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“Idrosolidarietà” con Puglia, Campania e Calabria

Il valore strategico dell’acqua lucana destinata a più regioni. In programma molti interventi per l’efficientamento della rete e la riduzione delle perdite.

di Lucia Serino
25 maggio 2026
7 min di lettura
di Lucia Serino
25 maggio 2026
7 min di lettura

Questo articolo è tratto da Orizzonti n. 72

Partiamo dal valore di una risorsa: la Basilicata rappresenta un serbatoio idrico strategico per il Mezzogiorno, fornendo una quantità significativa di acqua alla Puglia e, in parte, alla Campania e alla Calabria. Il patto di “idrosolidarietà” tra regioni garantisce circa il 45 per cento del fabbisogno di acqua al Tavoliere, attraverso i principali invasi lucani. Analogamente, anche la Campania e la Calabria sono coinvolte in percorsi di gestione condivisa delle risorse idriche lucane, sulla base dello stesso modello di cooperazione interregionale. L’ultimo incontro tra Basilicata e Puglia, per aggiornare l’accordo di programma per la gestione dell’acqua, è di un paio di mesi fa: investimenti, tariffe, equità e sostenibilità all’ordine del giorno. Un incontro che si inserisce nell’ambito più complessivo della strategia di efficientamento del sistema infrastrutturale idrico, al quale andranno buona parte dei 180 milioni di euro di fondi di coesione 2021-2027, risorse nazionali complementari ai fondi strutturali europei dello stesso ciclo. Il via libera del Cipess (Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile) è del marzo scorso.

La rete complessa del sistema acqua lucano

La “grande fabbrica” dell’acqua lucana è un sistema molto complesso: invasi, traverse, opere di captazione di sorgenti e falde, reti di adduzione e distribuzione, impianti di sollevamento e potabilizzazione. Uno schema concepito e realizzato in gran parte negli anni Cinquanta e Sessanta, con l’obiettivo principale di sviluppare e valorizzare l’agricoltura, ampliato poi e integrato negli anni Settanta mediante la costruzione di nuove opere, al fine di soddisfare anche i fabbisogni civili e industriali. Tre gli schemi idrici principali: lo schema Jonico-Sinni, che si sviluppa a sud della regione; lo schema Basento-Bradano, nella parte centrale; lo schema Ofanto, in quella settentrionale. Oggi l’acqua lucana è destinata a circa 5 milioni di abitanti su più regioni, 100.000 ettari di terreni coltivati, diverse centinaia di aziende industriali. Considerata la geografia della Basilicata, con i suoi dislivelli, è evidente quale sfida tecnica complessa comporti ogni rubinetto aperto. E quanto sia ormai prioritario, considerate le crisi idriche degli ultimi anni, “trattenere” l’approvvigionamento e distribuirlo meglio, soprattutto con continuità. Lo sversamento in mare, ad esempio, dell’acqua in eccesso della diga lucana di San Giuliano, a pochi chilometri da Matera, aveva fatto insorgere gli agricoltori tarantini. Ora le risorse idriche saranno convogliate nella vasca di Girifalco e, da qui, verso l’area di Ginosa e l’intero comparto agricolo jonico.

Bisogna immaginarla, questa grande rete idrica: un serpentone sotterraneo che attraversa la regione, parte dalle grandi dighe (ci sono sedici invasi di grande e media dimensione), intercetta cinque fiumi (Bradano, Basento, Cavone, Agri e Sinni), si infila nelle viscere della terra e comincia il suo viaggio. Sale lungo i crinali, scende nelle vallate, si biforca, si restringe, si perde e si ritrova, attraversa paesi minuscoli, aggrappati alla montagna.

Ci sono tratti in cui l’acqua deve essere spinta, sollevata con energia, quasi costretta a risalire contro la gravità. Altri in cui scorre libera, ma si disperde, sfuggendo da tubature obsolete, da giunti consumati, da reti pensate in un’altra epoca. Rendere efficiente il sistema idrico è uno dei grandi temi dell’agenda regionale: il tasso di dispersione è alto, oltre il 50 per cento, con le comunità interne che continuano a fare i conti con interruzioni, pressione insufficiente, difficoltà di approvvigionamento e problemi per il sistema agricolo e industriale.

