto.»
«La mia idea dei satelliti» borbottai come tra me, «ma qual'è il catalizzatore che ha permesso tutto questo? Del resto» aggiunsi mettendo in bocca la pipa spenta, «Il segno del cane era ormai riconoscibile come punto fermo nell'idea di un'impresa nuova. Anche Armando Testa, il padre della pubblicità in Italia, aveva lavorato con il cane a sei zampe, giocando con alcuni particolari ed esaltandone la forza espressiva, com'era solito fare. Erano i primi anni novanta e questo la dice lunga sull'importanza che questo piccolo animale nero stava accumulando.»
«Sono d'accordo» mi confortò Tornaghi. Mise tra le labbra una nuova sigaretta e l'accese. Rimase concentrato sulla fiamma quasi bianca dello zolfanello, poi lo spense scuotendolo con un gesto lento della mano. Diede una boccata, poi sollevò il viso con aria pensosa e soffiò due o tre anelli di fumo. Altri cerchi concentrici che si stemperarono nell'aria.
«Sento di avere tra le mani la soluzione del giallo. La nostra indagine ci sta portando in una direzione ben precisa» continuò avvicinandosi all'immagine del cane. «Non dobbiamo lasciarci sviare da false piste allontanandoci dall'obiettivo. Si percepisce in maniera molto forte l'esigenza di raccogliere il passato ripensando la comunicazione come un'unica realtà. Come hai giustamente detto, il cane a sei zampe è diventato il carattere distintivo di un tutto, e la sua trasformazione porta il segno potente di un'evoluzione.»
Un simile cambiamento aveva lasciato tracce profonde, individuabili come impronte digitali in un casellario. Vi era una sorta di identikit, i tratti somatici non già di un individuo, ma di un'idea che formandosi aveva lasciato alcuni segni molto chiari. Mi sforzai di interpretarli.
«Il 1998 è il punto di svolta» dissi mordicchiando il cannello della pipa. «Con pochi ritocchi di carattere grafico, il cane e l'azienda furono legati all'interno di un quadrato giallo. In questo modo le più importanti attività del gruppo vennero a trovarsi incorporate sotto un unico logo.»
Il sistema e i suoi satelliti tornavano a stuzzicare le mie meningi. Quale poteva essere l'elemento portante che teneva tutto insieme? Di nuovo osservai disegni, idee, parole, colori. I colori.
«Tutto ciò è appassionante» sospirò Tornaghi fermandosi a guardare i vigili urbani che tentavano di rimuovere la Multipla gialla dal piazzale.
«A maggior ragione se pensiamo che, fin dall'inizio, questa evoluzione è accompagnata da una visione culturalmente avanzata.»
«Senza dubbio» ammise, «soprattutto se il livello delle idee che vuoi comunicare, e degli artisti attraverso i quali lo fai, è valorizzato da una ricerca intelligente.»
Cosa poteva valorizzare una ricerca se non un obiettivo comune e un amalgama che ne potenziasse gli effetti? Si tornava sempre all'origine, al vero scopo ella nostra indagine.
«E questo ci riporta alla nostra formula» continuò avvicinandomi a un tavolo interattivo posato al centro della stanza. «Magenta-94 ti dà qualche indizio?»
«Magenta è una città lombarda» azzardai facendo spallucce, «se non sbaglio il toponimo trae origine da un nome di persona, Maggente o Magentus – dal latino Magius – oppure dal piemontese mazènt, da masentè, "fare il massaio di casa". Conosci certo il termine latino mānsum, "dimora", dal quale deriva il francese maison. Pensi che ci possa aiutare?»
«Penso che tu stia proprio andando fuori strada» rise Tornaghi. «La tua dotta esposizione toponomastica non ci fa avanzare di un passo. Il punto cruciale è essere evocativi e quei tizi che hanno dipinto le Multiple di giallo lo sono stati. Il colore doveva dare un'indicazione e noi l'abbiamo seguita.»
«L'essenza delle immagini è fondante per il processo di comunicazione» pontificai sentendomi un poco ridicolo. «Di nuovo, la cultura ha fatto da ponte tra le idee e i codici che l'artista ha utilizzato per esprimerle e farle comprendere all'utilizzatore finale.»
«Cioè tu e io» mi sfottè Tornaghi. «Questo è senz'altro espressionismo con pulsioni simboliste» dichiarò Tornaghi avvicinandosi all'immagine di una sorta di dio che sorgendo dagli abissi offriva a un cielo azzurro un magnifico arcobaleno. «Mescolando gli stili, frullandoli con lentezza e con un po' di indecisione, riesce ad avvicinarsi alla potenza espressiva dei primitivi italiani.»
Senza dubbio aveva ragione. Questo mi fece pensare in modo particolare alla prospettiva, quell'insieme di linee che, pur partendo lontane le une dalle altre, per l'effetto della distanza tendono a raggiungere lo stesso punto. Questo doveva essere un indizio importante, quello che poteva permettermi di risolvere il dilemma della formula segreta. La giusta prospettiva è un motore potente, può prendere materiali differenti convogliandoli nella stessa direzione. Ha solo bisogno di un catalizzatore. Nel caso delle Multiple e dei cerchi gialli era stato il colore. Dveva per forza esserlo anche in questo caso.
