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Verso una Società 5.0

Regole e etica nello sviluppo delle macchine. Parla Nicola Intini, manager del sito Bosch di Ravensburg e Membro della task Force di Federmeccanica nazionale su I4.0

di Luigia Ierace
07 gennaio 2020
10 min di lettura
diLuigia Ierace
07 gennaio 2020
10 min di lettura

Il progresso tecnologico ha sempre migliorato la qualità della vita dando più tempo libero all’uomo, riducendo l’orario di lavoro e aumentando la produttività individuale e il conseguente potere di acquisto. E così quando si parla delle tecnologie abilitanti e del loro sviluppo si guarda molto spesso ai potenziali vantaggi sui processi produttivi, sui prodotti, sull’economia, sulle opportunità di lavoro che si genereranno in settori ad oggi sconosciuti. È stato così finora, ma lo sarà anche in futuro? Ne parliamo con Nicola Intini, manager del sito Bosch di Ravensburg e Membro della task Force di Federmeccanica nazionale su I4.0. “Considerando la velocità dei cambiamenti e l’allargamento dei limiti possibili nello sviluppo della cosiddetta intelligenza artificiale delle macchine, sarà sempre più necessario parlare di regole, etica e politiche di sviluppo delle macchine. Un tema non certamente nuovo e più volte sollevato dai futurologi, accademici e parti sociali del passato ma che oggi richiede sforzi adeguati allo sviluppo esponenziale delle tecnologie abilitanti”.

 

Occorre, quindi, una visione che orienti società e politica perché l’uomo rimanga sempre al centro dello sviluppo anche a fronte degli interrogativi che pongono le macchine autonome?

In Parlamento europeo si sta discutendo sulla necessità di individuare le linee guida su temi come responsabilità, privacy, classificazione legale e assicurazione dei dispositivi robotici e che vedono tra i contributori principali la Scuola Superiore S. Anna di Pisa. Temi che saranno sempre più centrali rispetto alle questioni tecniche sullo sviluppo delle tecnologie stesse.  Sulla scia dell’esperienza giapponese, perché l’uomo rimanga al centro si deve puntare sulla Società 5.0 in modo da creare un sistema che bilanci i progressi economici con la risoluzione dei problemi sociali attraverso un elevato grado di integrazione tra cyberspazio e spazio fisico. Si pensi ad esempio alle problematiche connesse con l’invecchiamento della popolazione e la relativa inabilità a svolgere alcune attività, lavorative e non».

Ma per questo è necessario fare un passo indietro perché la storia della tecnologia viaggia in parallelo alla storia della automazione?

Il capitale ha aumentato la capacità dell’uomo di effettuare del lavoro grazie a mezzi che lo supportavano nelle capacità lavorative o lo rimpiazzavano con sistemi meccanici prima, elettromeccanici poi, meccatronici e informatici ancora oltre. Basta osservare la ripartizione del lavoro in Italia: se nel 1860 quasi il 70% dei lavoratori era impegnato nel settore primario (agricoltura, allevamento, caccia, foreste), negli anni dal 1950 al 1970 la percentuale calava rapidamente dal 40% a meno del 20% grazie ai progressi della meccanizzazione in agricoltura. I posti di lavoro in agricoltura erano dimezzati, ma l’automazione produceva al contempo un’impennata del bisogno di manodopera industriale che parallelamente cresceva dal 30% a oltre il 50%, accompagnata da una altrettanto vigorosa crescita della occupazione nel settore dei servizi. Dal 1970 ad oggi, un fenomeno analogo si è riprodotto nella industria con l’avvento dell’informatica applicata alla produzione. I nuovi microprocessori erano in grado di svolgere operazioni più sofisticate in piena autonomia sostituendo i lavoratori di fabbrica che svolgevano operazioni ripetitive. In parallelo crescevano i lavori nel settore terziario per colmare le nuove esigenze.

E in futuro la storia si ripeterà? Le tecnologie odierne permettono di automatizzare anche lavori ritenuti al riparo, quali quelli dei colletti bianchi?

È ragionevole prevedere che nuovi lavori ancora non inventati entreranno a far parte del quotidiano. Una sorta di “neo-quaternario”, distinguendosi dall’uso che normalmente si fa del termine “quaternario”. Si tratta di tutte le attività connesse con la robotizzazione intelligente ossia con la automazione dei processi che normalmente richiedono discernimento e capacità di analisi e decisione. Solo come provocazione, potrebbe trattarsi di semplice turismo spaziale come di assistenze legali 4.0 o di youtuber. Lavori ancora non inventati. In ogni caso si assisterà a un calo nelle occupazioni tipiche del terziario tradizionale a causa della loro automazione e parallelamente la crescita di nuovi lavori di neo-quaternario necessari per generare questa nuova ondata di automazione e al contempo soddisfare nuovi bisogni. Ma si può ipotizzare anche un “pentenario”, ossia i lavori svolti dai robot il cui valore aggiunto andrà a beneficio dell’umanità. Si potrebbe allora parlare di RFTE ossia di Robotic Full Time Equivalent, un’unità robotica capace di sostituire un equivalente umano a tempo pieno.

Uno scenario di grandi cambiamenti. Cosa dobbiamo aspettarci dopo?

