Il paesaggio prende vita
Il presidente del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val d'Agri Lagonegrese, Antonio Tisci, spiega come natura, borghi, cammini e filiere agroal...
Ultimo aggiornamento:
20 luglio 2026
Questo articolo è tratto da Orizzonti n. 73
Quando si parla di turismo in Italia, il pensiero corre spesso alle grandi città d’arte o alle località balneari. Eppure, cresce sempre di più una domanda diversa: quella di chi cerca esperienze autentiche, paesaggi da attraversare lentamente, comunità da conoscere, storie da ascoltare. È il turismo dei cammini, delle biciclette, dei piccoli borghi, dell’enogastronomia legata ai territori. Un turismo legato a una nuova idea di sviluppo ambientale: una visione che non confonde la tutela con la semplice conservazione, che mette l’uomo in equilibrio con gli ecosistemi naturali e che considera il patrimonio ambientale non un vincolo, bensì una risorsa da valorizzare in modo sostenibile, creando opportunità, lavoro e qualità della vita per le comunità che abitano quei luoghi.
In Basilicata questa sfida riguarda da vicino il Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese, una delle aree protette più estese del Mezzogiorno, custode di biodiversità, tradizioni e paesaggi ancora poco conosciuti dal grande pubblico. Negli ultimi anni il Parco ha scelto di investire su un modello di sviluppo fondato sulla sostenibilità, sull’ascolto delle comunità locali e sulla costruzione di nuove esperienze turistiche capaci di generare economia senza alterare l’identità dei luoghi.
Ne parliamo con il presidente del Parco, Antonio Tisci, per capire come sta cambiando il modo di raccontare e vivere l’entroterra lucano e quali opportunità si aprono per un turismo sempre più lento, esperienziale e consapevole. Tisci è anche il coordinatore della cabina di pilotaggio per la transizione ecologica dei Parchi dell’Appennino meridionale, istituita in sinergia con il Ministero dell’Ambiente.
Presidente Tisci, lei utilizza spesso l’espressione “il Parco come comunità viva”. Che cosa significa concretamente? Come si passa dall’idea di area protetta a quella di territorio abitato che produce opportunità?
È, in realtà, molto più semplice di ciò che sembra. Basta abbandonare le utopie ideologiche per ripiegarsi sulla realtà. L’ambiente, come la stessa etimologia della parola ci rivela, è ciò che ci circonda, con l’individuo al centro. L’uomo non è una creatura tra le creature, è il custode del creato e, nei millenni, ha modificato il territorio non banalmente per snaturarlo, ma per le proprie esigenze. L’ecosistema reale è quello che ha modificato e che continua a modificare l’uomo. Ritengo che l’eden sia una visione onirica. La realtà ci dice che la vita è esistenza e l’esistenza è prendersi cura e, quindi, modificare ciò che ci circonda, rispettando ovviamente l’ecosistema. Un bosco, per esempio, ha una triplice natura: da un lato è forestazione (ovvero attività ordinativa e utilizzatrice dell’uomo), dall’altra è un luogo dove si sviluppa un sistema di relazioni tra esseri viventi e, infine, possiamo riconoscergli, nella sua dimensione verticale, una forma di sacralità della creazione. Se si comprende questa complessità, si può capire perché vada indirizzata verso il protagonista dell’ambiente che è appunto l’uomo, intorno al quale tutto ruota.
Passiamo dal pensiero ai fatti. Alla BIT avete presentato proposte che puntano su outdoor, biciturismo, cammini, borghi ed esperienze enogastronomiche. Qual è il visitatore che avete in mente? Chi è oggi il turista ideale dell’Appennino Lucano?
Il turismo ha molte facce ed il turista cerca le molte facce del turismo. Se vai a visitare la Reggia di Caserta non cerchi quello che cerchi nella vicina Capri. Io credo che noi siamo in grado di offrire non solo un ecosistema pulito ma anche un ambiente reale. Nei nostri paesi la gente ancora vive. I bambini vanno a scuola, c’è il salumiere, il tabaccaio e il farmacista. Insomma, esiste la dimensione reale della vita rustica, non una sua riproduzione. Tutto ciò è la grande forza del nostro territorio. Noi dobbiamo essere in grado di attirare le persone che vogliono attraversare un bosco per arrivare in un pascolo dove ancora si fa la transumanza e concludere la giornata in un agriturismo, dove vanno anche gli abitanti del posto, e magari chiudere la serata nel bar del paese giocando a tressette con gli astanti abituali. Oggi lo chiamano turismo esperienziale, che può attirare numeri importanti e non invadenti di turisti alto spendenti.
I giovani cercano sempre meno la vacanza standardizzata e sempre più esperienze autentiche. Il Parco può diventare una palestra di nuove professioni legate all’accoglienza, alle guide ambientali, alla narrazione del territorio e ai servizi turistici?
