THE VIEW - La qualità dello sviluppo
La crescita in Italia c'è. Ora la sfida è trasformarla in produttività, salari più alti, servizi migliori e opportunità per le persone.
Ultimo aggiornamento:
30 luglio 2026
Nel 2025 il prodotto interno lordo italiano è aumentato dello 0,5 per cento. Per il 2026 e il 2027 l’Istat prevede una crescita dello 0,7 per cento l’anno. Nello stesso tempo gli occupati hanno superato i 24 milioni e il tasso di occupazione ha raggiunto il 62,5 per cento, il livello più alto registrato finora. Se ci fermassimo a questi numeri, potremmo concludere che l’economia italiana, pur lentamente, sta migliorando. Ma c’è un altro dato che cambia la prospettiva: nel 2025 le retribuzioni reali erano ancora inferiori del 3,5 per cento rispetto al 2019. Se si confrontano direttamente retribuzioni contrattuali e inflazione, la perdita di potere d’acquisto accumulata arriva invece all’8,6 per cento. L’economia è cresciuta, il lavoro è aumentato, ma una parte consistente dei lavoratori non è diventata più ricca. È da questa apparente contraddizione che bisogna partire per capire cosa significhi oggi crescita economica.
Il problema non è il Pil. Senza crescita diventa più difficile finanziare la sanità, sostenere le pensioni, ridurre il debito e aumentare i salari. Il problema è pensare che qualsiasi crescita produca automaticamente gli stessi risultati. Tra il 2019 e il 2025 il numero dei lavoratori dipendenti in Italia è aumentato del 6 per cento, ma l’occupazione si è spostata soprattutto verso comparti come le costruzioni, la ristorazione e l’accoglienza, nei quali le retribuzioni sono mediamente più basse. Abbiamo quindi creato più lavoro senza modificare abbastanza il valore prodotto da ogni ora lavorata. Tra il 2015 e il 2025 la produttività del lavoro è cresciuta appena dello 0,2 per cento medio all’anno. E senza produttività non esiste una base solida sulla quale costruire aumenti salariali duraturi. Si possono alzare temporaneamente i redditi attraverso bonus e riduzioni fiscali, ma nel lungo periodo i salari crescono davvero soltanto quando imprese e lavoratori riescono a produrre più valore.
La buona notizia è che questo meccanismo può essere modificato. Crescere non significa necessariamente lavorare più ore, consumare più territorio o moltiplicare attività scarsamente produttive. Significa utilizzare meglio tecnologia, capitale, conoscenza e organizzazione. Un’impresa che introduce un nuovo macchinario ma continua a lavorare con procedure inefficienti non realizza automaticamente un salto di produttività. Lo stesso accade quando si acquista un software senza formare chi dovrà usarlo. L’investimento funziona quando cambia il processo produttivo, migliora la qualità del prodotto, riduce gli sprechi e consente di liberare tempo. Il punto non è sostituire le persone con le macchine, ma permettere alle persone di svolgere attività a maggiore valore aggiunto. È in quel passaggio che l’innovazione può diventare contemporaneamente profitto per l’impresa, salario per il lavoratore e minore fatica per entrambi.
Negli ultimi anni abbiamo avuto una dimostrazione concreta del fatto che gli investimenti possono cambiare la traiettoria dell’economia. Secondo la Banca d’Italia, la spesa realizzata attraverso il PNRR ha superato i 100 miliardi di euro e ha innalzato il livello del Pil di quasi un punto percentuale medio all’anno nel quinquennio. Ha inoltre rafforzato reti ferroviarie, digitali, elettriche e idriche. Nel 2025 il Mezzogiorno è cresciuto dello 0,7 per cento, contro lo 0,5 del Centro-Nord, proseguendo una dinamica che fino a pochi anni fa sembrava improbabile. Non significa che il divario territoriale sia stato cancellato: tra Nord e Sud restano circa venti punti di differenza nel tasso di occupazione, che diventano venticinque per le donne. Significa però che il divario non è una legge naturale. Quando gli investimenti pubblici arrivano davvero, attivano cantieri, imprese, occupazione e domanda locale. La questione ora è trasformare quella spinta temporanea in capacità produttiva permanente, evitando che una ferrovia resti isolata da un sistema industriale o che un’infrastruttura digitale non trovi imprese in grado di utilizzarla.
