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DECTET, il master transizione ecologica

Quindici studenti dell Unibas, selezionati per un percorso che intreccia formazione, imprese e politiche climatiche europee. Il coordinatore del master, Michele Greco, racconta la sfida

di Lucia Serino
30 aprile 2026
7 min di lettura
di Lucia Serino
30 aprile 2026
7 min di lettura

Questo articolo è tratto da Orizzonti n. 71

Ci incontriamo di buon mattino in un bar di via del Gallitello, a Potenza, prima di proseguire per il Campus di Macchia Romana (Università degli Studi della Basilicata) dove è appena iniziato DETECT (DEcarbonizzazione e Transizione Ecologica per Circolarità e Territori), il nuovo master universitario di I livello dell’anno accademico 2025-2026. Il professore Michele Greco, coordinatore del master, racconta la sua piccola storia personale, che poi coincide con la storia dell’ateneo lucano. “Io sono stato il primo laureato in ingegneria iscritto dal primo anno accademico della nostra università”, dice. “Allora era tutto nuovo: l’ateneo cresceva insieme alla regione. Qualcuno si trasferì subito qui a completare il corso di studi iniziato altrove. Io fui il primo a iniziare e terminare l’intero ciclo a Potenza”.

In quegli anni l’Università della Basilicata nasceva per dare una casa alle speranze lucane; oggi, quella stessa casa deve trasformarsi in un laboratorio d’avanguardia per non restare schiacciata da una crisi demografica che morde il tessuto sociale.

È passato un po’ di tempo da quella prima laurea, Greco è prorettore all’internazionalizzazione, oltre che docente di ingegneria idraulica, “ma l’idea che l’Università degli Studi della Basilicata debba crescere insieme al territorio è rimasta la stessa. Oggi affrontiamo sfide importanti come comunità: siamo dentro una grave crisi demografica, che è un punto critico nevralgico da molti punti di vista. Il futuro non ci attende, dobbiamo costruirlo, non inseguirlo”. La buona notizia, allora, è che proprio qui – in una regione che da anni è uno dei principali hub energetici italiani – sia appena partito un nuovo master universitario per formare le competenze specialistiche richieste dalla transizione ecologica. DETECT è un master che sembra cucito addosso alle necessità di questa terra. Avviato agli inizi di marzo, nasce nell’ambito di una stagione nuova per l’ateneo: quella del rafforzamento dell’alta formazione come strumento per trattenere talenti, formare nuove professionalità e accompagnare lo sviluppo industriale della regione.  “La Basilicata vive una condizione particolare”, spiega Greco. “La questione energetica è per noi tema quotidiano, economico, sociale e industriale. Proprio per questo abbiamo bisogno di competenze nuove, capaci di guidare la transizione senza ignorare la storia produttiva del territorio”.

Un piano formativo di alta specializzazione

Il percorso formativo nasce infatti per preparare professionisti in grado di progettare e gestire interventi di decarbonizzazione, applicare modelli di economia circolare e valutare gli impatti ambientali delle attività produttive, passando per lo studio dell’idrogeno e delle biomasse, con uno sguardo al nucleare. Dura un anno e prevede 1.500 ore di attività per un totale di 60 crediti formativi universitari. Promosso dal Dipartimento di Ingegneria dell’ateneo, si avvale anche della collaborazione scientifica della Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM). “L’analisi dei dati sull’andamento del mercato del lavoro – dice Annalisa Percoco, ricercatrice senior FEEM - fa emergere chiaramente alcune tendenze fondamentali che delineano la direzione delle professioni del futuro in Italia. Settori cruciali, quali l’intelligenza artificiale, la sostenibilità ambientale e la sanità digitale, stanno riscontrando una crescente espansione, segnalando una significativa trasformazione del panorama occupazionale. In particolare – aggiunge – con l’impulso degli investimenti e delle riforme per realizzare la transizione ecologica, nei prossimi anni la presenza di competenze green raggiungerà un peso sempre più rilevante nei piani di assunzione. La geografia energetica fa della Basilicata un territorio sperimentale interessante, dove testare e provare ad anticipare la risposta a queste dinamiche che impattano sul piano delle competenze e, quindi, del lavoro”.

