Oltre i record
Il turismo italiano vive una fase di espansione, ma il successo non si misura solo dal numero di visitatori. Tanti i fattori che servono per consol...
Ultimo aggiornamento:
20 luglio 2026
Questo articolo è tratto da Orizzonti n. 73
Il turismo italiano vive una stagione di numeri straordinari. Il primo trimestre 2026 si è chiuso con 71,6 milioni di presenze in Italia, in crescita del 16% sullo stesso periodo del 2025: a trainare la dinamica è soprattutto la componente internazionale, con le presenze straniere salite del 23% a oltre 39 milioni, mentre la domanda domestica cresce in modo più contenuto (+9%). Numeri che si inseriscono in un settore che, secondo le stime ENIT, vale 237,4 miliardi di euro di PIL e il 13,2% dell’occupazione nazionale, con proiezioni a dieci anni che indicano un’ulteriore crescita fino a 282,6 miliardi nel 2035. Solo l’anno scorso i viaggiatori stranieri hanno speso in Italia 60,4 miliardi di euro per il turismo, una cifra che nel prossimo decennio potrebbe avvicinarsi agli 80 miliardi.
Dietro questi record si nasconde però una domanda che, come Federturismo, poniamo da tempo: la crescita quantitativa coincide sempre con lo sviluppo sostenibile? I dati a nostra disposizione offrono una risposta articolata, che è anche la chiave di lettura delle diverse anime del turismo italiano.
Il paradosso della concentrazione
Il primo dato strutturale è la disomogeneità della distribuzione dei flussi sul territorio. Il modello di sviluppo turistico italiano si è storicamente concentrato su un numero ristretto di destinazioni iconiche – le grandi città d’arte e le mete balneari più note – lasciando enormi margini di capacità ricettiva e di attrattività ancora inespressi nel resto del Paese. È un tema che osserviamo da vicino nei tavoli con il Ministero del Turismo: la sfida non è ridurre i flussi verso le destinazioni di massa, ma costruire le condizioni perché altri territori possano competere con un’offerta turistica strutturata e non episodica.
L’altra Italia che cresce
Ed è qui che entra il secondo dato, il più interessante per chi lavora sulla sostenibilità economica del settore: la spinta della domanda internazionale non riguarda più solo le grandi mete tradizionali. La crescita del 23% delle presenze straniere nel primo trimestre 2026 conferma che l’attrattività italiana si sta progressivamente allargando ed è coerente con un trend che osserviamo anche nei segmenti legati alla destagionalizzazione: nel solo comparto degli affitti brevi, le notti prenotate nel primo trimestre 2026 hanno raggiunto 8,7 milioni, in crescita del 7% sull’anno precedente – un indicatore di come la domanda si stia distribuendo su formule ricettive più diffuse sul territorio, non più concentrate esclusivamente nelle strutture alberghiere delle città d’arte.
Il prezzo della crescita
Un terzo elemento da monitorare con attenzione è quello dei prezzi. I servizi turistici continuano, infatti, a crescere: ad aprile 2026 ristoranti, bar e pizzerie hanno segnato un +3,2% su base annua, e oltre +10% rispetto a tre anni fa. È un dato che, come Federturismo, guardiamo con particolare attenzione, perché la sostenibilità economica del turismo italiano non può fondarsi solo sulla crescita dei volumi, ma deve misurarsi anche con la tenuta del potere d’acquisto dei visitatori e con la competitività di prezzo delle destinazioni rispetto ai principali competitor europei.
La bilancia turistica conferma la solidità
Anche i dati di bilancia dei pagamenti raccontano una traiettoria positiva: nel trimestre conclusosi a gennaio 2026 l’incremento delle entrate turistiche (+3,7%) è risultato superiore a quello delle uscite (+2,3%), con una crescita della spesa dei viaggiatori esteri sostanzialmente equilibrata tra paesi UE (+3,8%) ed extra-UE (+3,6%). È un segnale di salute strutturale per il comparto, che si somma al saldo turistico già ampiamente positivo della bilancia dei pagamenti italiana.
Un moltiplicatore, non un vincolo
Il punto che Federturismo sottolinea nei tavoli istituzionali è che la sostenibilità del turismo italiano non va letta solo in chiave ambientale, ma come leva di redistribuzione del valore economico sui territori e lungo tutto l’arco dell’anno. La crescita dei prossimi anni non si misurerà soltanto in arrivi e presenze, ma nella capacità di trasformare un patrimonio già straordinario – turistico, paesaggistico, enogastronomico – in un sistema coordinato capace di generare valore diffuso, destagionalizzato e duraturo per l’intero Paese. È la sfida su cui, come Federazione, continuiamo a lavorare ogni giorno nel confronto con le istituzioni.