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Il risparmio idrico passa per le alghe

Massimo Quinto, consulente del consorzio lucano ConProBio, racconta la sperimentazione avviata con la startup Beadroots grazie a Basilicata Open Lab

di Giancarlo Strocchia
25 maggio 2026
5 min di lettura
di Giancarlo Strocchia
25 maggio 2026
5 min di lettura

Questo articolo è tratto da Orizzonti n. 72

Un incontro nato quasi per caso, una sperimentazione avviata con entusiasmo e con la sensazione condivisa di star lavorando su qualcosa che potrebbe davvero fare la differenza per l’agricoltura lucana. È questo lo scenario che emerge dal racconto di Massimo Quinto, consulente tecnico del consorzio ConProBio (Consorzio Produttori Biologici), situato ad Acerenza, in provincia di Potenza, protagonista, insieme alla startup Beadroots, di un progetto di innovazione agricola promosso grazie al programma Basilicata Open Lab.

ConProBio è una realtà storica del territorio. Nasce oltre venticinque anni fa e porta avanti una visione ben precisa: un’agricoltura sostenibile, rispettosa dei cicli naturali e il più possibile libera da input chimici. “Oggi si sente parlare molto di sostenibilità – osserva Quinto – ma per noi non è uno slogan. Sono concetti che il mondo del biologico porta avanti da cinquant’anni. Non è una moda recente, quindi, ma è la nostra storia”. La collaborazione con Beadroots si attiva attraverso Basilicata Open Lab, che segnala al consorzio una serie di startup e ambiti di sperimentazione. “Non conoscevamo Beadroots – racconta Quinto – abbiamo ricevuto un elenco di realtà con cui si poteva entrare in contatto e abbiamo espresso delle preferenze. Il loro progetto ci è sembrato subito tra quelli più coerenti con il nostro lavoro quotidiano e con il nostro modo di intendere la gestione del suolo”. Beadroots propone una soluzione agricola innovativa, basata su un supporto naturale a base di alghe, capace di assorbire acqua, rigonfiarsi e rilasciarla gradualmente nel terreno, migliorando l’umidità a disposizione dell’apparato radicale delle piante. Una sorta di “riserva” idrica naturale, che può fare la differenza in periodi di piogge irregolari o in condizioni climatiche sempre più variabili. 

Un aiuto concreto dai microorganismi

“Quando ci hanno raccontato come funziona ci siamo subito interessati – spiega Quinto – il materiale si idrata, aumenta di volume e poi rilascia lentamente l’umidità. È un aiuto concreto per le radici, soprattutto su colture, come gli agrumi, che hanno un fabbisogno idrico molto elevato”. Durante la progettazione delle prove in campo, è emersa anche un’idea ulteriore: sfruttare il supporto come veicolo per l’inoculo di microrganismi benefici. “Poiché per applicarlo agli agrumi dovevamo necessariamente distribuirlo in forma liquida ci siamo detti: perché non aggiungere anche dei microrganismi utili? Non è facile inserirli in profondità con le tecniche tradizionali, mentre così avevamo un’occasione perfetta. È stata una decisione condivisa, nata dal confronto”. La sperimentazione è stata avviata su due filari di agrumi, scelti perché rappresentano una coltura tecnicamente adatta e in grado di fornire risultati misurabili entro la scadenza del progetto. L’obiettivo principale era verificare il potenziale risparmio idrico. “Un agrumeto consuma in media cinquemila metri cubi di acqua per ettaro – spiega Quinto – se riusciamo a risparmiarne anche solo mille, l’impatto – su centinaia di ettari – è enorme. Per questo, abbiamo impostato un confronto tra irrigazione al 100% e irrigazione all’80%, monitorando quotidianamente l’umidità del suolo e lo stato vegetativo delle piante”.

Dove la qualità incontra l’hi-tech

Per raccogliere dati precisi sono stati installati sensori ad alta tecnologia e sono state effettuate analisi periodiche del terreno, della sostanza organica e, successivamente, dei frutti. Oggi, a sperimentazione ancora in corso, i risultati preliminari sembrano incoraggianti. “A occhio non vedo differenze tra i due filari”, afferma Quinto. “Le piante hanno lo stesso vigore, gli stessi colori, gli stessi comportamenti. Se alla raccolta, tra fine marzo e inizio aprile, confermeremo che i frutti hanno le stesse caratteristiche, potremo dire di aver ottenuto gli stessi risultati con il 20% di acqua in meno. Sarebbe un traguardo importante”. Se i dati finali confermeranno quanto osservato in campo, la collaborazione con Beadroots potrebbe ampliarsi. “Potremmo valutare una sperimentazione più estesa, magari coinvolgendo altre aziende del consorzio, soprattutto se la startup riuscirà a rendere il prodotto disponibile a costi sostenibili” continua Quinto. “Il potenziale è grande, sia dal punto di vista agronomico sia dal punto di vista ambientale”. Al di là dell’aspetto tecnico, Quinto ha espresso un giudizio molto positivo sull’esperienza di Basilicata Open Lab, che ha reso possibile l’incontro tra le due realtà: “Non avevo mai avuto un contatto diretto con il mondo delle startup. È stato bello conoscere questi ragazzi, vedere quanto credono in quello che fanno. Ci abbiamo messo tempo, lavoro, anche investimenti. Il progetto nelle sue modalità è utilissimo, perché mette in relazione mondi che altrimenti non si incontrerebbero. Per noi il giudizio è assolutamente positivo”.