«Quindi» disse, «la tua opinione è che la formula serva per tenere tutto insieme. È l'ingrediente segreto, quello che permette di amalgamare le idee sviluppandole nel tempo, l'elemento sempre presente.»
«Non solo, deve anche dare un'indicazione, segnare una strada» esclamai preso dall'entusiasmo. «Guarda queste immagini, questi filmati. Ho la sensazione che le figure di un tempo abbiano preso vita. Guarda…» Indicai le figure di sabbia di Ylana Yahav, «osserva come la sabbia, racconta una visione quasi onirica, unisce la figura umana all'ambiente cambiando continuamente forma. Senza la formula, tutto questo non sarebbe che un insieme di immagini senza un percorso.»
Tornaghi sembrava eccitato. Evidentemente sentiva anche lui di essere a un passo dalla soluzione, la formula si stava pian piano svelando. Emergeva da quell'insieme di dati con la fermezza di un supporto essenziale.
«È come la sabbia di una clessidra» mormorò. «L'ideale diventa un enzima, nel senso sociale del termine, un fermento che, venendo a contatto con l'ambiente, sviluppa la crescita culturale nei luoghi dove opera. Questo significa guardare oltre. Osserva questi lavori, giovani artisti da tutto il mondo che operano per portare avanti un'idea. Non lo trovi interessante?»
Mi guardai intorno e questa volta percepii il colore come un'involucro trasparente. Era il denominatore comune, legava una traccia all'altra e ne seguiva il percorso.
«Il giallo, Tornaghi!» esclamai, «è questa la soluzione che stavamo cercando!»
Mi guardò come Ollio quando guarda Stanlio. «Il giallo?» ripeté con un'ombra di curiosità nello sguardo.
«Ma certo, il giallo, ne siamo circondati da quando abbiamo cominciato a indagare, guarda tu stesso. Il giallo delle Multiple, dei cerchi sull'asfalto, il giallo del cane a sei zampe. Il giallo è sempre presente!»
«Allora, la formula…»
«Ma certo, Tornaghi! La formula, proprio quella.»
Mi avvicinai alle pareti e raccolsi sul mio taccuino i pezzi di quel rompicapo che ci sfuggiva. Poi tornai da lui e gli mostrai il foglio.
«Guarda» dissi, «Cyan-0, Magenta-15, Yellow-94 e Key Black-0. Ora fai attenzione: se leviamo i due componenti a zero, ci rimangono il Magenta e il Yellow. Per deduzione, essendo il Yellow "giallo", il Magenta non può che essere "rosso". Avevamo la soluzione davanti al naso, Tornaghi, questa è la formula.»
Ci avvicinammo al tavolo interattivo al centro della stanza. Tornaghi allungò una mano ma lo fermai con un gesto brusco.
«Non toccare» ingiunsi. «Guarda, M 15 e Y 94. Il colore che lega tutto questo, formato dal 94% di giallo e dal 15% di rosso, o magenta, se vogliamo usare un linguaggio tipografico.»
Tornaghi sorrise «La formula di un'energia differente» disse.
«Altroché» confermai, «M 15, Y 94, era talmente semplice.»
«Le grandi idee sono semplici, mio caro, è per questo che si realizzano.»
«Dobbiamo buttare giù il nostro rapporto, Tornaghi, come sempre in triplice copia.»
Mi chiesi qual'era lo scopo di una formula così semplice, ma così difficile da far funzionare. Molti ci avevano provato senza riuscire, mi era capitato, nel corso della mia carriera, di imbattermi in goffi tentativi, falliti perché non supportati dalla determinazione o per l'incapacità di perseguire fino in fondo un disegno culturale. Eppure, quel gruppo di buontemponi notturni, con le loro Multiple gialle e i loro cerchi, avevano usato la stessa formula per smuovere un'intera città. In qualche modo erano artisti anche loro.
Mi sentii euforico. Tornaghi e io eravamo riusciti a risolvere il caso senza l'aiuto della scientifica, raccogliendo indizi, tracce, idee e intuizioni. Il percorso che avevamo ricostruito raccontava una storia ancora lontana dall'essere finita, un'evoluzione che per promuovere le proprie idee, utilizzava la cultura come veicolo principale correndo su una strada lastricata di giallo.
Pensando alla formula, mi venne in mente che il giallo è quasi un colore simbolico; quando la necessità è farsi vedere, questo è il colore perfetto. Perché il giallo è il colore più facilmente distinguibile da lontano.
Ero comunque conscio di quanto il tempo fosse l'imparziale custode di questa rivelazione. A volte le risposte arrivano quando meno te l'aspetti; il modo migliore di frugare la tenebra è saper aspettare con pazienza che arrivi la luce. O, in alternativa, un colore molto brillante.

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