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L’Italia dell’energia: sviluppo industriale e competenze di eccellenza

Nel corso di un secolo, l’industria energetica ha contribuito a trasformare alcuni territori in poli tecnologici, generando professionalità e rafforzando il tessuto produttivo locale

di Francesca Zarri
30 aprile 2026
10 min di lettura
di Francesca Zarri
30 aprile 2026
10 min di lettura

Questo articolo è tratto da Orizzonti n. 71

Cosa ha significato la presenza dell’industria estrattiva per i territori nei quali si è sviluppata in Italia negli ultimi cento anni, e anche qualcosa di più?

Essa ha rappresentato, per alcune aree del territorio italiano, un formidabile acceleratore di sviluppo tecnico e industriale. Nei territori in cui Agip prima ed Eni poi hanno operato con continuità e scala significativa – il bacino di Gela in Sicilia, il distretto offshore e on-shore di Ravenna e, negli ultimi trent’anni, la Val d’Agri in Basilicata – l’attività estrattiva e di raffinazione non ha prodotto soltanto ricchezza mineraria e gettito fiscale, ma ha generato un patrimonio meno visibile eppure duraturo: competenze tecniche specializzate, standard operativi internazionali, cultura della sicurezza industriale e capacità progettuali che hanno trasformato e valorizzato il tessuto produttivo locale.

Viaggiamo insieme nel tempo e attraverso l’Italia e ripercorriamo questa storia che sa di industria ma, anche, di territori e di crescita comune.

Gela, esempio di una simbiosi totale

Partiamo da Gela. La città ed il suo territorio raccontano la storia più complessa e per certi versi la più significativa tra i tre casi analizzati: quella di un territorio che ha vissuto per oltre sessant’anni in simbiosi totale con l’industria petrolifera – scoperta del giacimento nel 1956, raffineria avviata nel 1964, picco produttivo tra gli anni Settanta e Ottanta – e che oggi affronta la sfida della reinvenzione industriale attraverso la transizione con la bioraffinazione. All’apice della sua attività, il sistema Gela includeva un giacimento onshore tra i più produttivi d’Italia, una raffineria con capacità di 9-10 milioni di tonnellate annue di greggio lavorato e un polo petrolchimico integrato, con un’occupazione diretta e indiretta che sfiorava le 15.000-17.000 unità su una città di 75.000 abitanti: un’incidenza senza pari nel panorama industriale italiano.

Fin dall’inizio delle attività, per Agip-Eni si è posta come sfida tra le più urgenti ed importanti quella della qualificazione e della formazione professionale della mano d’opera locale. Con la partecipazione del Ministero del Lavoro e della Regione Siciliana, costituì a Gela un centro di addestramento professionale per saldatori, tubisti e meccanici gestito dall’Istituto Nazionale di Addestramento e Perfezionamento dei Lavoratori dell’Industria, con la consulenza della stessa Agip-Eni. Nel campo della formazione dei lavoratori un’altra importante iniziativa fu quella dei Salesiani, benemeriti dell’istruzione professionale a tutti i livelli. La formazione professionale salesiana, in particolare i corsi di tubistica e saldatura, sono stati apprezzati da aziende metallurgiche e di costruzione in tutto il mondo. Chi di noi, che abbiamo lavorato per Agip-Eni nel mondo, non si è imbattuto in squadre di saldatori gelesi nel cuore dell’Africa o in Asia Centrale?

Il capitale di competenze tecnico-industriali accumulato in sei decenni di operatività è stato straordinario per questo territorio, formando generazioni di operatori specializzati in processi di raffinazione, manutenzione di impianti ad alta complessità, sicurezza industriale e ingegneria di processo.

Nel 2014 il cambio di rotta: Eni, nell’Accordo di Sviluppo con il Governo italiano, investe circa 2 miliardi di euro per la conversione del sito in bioraffineria per la produzione di HVO (Hydrotreated Vegetable Oil), favorendo la riconversione e la riqualificazione professionale di centinaia di lavoratori verso le nuove competenze richieste dai processi bio. Questa è una testimonianza di come il know-how industriale accumulato nei settori tradizionali possa costituire la base per la transizione energetica, a condizione di investire con continuità nella formazione e nell’innovazione tecnologica. Oggi la filiera locale conta tra le 130 e le 200 piccole e medie imprese con un’occupazione qualificata stimata tra i 2.200 e i 3.600 addetti. L’Università di Catania (UniCT), insieme alla Facoltà di Ingegneria e al Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura, ha sviluppato collaborazioni con Eni per ricerche in geochimica, ingegneria del petrolio e processi di bioraffinazione. Il polo di Catania è la principale istituzione universitaria di riferimento per il distretto industriale di Gela. 

