Roma, Papa Leone XIV partecipa alla presentazione della sua prim

THE VIEW – Imparare a pensare nel tempo dell’IA

Nell’enciclica Magnifica humanitas, Leone XIV richiama il valore di attenzione, pensiero critico e relazioni autentiche come fondamento dell’educazione.

04 giugno 2026
3 min di lettura
04 giugno 2026
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Di Rosario Cerra, Fondatore e Presidente, Centro Economia Digitale | CEO, Avantime

Firmata il 15 maggio 2026, nel 135° anniversario della Rerum novarum, e resa pubblica il 25 maggio, la Magnifica humanitas di Leone XIV affronta la custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale. Tra le sue pagine, quelle dedicate all'educazione delle nuove generazioni offrono una riflessione universale, rivolta a chiunque abbia a cuore il futuro dei giovani, dentro e oltre la fede.

La tecnologia ha già cambiato il modo in cui studiamo, lavoriamo e comunichiamo, e continuerà a farlo. L'enciclica la guarda senza timore e senza idolatria, e ricorda che ogni strumento educa chi lo usa: imparare a servirsi dell'intelligenza artificiale significa anche imparare a decidere quando metterla da parte. Il testo arriva a parlare, con un'immagine efficace, di un «digiuno» dall'intelligenza artificiale, perché la macchina non finisca per occupare lo spazio del pensiero. In gioco è ciò che scegliamo di continuare a fare noi, prima ancora di ciò che una macchina sa calcolare.

C'è una differenza di tempo che nessun aggiornamento colma. Lo schermo restituisce una risposta in un istante, mentre la comprensione matura con lentezza. Richiamando la Lettera settima di Platone, l'enciclica paragona le verità più alte a una scintilla che si accende solo dopo aver a lungo «sfregato» insieme idee ed esperienze, nel dialogo con gli altri. Questa conquista lenta è ciò che rende il pensiero intimamente nostro.

Educare resta un'esperienza profondamente umana, fondata su capacità che nessuna tecnologia può sostituire. Imparare a pensare, prima di tutto, chiede tempo: ritmi che lascino spazio al silenzio, alla lettura, allo studio che non cerca scorciatoie. L'enciclica usa un'espressione efficace, «igiene dell'attenzione», e mette in guardia da una formazione in cui il flusso continuo di informazioni prende il posto della riflessione. La seduzione più insidiosa è quella che fa sembrare inutile il pensiero proprio quando è più necessario. Così si possono accumulare molte conoscenze senza saper dare un orientamento alla propria vita.

Accanto al pensiero c'è il confronto con gli altri. La scuola, come ogni luogo di formazione, è una comunità prima che un servizio, e offre ciò che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso e relazioni di cui fidarsi. È nell'incontro che un'idea si misura con quella di un altro e diventa più solida. L'enciclica avverte, con finezza, che una tecnologia può imitare le parole dell'amicizia e dell'ascolto, eppure ciò che simula resta soltanto la parvenza di un legame. Il rischio più sottile, per i più giovani, è smarrire dietro un dialogo simulato il desiderio di cercare davvero l'altro.

E c'è la curiosità, radice del senso critico. Una domanda autentica vale più di una risposta pronta, perché tiene aperto il desiderio di capire. Educare significa aiutare i ragazzi a servirsi delle nuove tecnologie con spirito critico e creativo, senza subirne passivamente l'influenza, capaci di distinguere un'informazione verificata da un'eco che si ripete.

Tutto questo chiede adulti presenti. L'enciclica invita a riscoprire la vocazione di «artigiani dell'educare», un lavoro quotidiano e paziente, sostenuto da alleanze ampie tra famiglia, scuola e comunità. Investire nell'educazione, ricorda il testo, comincia da noi stessi.

La Magnifica humanitas chiama il presente «il cantiere del nostro tempo». Tra le immagini bibliche che lo attraversano c'è quella di Neemia, che ricostruisce una città ricominciando dai legami tra le persone, prima che dalle pietre. Vale anche per l'educazione: i giovani che accompagniamo oggi, con pazienza e fiducia, sono il modo concreto in cui una comunità sceglie gli orizzonti del proprio futuro.

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