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Non tutte le montagne sono uguali

I nuovi criteri delle aree interne: la Basilicata chiede parametri che misurino fragilità reali e diseguaglianze

22 gennaio 2026
3 min di lettura
22 gennaio 2026
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22/01/2025 - C’è montagna e montagna. Una cosa è vivere a San Paolo Albanese, nel Pollino. Altro è affacciarsi, da Agerola, sulla Costa d’Amalfi. Una cosa è chiamarsi Cortina, altro Randazzo. Tecnicamente si tratta sempre di aree montane, titolate ad avere la stessa attenzione e le stesse risorse. Si chiamano fondi di coesione, proprio quelli che, nel 2026, sono più a rischio “erosione” per le diverse priorità di spesa che il contesto europeo sta richiedendo. E così nel dibattito nazionale che si è aperto sulla revisione dei criteri per la definizione delle aree montane e sulla conseguente riduzione dei comuni beneficiari, l’Osso d’Italia torna al centro dell’agenda politica. In molte regioni dello scheletro d’Italia, dalle Alpi all’Appennino alle isole, amministratori e comunità locali esprimono la stessa preoccupazione: una riforma costruita su parametri astratti rischia di colpire proprio i territori più fragili, quelli che già oggi fanno i conti con spopolamento, invecchiamento e carenza di servizi essenziali. La Basilicata vive questo confronto con particolare preoccupazione. Qui la posizione dell’Anci lucana, che rappresenta tutti i 131 comuni della regione, si inserisce in una riflessione più ampia che attraversa il Paese: il sistema finora adottato per individuare le aree montane è stato certamente troppo estensivo, finendo per mettere sullo stesso piano realtà profondamente diverse. Il paradosso, denunciato anche in altri contesti nazionali, è evidente: un comune dell’entroterra lucano non può essere assimilato a territori ben collegati, ad alta vocazione turistica e con un’offerta di servizi incomparabilmente più ricca, pur formalmente classificati come “montani”. Da qui la necessità, condivisa da molte aree interne italiane, di superare una logica meramente amministrativa e di adottare criteri capaci di leggere la complessità dei territori. Non basta l’altitudine o la collocazione geografica: contano la densità abitativa, la dispersione degli insediamenti, l’indice di vecchiaia, il tasso di povertà, la distanza dai servizi essenziali. È su questi indicatori che dovrebbe poggiare una nuova stagione di politiche pubbliche, se davvero si vuole contrastare la marginalizzazione di ampie parti del Paese. E’ per questo che la Basilicata ha proposto di ospitare una sessione della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome dedicata allo stato dei servizi pubblici nelle aree interne. Un modo per costruire un luogo di confronto nazionale tra Governo, Regioni, sindacati, imprese, terzo settore ed esperti per progettare soluzioni concrete e durature.

Senza servizi non c’è coesione e senza coesione non c’è sviluppo. Un piccolo esempio. Ad Irsina si è finalmente avviata una nuova mensa scolastica con un servizio cottura che servirà non solo agli studenti ma sarà di supporto anche alla Rsa, dunque agli anziani, e alle strutture di  minori  immigrati non accompagnati. Una storia che dimostra come investire nei servizi di base significa rafforzare la tenuta sociale dei territori: sostenere le famiglie, rendere attrattive le comunità, contrastare lo spopolamento. È questa la sfida che attende la Basilicata e le aree interne italiane: garantire diritti e qualità della vita a chi vive nei luoghi più fragili del Paese 

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