THE VIEW - Un decimale che ci costa molto caro
Cosa significa per i conti pubblici e per le scelte economiche del governo il deficit al 3,1%, un decimale sopra la soglia europea del 3%.
Ultimo aggiornamento:
1 ottobre 2026
Alla fine è rimasto lì: 3,1 per cento. Un solo decimale sopra quella soglia del 3 per cento che, nelle regole europee, separa un Paese con un deficit considerato eccessivo da uno che può tornare fuori dalla procedura. I dati definitivi dell’Istat dicono che nel 2025 l’Italia ha prodotto un Pil nominale di 2.265 miliardi di euro e un disavanzo pubblico di 69,7 miliardi. Il deficit è sceso dal 3,4 al 3,1 per cento del Pil e il saldo primario è addirittura positivo per lo 0,8 per cento. Significa che, al netto degli interessi sul debito, lo Stato incassa più di quanto spende. Ma quel decimale resta. E basta per rinviare l’uscita dalla procedura europea per deficit eccessivo.
Facciamo subito chiarezza su un punto: Bruxelles non invierà domani una multa all’Italia. Le sanzioni non sono automatiche quando il deficit supera il 3 per cento. Scattano se un Paese sottoposto alla procedura non adotta misure efficaci per rispettare il percorso concordato. E, almeno finora, non è il caso italiano: nel giugno scorso la Commissione ha giudicato efficace l’azione intrapresa e la procedura è rimasta sospesa in attesa della correzione definitiva. Ma l’Italia continua formalmente a essere dentro. Il Consiglio europeo le ha chiesto di eliminare il deficit eccessivo entro il 2026 e ha fissato per quest’anno una crescita massima della spesa netta dell’1,6 per cento. Quindi il vero problema non è la “punizione” europea: è lo spazio che rimane per fare politica economica.
Quanto vale quel decimale? Rapportato al Pil del 2025, un decimo di punto vale circa 2,3 miliardi di euro. Naturalmente non significa che sarebbero bastati semplicemente 2,3 miliardi di tagli per risolvere il problema, perché il rapporto dipende contemporaneamente da entrate, spese e crescita del Pil. Ma serve a capire le dimensioni della questione: l’Italia resta sotto procedura per uno scarto numericamente molto piccolo rispetto a un bilancio pubblico che muove centinaia di miliardi. E proprio per questo diventa più difficile utilizzare liberamente eventuali maggiori entrate o risparmi di spesa per finanziare nuovi interventi. Prima bisogna garantire che il percorso dei conti pubblici resti compatibile con quello concordato con Bruxelles.
La questione diventa ancora più importante perché il governo ha chiesto margini aggiuntivi per energia e difesa. L’ipotesi discussa arriva fino allo 0,6 per cento del Pil per la sicurezza energetica e allo 0,9 per cento per la difesa. Insieme fanno l’1,5 per cento del Pil: oltre 30 miliardi di euro ai valori attuali. L’uscita dalla procedura avrebbe reso molto più semplice utilizzare queste clausole. Restando dentro, invece, l’applicazione della flessibilità richiede una valutazione europea e deve convivere con il percorso correttivo già imposto all’Italia. È questo uno degli effetti più concreti del mancato raggiungimento del 3 per cento: meno libertà nel decidere come impiegare nuovo deficit.
E poi c’è il debito. Qui i numeri sono ancora più complicati. Il debito pubblico italiano era pari al 137,1 per cento del Pil alla fine del 2025. La Commissione europea prevede il 138,5 per cento nel 2026 e il 139,2 nel 2027. Paradossalmente, quindi, il deficit può scendere sotto il 3 per cento mentre il rapporto debito/Pil continua a salire. La Commissione prevede per il 2026 un deficit del 2,9 per cento, ma contemporaneamente stima una crescita economica reale appena dello 0,5 per cento e un aumento della spesa per interessi. Questo è il vero nodo dei conti italiani: non basta ridurre il deficit se il Pil cresce lentamente e il costo del debito assorbe una parte crescente delle risorse disponibili.
Le regole europee prevedono inoltre, per le procedure aperte sul deficit, un aggiustamento strutturale di riferimento di almeno lo 0,5 per cento del Pil negli anni in cui il disavanzo resta sopra la soglia. Ai valori del Pil italiano significa un ordine di grandezza superiore agli 11 miliardi di euro, anche se non va confuso con un taglio lineare della spesa dello stesso importo. E solo nel caso in cui un governo ignorasse le raccomandazioni europee si arriverebbe alle sanzioni: fino allo 0,05 per cento del Pil ogni sei mesi, cioè circa 1,1 miliardi ai valori attuali. Non siamo in questa situazione, ma questo serve a capire come funziona davvero la procedura, al di là degli slogan.
Dunque il famoso 3 per cento non è un numero magico e neppure un muro oltre il quale arriva automaticamente la Troika. Ma non è nemmeno un numero privo di conseguenze. Restare al 3,1 per cento significa restare sotto sorveglianza, rispettare un percorso più rigido sulla spesa, avere meno margini per finanziare nuove politiche in deficit e rinviare almeno al 2027 l’uscita dalla procedura. Il ministro Giorgetti lo ha ammesso parlando di “rammarico”. L’Italia ha migliorato i conti, questo dicono i numeri. Ma i numeri dicono anche un’altra cosa: con un debito vicino al 140 per cento del Pil e una crescita che resta debole, un decimale può diventare molto più importante di quanto sembri.
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