La struttura didattica è pensata per tenere insieme formazione teorica e applicazione concreta. Venticinque crediti sono dedicati a lezioni, laboratori e seminari, mentre la parte più consistente – 32 crediti – riguarda il tirocinio formativo presso enti pubblici, aziende, centri di ricerca e realtà industriali partner. Tre crediti, infine, sono riservati alla prova finale.

“Abbiamo voluto costruire un percorso molto operativo”, racconta ancora Greco. “Chi esce da qui deve essere pronto a lavorare nella progettazione ambientale, nella gestione dei sistemi idrici ed energetici, nella consulenza sulle politiche climatiche o nelle utility che stanno affrontando la transizione”.

Un percorso per studenti e professionisti

Per questo primo ciclo sono arrivate 25 domande di partecipazione, un dato che ha colpito molto gli organizzatori, perché è un numero inatteso per un master specialistico in una regione piccola e segnata da una forte emigrazione studentesca. I posti disponibili erano 15. Tra i candidati non ci sono solo giovani laureati lucani, ma anche professionisti già inseriti nel mondo del lavoro e dirigenti aziendali che hanno sentito il bisogno di fare un reskilling, di aggiornare la propria ‘cassetta degli attrezzi’.

“È un segnale importante”, osserva Greco. “Significa che la transizione energetica qui da noi è una domanda reale di competenze”. I dieci candidati rimasti fuori sono stati indirizzati verso altri percorsi di alta formazione attivati dall’università nello stesso programma. Il master sulla decarbonizzazione, infatti fa parte di un progetto molto più ampio, il “Patto territoriale dell’alta formazione per le imprese”, siglato il 4 febbraio scorso tra Presidenza del Consiglio dei ministri, Ministero dell’Università e della Ricerca e Unibas.

Grazie a questo programma, l’ateneo lucano si è classificato al primo posto tra le università del Mezzogiorno, ottenendo un finanziamento di oltre nove milioni di euro. Il progetto prevede 31 borse di dottorato industriale e l’attivazione di otto master universitari tra il 2025 e il 2028 in ambiti strategici: qualità ambientale, agricoltura digitale, turismo sostenibile, diagnostica per il patrimonio culturale, bioconversione e radioprotezione.

“È un investimento sul capitale umano”, ha spiegato il rettore Ignazio Mancini in occasione della presentazione del ‘pacchetto’. “L’obiettivo è rafforzare il legame tra università, imprese e territorio, creando competenze capaci di sostenere l’innovazione nei sistemi produttivi”. Il progetto coinvolge associazioni di categoria, enti e agenzie pubbliche, cluster tecnologici e aziende partner. Una rete che prova a trasformare l’alta formazione in uno strumento di sviluppo regionale.

Resta sullo sfondo un non detto: chi sono oggi i giovani che studiano all’Unibas? Il dato dell’emigrazione studentesca è innegabile. Negli ultimi anni la regione ha perso migliaia di giovani, molti dei quali scelgono di studiare e lavorare altrove. Chi sono quelli che restano?

“Lo sappiamo bene”, dice Greco mentre finisce il caffè. “Ogni volta ritorna il dibattito: i ragazzi vanno fuori, l’università si svuota. Ma la risposta non può essere arrendersi. La risposta è costruire un’offerta formativa che dialoghi con il futuro”. “Noi siamo una regione piccola ma con una grande responsabilità”, aggiunge Greco. “Qui convivono petrolio, acqua, agricoltura e paesaggio. La sfida è governare questa complessità. E per farlo servono tecnici, ingegneri, economisti ambientali capaci di pensare il domani”.

Dettaglio non secondario: il corso è gratuito. Non solo, alla fine delle lezioni sono previste quindici borse di studio dell’importo di duemila euro ciascuna.