Ogni evoluzione davvero trasformativa nasce da una domanda etica prima che tecnica, e la transizione energetica non fa eccezione.
L’energia è il tessuto invisibile della vita contemporanea: scalda, muove, connette. Eppure, per milioni di persone, in Italia come nel mondo, è ancora un bene fragile, intermittente e talvolta inaccessibile. Parlare di povertà energetica significa riconoscere che la disuguaglianza non si misura soltanto sul reddito o sull’istruzione, ma anche nella possibilità di accendere la luce, di riscaldarsi, di accedere all’informazione e di vivere in modo dignitoso.
Una casa fredda, un frigorifero spento sono immagini che appartengono ancora al presente, non al passato, e sono il segno di quanto l’energia sia diventata il confine invisibile tra integrazione e marginalità, tra autonomia e dipendenza.
In questa realtà, la giustizia climatica diventa il nuovo orizzonte politico e civile entro cui muoversi. Non è né uno slogan né l’ennesimo vincolo burocratico: è la lente attraverso la quale guardare al clima non come a un problema ambientale, ma come alla grande questione sociale del nostro tempo.
Non basta ridurre le emissioni o investire in tecnologie pulite: bisogna distribuire le opportunità della transizione, non solo i suoi costi.
Significa progettare politiche che tengano conto delle differenze territoriali, sociali, generazionali, e riconoscere che il diritto all’energia è parte integrante del diritto alla cittadinanza. Le comunità energetiche, che hanno lo scopo di ricostruire un equilibrio tra efficienza ed equità, tra innovazione e inclusione, rappresentano un importante tentativo di risposta a questa sfida, poiché riportano la produzione al livello delle persone e ridistribuiscono risorse che diventano veicolo di dignità e garanzia. Perché la transizione energetica, se vuole essere credibile, deve essere anche equa, e la sostenibilità, se non è accessibile, non è sostenibile.
In questa prospettiva, l’energia diventa dunque una forma di giustizia, che deve essere costruita in modo che ogni scelta di investimento venga misurata con questa responsabilità.
È qui che entra in gioco la ricerca, con la sua capacità di connettere la conoscenza alla vita reale e di tradurre l’astrazione dei dati nella concretezza della vita quotidiana.
Si illude chi pensa che la ricerca sia neutra: è parte del patto sociale che definisce chi siamo e quale idea di futuro vogliamo rendere possibile. Per noi di NEST l’idea è quella di un futuro dove non si creino nuove frontiere tra chi può permettersi l’energia del domani e chi resta prigioniero del passato.
La Fondazione NEST – Network 4 Energy Sustainable Transition si muove ma serve un atto di responsabilità pubblica. Nata nell’ambito del programma PNRR Partenariati Estesi del Ministero dell’Università e della Ricerca, la Fondazione NEST riunisce università, enti pubblici e imprese per promuovere un modello integrato di transizione energetica sostenibile, e ha dedicato specificatamente a questo tema uno dei suoi nove spoke, l’ottavo, “Optimization, sustainability & resilience in energy supply chain”, che ha tra i propri obiettivi di ricerca anche quello di sviluppare modelli di governance e di mercato innovativi, per esempio attraverso l’aggregazione dei consumi locali (le comunità energetiche).
Il suo lavoro intreccia la dimensione scientifica con quella sociale, coerente con un modo di intendere la scienza non come torre d’avorio ma come infrastruttura etica del Paese, e NEST è l’esempio di una ricerca che non si limita a produrre innovazione, ma la accompagna fino al suo impatto sociale, con la missione di tradurre la teoria in strumenti concreti di sviluppo e partecipazione.
La rete degli oltre 700 ricercatori provenienti da università, centri di ricerca e imprese che la anima lavora su materiali avanzati, stoccaggio energetico, digitalizzazione dei processi, bioenergie e molto altro, perché alla base di ogni progetto di ricerca c’è sempre la stessa domanda di fondo: come garantire che la transizione sia giusta e arrivi a tutti? Come trasformare conoscenza e tecnologia in possibilità per tutti? Come fare in modo che la sostenibilità sia un diritto e non un privilegio?
Se guardiamo la povertà energetica da questa prospettiva, non sembra più un incidente collaterale, ma diventa il sintomo di un modello che ha separato la produzione di valore dal suo impatto sociale. Per questo la responsabilità della ricerca oggi è duplice: produrre conoscenza e restituirla alla società in forme comprensibili e utilizzabili.
Fondazione NEST lavora proprio su questa frontiera e si impegna ogni giorno per costruire un ecosistema dove la scienza sia al servizio del bene collettivo, dove la tecnologia non amplifichi le distanze ma le riduca, e dove la formazione sia parte integrante della soluzione.
Una visione che si traduce in un modello operativo sviluppato attraverso i bandi a cascata, con i quali NEST apre la propria rete alla collaborazione con startup, PMI, enti locali e associazioni che possono sperimentare le soluzioni su scala territoriale. È un meccanismo che ha l'obiettivo di ridistribuire risorse e opportunità, e di permettere alla ricerca di circolare, di contaminarsi e di diventare strumento di sviluppo reale.
Ogni progetto diventa così un piccolo laboratorio di innovazione inclusiva, un luogo in cui le idee accademiche incontrano i bisogni delle comunità e dove la tecnologia si misura con la complessità del mondo e si modifica per adattarsi a essa.
In questo senso, la Fondazione agisce come un ponte tra eccellenza e accessibilità, tra visione strategica e concretezza operativa.
Ma per rendere la ricerca accessibile non basta aprire le reti della conoscenza, bisogna anche formare chi poi saprà valorizzarle.
Attraverso programmi come la NEST Academy, la Fondazione prepara anche le competenze che la transizione richiede: non solo ingegneri o tecnici specializzati, ma figure capaci di leggere i processi in chiave interdisciplinare, di coniugare scienza, economia e responsabilità sociale.
In NEST potremmo dire che non si costruisce solo conoscenza, ma anche coscienza, con l’obiettivo di formare una nuova generazione di ricercatori e professionisti consapevoli del peso civile del proprio lavoro.
È un concetto che restituisce alla parola “transizione” la sua vera natura: un cammino collettivo verso una trasformazione che deve essere prima di tutto culturale, dove il cambiamento non si misura solo in megawatt, ma in fiducia, competenze ed equità.
Bio
Gabriella Scapicchio
È Direttrice Generale della Fondazione NEST. È un’executive con oltre 20 anni di esperienza come CEO e nel Marketing in vari settori. Da oltre un decennio si dedica all’innovazione in Italia, con l’obiettivo di potenziarne l’ecosistema e connettere persone.