Qui entrano in gioco i servizi, spesso considerati soltanto come un costo. Un asilo nido, un collegamento ferroviario o un presidio sanitario sono anche infrastrutture economiche. In Italia i posti disponibili nei servizi per la prima infanzia sono passati dal 22,5 per cento dei bambini nel 2013 al 31,6 per cento nel 2023. È un miglioramento evidente, ma ancora insufficiente e distribuito male sul territorio. Nel frattempo, il divario tra occupazione maschile e femminile resta vicino ai 17 punti percentuali e nel Mezzogiorno lavora poco più di una giovane donna su quattro. Aprire un asilo non genera soltanto occupazione al suo interno: permette a molti genitori, soprattutto alle madri, di entrare o rimanere nel mercato del lavoro. Aumenta il reddito familiare, allarga la base contributiva e riduce il rischio che competenze già formate vengano abbandonate. Un servizio pubblico efficiente non redistribuisce soltanto ricchezza: contribuisce a crearla.
Lo stesso ragionamento vale per l’istruzione. Nel 2025 il tasso di occupazione delle persone con la sola licenza media era del 56,1 per cento; saliva al 74,6 per cento tra i diplomati e all’85,3 per cento tra i laureati. Eppure l’Italia destina all’istruzione circa il 4 per cento del Pil, contro il 4,8 per cento della media europea. Investire nella scuola, nella formazione tecnica e nell’università non serve semplicemente a migliorare un indicatore culturale. Serve a rendere possibili produzioni più complesse, ad aiutare le imprese a trovare competenze e a evitare che l’innovazione importata rimanga inutilizzata. Serve anche a restituire opportunità ai territori. Se un giovane deve trasferirsi per studiare e poi partire definitivamente per trovare un lavoro adeguato, il luogo che lo ha formato perde contemporaneamente popolazione, competenze e capacità fiscale. La crescita territoriale comincia quando la libertà di partire non coincide più con l’obbligo di andarsene.
Rimane infine la questione del tempo. Se la tecnologia aumenta la produttività ma il beneficio si concentra soltanto nei profitti, la vita delle persone cambia poco. Se invece una parte di quel valore si trasferisce nei salari, nella riduzione degli orari più gravosi, nella formazione e in servizi più rapidi, la crescita diventa visibile. Un treno che riduce di mezz’ora il tragitto verso il lavoro, una visita medica ottenuta senza mesi di attesa o una pratica amministrativa completata online producono benessere reale, anche se questo non compare interamente nello stipendio. Il tempo liberato ha un valore economico: può essere dedicato alla famiglia, allo studio, alla cura, al riposo o a una nuova attività. Una società che produce di più ma costringe tutti a vivere peggio non è efficiente; sta semplicemente trasferendo costi dalle imprese e dallo Stato alle persone.
L’Italia, dunque, non parte da zero. Dal 2019 il Pil è cresciuto di oltre il 6 per cento nonostante la pandemia e la crisi energetica. Gli investimenti hanno mostrato una dinamica migliore rispetto alla media dell’area euro, l’occupazione ha raggiunto livelli mai registrati e il Sud ha dimostrato di poter crescere più del resto del Paese. Ora bisogna compiere il passaggio decisivo: trasformare la quantità in qualità. La crescita economica di oggi non può essere misurata soltanto da quante cose produciamo, ma da quanto valore produciamo per ogni ora di lavoro e da come quel valore viene distribuito tra salari, servizi, investimenti e tempo. Non è una visione ingenua né un’alternativa al mercato. È il modo più concreto per rendere la crescita duratura. Quando un territorio trattiene i suoi giovani, una donna può lavorare perché dispone dei servizi necessari, un’impresa investe nelle competenze e un lavoratore guadagna di più senza dover vivere per lavorare, il Pil continua a contare. Semplicemente, finalmente, comincia a raccontare anche la vita delle persone.
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