C'è un palazzo a Montalbano Jonico, in provincia di Matera, che si chiama Guida-Romeo. Lo hanno costruito intorno al 1540, è disabitato, in parte in vendita, e nessuno ci passa davanti pensando all'Alfa Romeo. Eppure, è lì che comincia la storia del marchio.
Le origini della famiglia Romeo affondano in Basilicata: il nonno dell'ingegnere partì da Cirigliano - il più piccolo comune della provincia di Matera - e si stabilì a Montalbano Jonico, dove nacque Maurizio, il padre di Nicola. Maurizio Romeo rimase orfano da bambino, diventò maestro elementare, emigrò a Sant'Antimo, nel napoletano.
Il primogenito, nato il 28 aprile 1876, futuro ingegnere, costretto da ragazzo ad andare a piedi fino all'istituto tecnico di Napoli e a dare ripetizioni per pagarsi gli studi, si laureò in ingegneria civile a Napoli, poi andò a Liegi per una seconda laurea in elettrotecnica, poi in Francia e Germania a studiare i settori dove l'Europa cresceva più in fretta. Non era il percorso formativo tipico del figlio di maestro elementare lucano di fine Ottocento. Era però il percorso di un uomo che sapeva esattamente cosa volesse.
Il resto è costruito su quella stessa logica: vedere prima degli altri, muoversi prima degli altri. Nel 1906 fondò la "Ing. Nicola Romeo & C.", che commerciava macchinari per la produzione di aria compressa della statunitense Ingersoll-Rand. Quando, nel 1915 l'Italia entrò in guerra e lo Stato gli disse che acquistava solo prodotti del Nord, Romeo non protestò: rilevò l'ALFA, l'Anonima Lombarda Fabbrica Automobili che era in liquidazione, la riconvertì all'industria bellica e produsse tra l'altro il "Piccolo Italiano", un motocompressore che nel 1916 rese possibile scavare la galleria sul Col di Lana, riempirla di dinamite e far saltare una postazione austriaca.
Il biscione milanese, in quel momento, funzionava grazie alle macchine di un imprenditore di origine lucana. .
Finita la guerra, l'azienda divenne Alfa Romeo. Romeo avrebbe voluto utilizzare l’immagine del Vesuvio al posto del biscione, ma la vecchia proprietà minacciò di far saltare il contratto. Tenne il biscione e ci aggiunse il suo cognome. Fu la scelta giusta. Il marchio acquisì, in quegli anni, una reputazione sportiva internazionale, e Enzo Ferrari — che all’epoca guidava le Alfa - alla morte di Romeo scrisse di lui come di chi «ci insegnò ad affrontare, con serena audacia, la via del rischio e della vittoria».
Il fallimento della Banca Italiana di Sconto, che deteneva la maggioranza delle azioni, deteriorò i rapporti con gli altri soci. Romeo fu estromesso nel 1925 e lasciò l'azienda nel 1928. Tenne per sé le Officine Ferroviarie Meridionali di Napoli, con l'idea di usarle da volano per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno. Non andò come sperava. Nel 1929 fu nominato senatore del Regno, e continuò parallelamente a occuparsi di geometria pura.
Con i primi guadagni aveva finanziato un orfanotrofio a Napoli, in memoria del padre rimasto orfano da bambino. È un dettaglio che dice qualcosa su come tenesse il filo con la storia della sua famiglia - quella storia lucana di orfani, maestri elementari e promesse di riscatto.
Morì il 15 agosto 1938. A Montalbano Jonico, il palazzo Guida-Romeo - quello dove era nato suo padre - è ancora in piedi, disabitato. Una via porta il suo nome. Pochi sanno il perché.