Un effetto collaterale e paradossalmente positivo del COVID è stato quello di avere imposto ad un paese come l’Italia, tradizionalmente conservatore se non addirittura refrattario nei confronti della digitalizzazione e più in generale delle nuove tecnologie, l’adozione piena di nuove modalità di lavoro, di studio e di socializzazione attraverso la Rete.
Ed in un certo senso ha reso tutti noi più consci del fatto che le azioni fatte da vari governi a partire dal 2016 per portare davvero la Banda Ultra Larga ovunque in Italia, anche in tutte quelle zone fino ad ora marginalizzate in un drammatico digital divide, avevano una drammatica attualità. Azioni che però erano rimaste fino ad allora in gran parte solo sulla carta.
L’impossibilità di spostarsi e di incontrarsi ha fatto vedere come il paese reale fosse drammaticamente diviso: da un lato chi aveva connettività e che ha scoperto che si può lavorare, studiare, interagire con la Pubblica Amministrazione, prenotare o consultare Servizi Sanitari ed ovviamente divertirsi guardando film o eventi sportivi senza muoversi da casa, e senza produrre montagne di carte inutili o quintali di CO2 e di sostanze inquinanti. Dall’altro, il resto del paese che si è sentito sempre di più marginalizzato non più soltanto per la difficoltà di accedere al web, alla posta elettronica o alle reti sociali, ma addirittura per l’impossibilità di godere dei diritti fondamentali che sono scritti nella nostra Costituzione.
E quindi non a caso è stato il Governo Draghi, quello che ha traghettato l’Italia fuori da quella emergenza, che tra le prime iniziative lanciate con i fondi del PNRR ha messo il Piano “Italia a 1 Giga” che portava più su l’asticella della maturità tecnologica del paese, aggiornando i piani precedenti e dando fondi certi per il suo completamento.
Ma questa è la nazione delle grandi visioni e delle pessime realizzazioni, per cui il combinato disposto di incapacità manageriali e di miopia delle amministrazioni locali ha prodotto il risultato che oggi, nel 2026, siamo ancora lontani da una effettiva disponibilità globale di una connettività adeguata ai nostri tempi ed alle nostre necessità. Tuttavia, è innegabile che qualcosa è cambiato e che ci sono sempre di più aree del paese che finalmente a portata di un click dal raggiungere servizi e informazioni come le nazioni più evolute tecnologicamente.
Questo cambiamento ovviamente si è avvertito di più nel nostro Sud, e di più in quei settori come il lavoro e lo studio che avevano la principale responsabilità della attuale emarginazione economica e sociale di territori che paradossalmente nel passato erano invece stati centri di cultura e sviluppo. Lo smartworking insieme ai corsi di formazione ed alle università telematiche sono esempi di fenomeni che ormai fanno parte di una timida ma innegabile rinascita del Mezzogiorno, e che caratterizzano una generazione di giovani che sanno di poter essere protagonisti del proprio futuro e di quello del proprio paese senza essere obbligati a lasciare casa ed affetti.
Tuttavia, oggi non solo l’Italia ma tutta l’Europa è chiamata a rispondere ad altre sfide, come sempre portate dallo sviluppo tecnologico, e che mettono a repentaglio il benessere non più come prima di aree limitate e periferiche dei suoi 27 membri, ma che mettono a serio rischio non solo lo sviluppo economico ma addirittura la capacità di difendere quello stile di vita europeo che è fatto di libertà di pensiero e di impresa, di accesso generalizzato a scuola e sanità, insomma del pieno rispetto dei diritti di cittadinanza.
Oggi le possibilità di sviluppo economico e sociale di un territorio si misurano non solo sulla capacità di poter avere accesso ad infrastrutture quali reti di trasporto e di comunicazione ma sempre di più nella disponibilità di piattaforme di Intelligenza Artificiale e dei prodotti e servizi connessi a questa tecnologia come la Robotica, l’Automazione, le Biotecnologie. E le recenti vicende della politica transatlantica ci stanno facendo capire che tale disponibilità ci può essere garantita solo se come unione di stati riusciremo ad essere indipendenti anche nello sviluppo autonomo di tutte quelle componenti che ne sono il fondamento: centri di supercalcolo, processori ad elevatissime prestazioni, componentistica digitale e quantistica.
In questo scenario, il nostro Sud può essere decisamente protagonista. E non solo per la qualità della ricerca e per la capacità di innovazione che proprio in questi settori hanno vere eccellenze nelle nostre università così come le più moderne infrastrutture necessarie ai loro progetti. Ma per la maggiore disponibilità di quei giovani talenti che desiderano solo di essere messi in grado di studiare e di mettere in pratica in iniziative sfidanti le metodologie apprese, e che sono il vero motore di qualsiasi sviluppo economico e sociale.