Eppure, in questa terra, l’acqua è sempre stata anche una scuola di resilienza. Lo racconta Matera, città che prima di ogni altra ha imparato a convivere con la scarsità, trasformandola in ingegno. Nei suoi sistemi di raccolta e conservazione – cisterne, canali, architetture ipogee – c’è una lezione antica: non sprecare, adattarsi, governare ogni goccia. 

Gli investimenti necessari per efficientare e attualizzare

È una memoria che oggi torna attuale, ma che, da sola, non basta più. Perché la modernità impone un salto: innovazione, digitalizzazione, controllo in tempo reale delle reti. Sensori che individuano le perdite prima che diventino ingovernabili, sistemi intelligenti che regolano pressioni e flussi, infrastrutture capaci di dialogare con i cambiamenti climatici. È su questo terreno che si gioca la partita dei recenti investimenti programmati. Si tratta di opere fondamentali per il futuro della regione. In particolare, i lavori di efficientamento riguardano alcune delle principali dighe lucane - Monte Cotugno, Pertusillo, Camastra, Acerenza, Genzano, Marsico Nuovo, Rendina, Toppo di Francia e Pantano di Pignola - e sono finalizzati a superare le limitazioni sulle quote di invaso imposte dal Ministero delle Infrastrutture, recuperando una capacità di accumulo oggi fortemente ridotta. Le risorse del Patto di Coesione si aggiungono ad altri fondi europei (Pnrr e Fesr 2021–2027), con i quali sono stati già avviati lavori per la riduzione delle perdite su circa 3.500 chilometri di rete, che interessano (dati della Prima commissione del consiglio regionale) 42 Comuni della Basilicata, per un bacino di utenza di oltre 214 mila abitanti. A gennaio scorso, inoltre, sono stati messi a disposizione sei milioni per il bacino del Pantano di Pignola e 500mila euro per la diga del Camastra. Il Commissario straordinario nazionale per l’adozione di interventi urgenti connessi al fenomeno della scarsità idrica, incardinato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha infatti firmato il decreto per l’assegnazione delle risorse, previste dalla legge di Bilancio.

Accanto agli interventi sul Pantano, il decreto assegna 500mila euro ad Acque del Sud (la nuova società pubblica che agisce quale fornitore all’ingrosso di acqua non trattata, per usi potabili, irrigui e industriali, agli acquedotti Pugliese, Lucano e al Consorzio Jonio Cosentino, oltre che ai consorzi di bonifica) per ulteriori lavori di efficientamento della diga della Camastra. Le risorse serviranno a predisporre le condizioni tecniche necessarie per richiedere alla Direzione generale per le dighe l’innalzamento di ulteriori due metri del livello massimo di invaso. Lavori necessari per scongiurare le crisi degli ultimi anni. Infine, la Basilicata ha candidato ulteriori 18 interventi nell’ambito del Pniissi, il Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico, che fa capo al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. La finalità è sempre la stessa: rafforzare l’approvvigionamento, ridurre le perdite e aumentare la capacità di risposta del sistema agli effetti dei cambiamenti climatici.

Questo il quadro del “cantiere” acqua. Poi c’è il rapporto che storicamente la Basilicata ha avuto e continua ad avere con la sua principale risorsa: basti pensare alle quattro onde azzurre dello stemma della regione, i suoi fiumi. E come non ricordare gli studi di Pietro Laureano, urbanista internazionale di Tricarico, grazie al quale i Sassi furono candidati a patrimonio Unesco per la straordinaria morfologia urbana, plasmata sulla rete idrografica di captazione e distribuzione delle acque. Oltre c’è solo la poesia del più grande: “I muri piovono acqua sorgiva”. E qui, con Scotellaro, ci fermiamo.