Ravenna, caso avanzato e maturo di sviluppo

Il nostro viaggio nel tempo e lungo l’Italia si ferma poi a Nord, in Emilia-Romagna, dove Ravenna rappresenta il caso più avanzato e maturo di sviluppo industriale indotto dall’attività estrattiva in Italia: una città che, nel corso di mezzo secolo, ha costruito attorno alle piattaforme offshore dell’Adriatico un ecosistema produttivo di rilevanza europea, capace di competere con i grandi hub dell’industria offshore mondiale come Aberdeen, Stavanger e Rotterdam. Il Distretto Centro Settentrionale di Eni ha fatto di Ravenna la capitale italiana dell’offshore Oil&Gas, attraendo investimenti, competenze e tecnologie che si sono progressivamente stratificati nel territorio, generando aziende di eccellenza; ne citiamo solo alcune tra le più note: Rosetti Marino, Tozzi, Micoperi.  Ciascuna di queste società è nata come realtà contrattista locale, radicata nel territorio, ma oggi opera su scala globale, ben oltre i confini italiani, collaborando con clienti internazionali come Saudi Aramco, Total, BP ed Equinor. La filiera locale conta oltre 300 piccole e medie imprese altamente specializzate in costruzione di piattaforme, posa di pipeline subacquee, ispezioni con ROV (Remotely Operated Vehicle), manutenzione in ambiente marino e ingegneria offshore, con un’occupazione qualificata stimata tra i 10.000 e i 17.000 addetti. Il contributo all’Università di Bologna (Campus di Ravenna) e alla ricerca applicata nel campo dell’ingegneria del mare, della corrosione delle strutture offshore e del monitoraggio ambientale dell’Adriatico ha generato competenze accademiche riconosciute a livello europeo e una filiera di laureati tecnici continuamente assorbita dall’industria locale. La sfida attuale — con la produzione di gas adriatico ormai in fase di calo avanzato — è quella di trasferire il patrimonio di competenze offshore verso i mercati della transizione energetica: il Progetto Ravenna CCS per lo stoccaggio della CO2 nei giacimenti esauriti dell’Adriatico, l’eolico offshore e il decommissioning delle piattaforme dismesse rappresentano le traiettorie su cui la filiera ravennate sta già lavorando.

Il Campus di Ravenna dell’Università di Bologna (UniBo) ha sviluppato competenze specifiche nei settori della chimica industriale, dell’ingegneria ambientale e delle scienze marine, orientate alle esigenze dell’industria offshore. Il polo ravennate di UniBo ha beneficiato di accordi di ricerca con Eni, Saipem e altri operatori della filiera per lo sviluppo di tecnologie di monitoraggio ambientale marino, corrosione delle strutture offshore e gestione dei sedimenti marini. L’Università di Ferrara (UniFe) ha contribuito con ricerche in geologia degli idrocarburi, chimica industriale e materiali, spesso in collaborazione con le aziende della filiera ravennate. L’ITS (Istituto Tecnico Superiore) Marco Polo di Ravenna ha sviluppato percorsi formativi post-diploma orientati alle competenze richieste dall’industria offshore, diventando uno dei punti di riferimento nazionali per la formazione nel settore.

Basilicata, un trasferimento tecnologico senza precedenti

La nostra ultima, ma non ultima, tappa per importanza ed attualità, è nel cuore della Basilicata, dove negli anni Novanta ha avuto inizio la produzione del giacimento della Val d’Agri.

Un magnifico altopiano incastonato a 600 metri sopra il livello del mare, tra gli Appennini, che ha vissuto l’esperienza più intensa di costruzione di una filiera Oil&Gas dal nulla in un contesto di periferia economica e di elevatissimo pregio ambientale. A partire dagli anni Novanta, con l’avvio del Centro Olio di Viggiano (COVA), la presenza di Agip-Eni ha innescato un processo di trasferimento tecnologico senza precedenti per la regione: imprese locali che operavano in settori tradizionali come l’edilizia e i trasporti si sono progressivamente trasformate in fornitori specializzati di servizi di perforazione, manutenzione impiantistica, monitoraggio ambientale e ingegneria di processo. I fornitori hanno acquisito certificazioni ISO, standard API e qualifiche HSE di livello internazionale.

Alcune di queste imprese, seguendo le iniziative di investimento di Agip-Eni, sono oggi attive in Libia, Algeria, Iraq e nell’Africa subsahariana, portando competenze nate sulle colline del Potentino nei grandi bacini energetici del Mediterraneo allargato.

La filiera locale è articolata su più livelli: ad oggi, si stima un numero totale di 250-350 piccole e medie imprese lucane coinvolte nella filiera, con un numero che oscilla tra i 3.000 e i 5.000 addetti.

La presenza di un’industria estrattiva di scala europea ha avuto un effetto diretto sui percorsi di studio scelti dai giovani lucani. I corsi di Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio, Ingegneria Civile e Geologia hanno registrato un incremento delle iscrizioni nell’arco 2000-2015, correlato allo sviluppo della filiera Oil&Gas. Molti laureati UniBas sono stati assorbiti direttamente dalle aziende estrattive internazionali presenti, dai contractor della filiera o da aziende lucane attive nel settore.

Italia, un polo di eccellenza a livello internazionale

Il viaggio è terminato ed abbiamo toccato le tre tappe principali, quelle ancora oggi attive e protagoniste nella produzione Oil&Gas italiana, ma non dimentichiamo che questa industria, in Italia, ha le radici negli anni tra le due guerre: in quel periodo Agip, e non solo, produsse idrocarburi, prevalentemente gassosi, un po’ ovunque: in pianura Padana, e sugli Appennini centro settentrionali e meridionali, fu un motore potente di modernizzazione e di accesso all’energia diffuso (esistono ancora sugli Appennini reti di distribuzione di gas in bassa pressione estratto da piccoli operatori locali) e si integrò pienamente nella vita di provincia, divenendo motore silenzioso di benessere e di crescita. Non va dimenticato che, sebbene oggi l’Italia non figuri tra i principali produttori mondiali di idrocarburi, resta un polo di eccellenza riconosciuto a livello internazionale per lo sviluppo di competenze fondamentali, le uniche in grado di sostenere le filiere su cui si fonda la nostra sicurezza energetica.