La carta nascosta della svolta energetica
Acqua e transizione: intervista a Salvatore Masi, docente di ingegneria sanitaria ambientale all’Università della Basilicata.
Ultimo aggiornamento:
25 maggio 2026
Questo articolo è tratto da Orizzonti n. 72
Tanta acqua. Lo spiega bene Salvatore Masi, professore di Ingegneria sanitaria ambientale presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Università degli Studi della Basilicata. Da oltre venticinque anni si occupa di attività di ricerca sul trattamento di reflui civili e industriali, acque potabili, gestione dei rifiuti e bonifiche in collaborazione con enti ed istituzioni.
Professore, lei dice: non c’è transizione senza acqua. Perché?
La transizione ecologica, e in particolare quella energetica, ha un presupposto fisico imprescindibile: la disponibilità di acqua. È un aspetto che tende a essere sottovalutato nel dibattito pubblico. Pensiamo alla bioenergia: per produrla servono terreni, ma soprattutto acqua.
Le filiere della bioenergia, come molte attività agricole, richiedono una gestione attenta delle risorse idriche. Per questo oggi la sfida non è tanto ridurre queste produzioni, quanto renderle sempre più efficienti e integrate in un modello circolare.
Questo significa che la produzione di bioenergia rischia di entrare in competizione con altri usi dell’acqua?
Qual è, dunque, la soluzione?
Di cosa si tratta?
Questo ha implicazioni anche sul piano climatico?
C’è la questione, fondamentale, dei rischi sanitari.
Anche le microplastiche sono una preoccupazione crescente.
Avete anche altri progetti in corso?
Quando parliamo di acqua lucana in realtà ci riferiamo a una dimensione territoriale più ampia, giusto?
Assolutamente sì. Il caso lucano è emblematico, ma va letto in una scala almeno interregionale.
La Basilicata presenta un consumo relativamente contenuto, nell’ordine dei 50-60 milioni di metri cubi annui, a fronte però di una disponibilità ben più ampia: una parte significativa della risorsa viene infatti trasferita verso la Puglia. In Basilicata le acque reflue urbane, scaricate nei fiumi, possono essere intercettate a valle e riutilizzate, anche a distanza di decine di chilometri, generando forme spontanee – seppure non sempre pianificate – di riuso. La Puglia, al contrario, ha una configurazione territoriale e demografica profondamente diversa: circa quattro milioni di abitanti, in larga parte concentrati lungo la fascia costiera. Qui i depuratori scaricano prevalentemente a mare, configurando un tipico ciclo aperto: l’acqua viene captata – spesso proprio da regioni come la Basilicata ma non solo – utilizzata una sola volta e poi restituita all’ambiente marino, senza ulteriori riusi.
Guardando al futuro, quale modello immagina?
Chimica sostenibile e depurazione delle acque
Una tesi di laurea, un laboratorio universitario, una ricerca che tiene insieme innovazione e tutela ambientale. L’ultima edizione del premio intitolato a Giorgio Squinzi, figura simbolo dell’industria chimica italiana, già presidente di Confindustria e di Federchimica, è stato assegnato anche a una giovane laureata dell’Università degli Studi della Basilicata, Veronica Pasquariello, di Marsicovetere, in Val d’Agri, “my sweet valley” dice lei.
Centodieci e lode e un secondo premio regionale che è arrivato da parte dallo Zonta club di Potenza subito dopo quello di Federchimica. Il titolo della tesi è per addetti ai lavori, lo riportiamo testualmente: “Degradazione elettrochimica della venlafaxina e identificazione dei prodotti di trasformazione mediante LC-MS”. In altre parole, si tratta di uno studio
su come neutralizzare un farmaco - la venlafaxina (usato per la gestione dell’ansia) - che, una volta disperso nelle acque reflue, può avere effetti nocivi sugli ecosistemi acquatici. In generale - è la premessa dello studio di Pasquariello - è importante rivolgere attenzione all’impatto che hanno sull’ambiente i farmaci che utilizziamo quotidianamente. Non li vediamo, ma ci sono: nelle acque, nei fiumi, nei sistemi naturali. “La sfida era trovare un modo efficace e sostenibile per eliminarli”, ha raccontato con legittimo orgoglio ai microfoni del Podcast Kaleidoscope sulle eccellenze lucane.
La ricerca, sviluppata sotto la supervisione della professoressa Rosanna Ciriello, del Dipartimento di Scienze dell’Unibas, si inserisce in uno dei filoni più avanzati della chimica ambientale: quello delle tecniche di ossidazione elettrochimica. Si tratta di processi che utilizzano l’energia elettrica per innescare reazioni capaci di degradare molecole complesse e potenzialmente pericolose, trasformandole in composti meno dannosi.
La ricercatrice ha lavorato su un sistema che non solo degrada la venlafaxina, ma permette anche di identificare i prodotti di trasformazione. “È un passaggio fondamentale - spiega - perché non basta eliminare una sostanza: bisogna sapere cosa resta dopo, per evitare effetti collaterali inattesi”. Lo studio rientra infatti nella ricerca d’ateneo sulle tecniche sostenibili per la tutela ambientale e la riduzione dell’inquinamento delle acque, con particolare attenzione allo sviluppo di metodologie applicabili su scala industriale, rendendo praticabili e accessibili le soluzioni tecnologiche.