Deve diventarlo. L’accoglienza e la gestione del tipo di turista che ho delineato prima necessita di grandi competenze. Chi viene per visitare un luogo vissuto vuole vederne le bellezze naturalistiche, paesaggistiche e architettoniche ma, soprattutto, vuole sentirsi accolto nel contesto. Noi abbiamo appena approvato la formazione di nuove guide parco ma vogliamo anche formare gli operatori della ricezione. La pista ciclabile che stiamo realizzando, nella mia idea, deve avere le stazioni di ricarica delle bici presso gli alberghi e gli agriturismi che, però, devono avere la formazione per accogliere questo tipo di turisti e diventare motel per ciclisti.
Uno dei temi centrali del turismo sostenibile è la permanenza: convincere le persone a fermarsi più giorni. Quali sono oggi gli elementi che possono trattenere un visitatore nel Parco e trasformare una semplice escursione in un soggiorno?
Mettere a sistema le varie idee, strutture e paesaggi. Io devo, per esempio far capire, che si può visitare nel parco un osservatorio astronomico, un centro studi sulla biodiversità, alcuni paesaggi unici e trattenersi in attività… Insomma il pacchetto parco.
L’Appennino Lucano custodisce una straordinaria biodiversità, ma anche produzioni agroalimentari identitarie. Quanto conta oggi il legame tra tutela ambientale e valorizzazione delle filiere locali?
Se noi siamo quello che mangiamo, un territorio è quello che produce. Un prodotto gastronomico ha quel sapore perché è prodotto in quel territorio. Un formaggio prende il sapore delle erbe che le vacche mangiano, dell’acqua che bevono, un prosciutto si arricchisce dell’aria che circonda i luoghi di produzione. Le filiere produttive del Parco sono il prodotto di una certificazione di qualità ambientale che noi dobbiamo anche analizzare e garantire. L’idea da sviluppare è quella di creare il marchio del Parco che, messo sui prodotti, certifichi che quell’alimento è realizzato nel territorio del Parco, ovvero in un’area sottoposta a vincoli e controllo ambientali rigorosi. Io credo che possa dare un ulteriore vantaggio competitivo alle produzioni.
Molte aree interne italiane combattono contro spopolamento e invecchiamento. Il turismo può essere una risposta reale oppure rischiamo di attribuirgli responsabilità che non può sostenere da solo?
Il turismo non è la risposta a tutte le domande occupazionali. Il turismo occupa una nicchia economica che può essere più o meno importante ma che non copre tutti i bisogni occupazionali. Io non voglio un territorio cartolina da portare all’estero, da ammirare e in cui recarsi una volta l’anno come ai cimiteri. Un territorio ha bisogno di industrie, di fabbriche, di terziario, di agricoltura. Basta confrontare il reddito medio delle zone industrializzate, anche della stessa Basilicata, con quello delle zone meno industrializzate per comprendere quanto impatti l’industria sulla qualità della vita. Al di là delle polemiche ideologiche, senza industria e senza energia non c’è sviluppo. Questo esula dalle competenze del Parco ma, per le poche residuali competenze che restano all’ente, io credo che sia necessario favorire la creazione di distretti produttivi.
La sostenibilità è una parola molto usata, talvolta abusata. Come si misura davvero il successo di un parco: con il numero dei visitatori o con la qualità dell’impatto che quei visitatori lasciano sul territorio?
Il successo di un parco si misura sull’identificazione che i cittadini del parco hanno dello stesso come opportunità e non come gabbia. Qualche giorno fa alcuni sindaci di comuni confinanti con il territorio del parco mi hanno chiesto di entrarne a fare parte. Fino a ieri c’erano domande per uscirne, oggi se ne coglie l’opportunità. Questa è la misura del successo del parco.
Se dovesse accompagnare personalmente un visitatore per una sola giornata nell’Appennino Lucano, quale itinerario sceglierebbe e quale storia gli racconterebbe per fargli capire l'anima profonda di questi luoghi?
Partirei da Grumentum per mostrare le rovine dell’antica città romana e di una delle più antiche diocesi cattoliche d’Italia. Lo farei non solo per spiegare che tutto è iniziato là ma anche per dire che uomini di pianura che parlavano latino lasciarono quella città per trasferirsi sui monti della Val d’Agri, fondando nuovi paesi quando la civiltà romana andò in crisi. Difendere la popolazione era impossibile e si doveva cercare rifugio da pestilenze e barbari. Poi andrei a visitare le importanti presenze che legano l’uomo al sacro, come i santuari mariani extra moenia ma anche le tracce monastiche francescane e domenicane. Lo condurrei a visitare le praterie di orchidee, che esistono solo perché il pascolo ancora viene difeso dai pastori contro l’avanzata del bosco. Arriverei nelle strutture che sta costruendo o ha già costruito il nostro Ente per far conoscere e studiare il territorio. Porterei a visitare il laudemio, che è il lago glaciale più a sud dell’emisfero boreale; la diga del Pertusillo, che è un invaso artificiale e ci racconta di come l’uomo ha plasmato l’ecosistema e il piccolo lago Sirino. Porterei il turista nel paradiso dei rapaci e, infine, concluderei il viaggio sul Monte Sirino, dalla cui vetta si possono vedere a destra le Eolie e a sinistra il Golfo di Taranto, perché ogni viaggio termina con una ascensione verso l’alto che apre all’infinito dell’orizzonte.