Nuovi modelli di business saranno sempre più diffusi ed anche il concetto di proprietà sta già cambiando. La connessione tra gli oggetti e la continua elaborazione dei dati trasmessi, consentirà di usare le cose e pagare il servizio in base al reale utilizzo. Se utilizzerò un mezzo di trasporto per due ore non sarà più necessario possederlo. Del resto un un’auto resta ferma per la maggior parte del suo tempo. Dietro gesti semplici si nasconde un mondo complesso di sensori, geolocalizzazioni, analisi di dati, incrocio di database e tutto il resto che serve a tenere in piedi questi business. Ma a guardare bene non si tratta di futuro: sta già accadendo!

Tutto positivo, ma è in ballo il ruolo dell’uomo e quello delle macchine. Una sorta di nuova biologia parallela?

Abbiamo creato sensori che imitano i nostri sensi e, ormai, li espandono grandemente. Abbiamo creato le connessioni tra essi grazie alle reti di dati. Abbiamo dato intelligenza ai dispositivi, simulando il sistema nervoso di base, quello che ci fa sopravvivere. Ora stiamo sempre più avvicinandoci a simulare le facoltà superiori dell’uomo come il pensiero astratto, la comprensione, il discernimento grazie ai big data, al deep learning, alla AI simulando la corteccia cerebrale e le sue attività superiori. Per il momento ci manca lo strato delle emozioni: quella incredibile interazione tra corteccia cerebrale e sistema endocrino che ci fa avvertire paura, entusiasmo, attrazione, repulsione, odio, amore. Oggi sistemi di intelligenza artificiale capaci di auto-apprendimento mostrano di essere proni allo stesso pericolo degli esseri umani, cioè di venir influenzati da pregiudizi o da “credenze”.

E a questo punto si innesta il problema etico. Si impongono nuove regole. Una nuova etica per le macchine?

Si porrà, sempre con maggior vigore, il problema della Robo-etica. Cosa potranno o non potranno fare le macchine, i robot nelle loro più diverse forme materiali o immateriali? Quali saranno le responsabilità derivanti dalle loro azioni? Un veicolo autonomo sarà capace di rilevare ostacoli sulla propria traiettoria e sarà capace di prendere decisioni in maniera molto più veloce di quanto non possa fare l’uomo. Nella stragrande maggioranza dei casi ci sarà un notevole aumento della sicurezza stradale, dal momento che verranno eliminati tutti gli errori derivanti da stanchezza e distrazioni. Il veicolo stesso potrà correggere anche anomalie come la foratura improvvisa di una gomma o cose del genere. Ma quando si porrà il problema di scegliere tra due situazioni che mettano a rischio persone diverse, quale criterio dovrà essere usato nell’algoritmo di calcolo. Sono problemi grandi, terribili e al contempo affascinanti. Oggi tutto è affidato all’uomo e alle sue decisioni e su questo sono state costruite le regole nel campo del diritto ed in quello delle assicurazioni, ma a breve si porrà  un problema di linee guida su questi temi che avranno una rilevanza, probabilmente, superiore allo sviluppo della tecnologia stessa perché dal bilanciamento tra regole, restrizioni e politiche di sviluppo dipenderà la messa a punto di un insieme di leggi e valori che, solo se ben bilanciate, riusciranno a mantenere al centro l’uomo.

Andiamo verso la società 5.0?

Se l’uomo resta al centro, sarà anche il maggiore fruitore dei vantaggi offerti dalle nuove tecnologie, con le macchine che offriranno servizi sempre più flessibili e personalizzati. Si tratterà di continuare quello che storicamente l’Umanità ha fatto in passato, riassegnando e redistribuendo i benefici della tecnologia ad ampie fette di popolazione. Quindi la locuzione “l’uomo al centro” non deve essere un auspicio o un’indicazione etica, ma un vero e proprio programma di lavoro. In questo senso i pionieri, ancora una volta, sono i giapponesi che, sulla spinta di un andamento demografico che li ha portati ad essere la popolazione più anziana del mondo, hanno annunciato per primi la società super smart, la Society 5.0. Mentre il programma Industry 4.0 punta molto sulla automazione e digitalizzazione dei processi produttivi su tutta la catena del valore, l’iniziativa giapponese punta al miglioramento di tutte le aree del lavoro e della nostra vita. Si pensi alla mobilità per gli anziani, alla cura della salute, alle città che adattano i traffici, i riscaldamenti e le illuminazioni in funzione delle condizioni ambientali cangianti. Una nuova società super smart appunto.

Di contro, quali saranno gli ostacoli da superare?

Due le grandi difficoltà: una legata all’uomo, l’altra legata alle risorse. Partiamo dalla seconda: ancora oggi solo una piccolissima frazione della energia consumata è prodotta da fonti rinnovabili o non impattanti sull’effetto serra. Ben oltre il 90% della energia, indispensabile per le evoluzioni tecnologiche, è prodotta da fonti tradizionali come carbone, petrolio, gas. Appare evidente che l’impatto sulle emissioni di gas serra da una parte e la limitatezza delle risorse dall’altra rappresentano barriere  all’evolversi della situazione nel senso suindicato. L’altro problema attiene più all’uomo stesso, a beneficio del quale queste tecnologie dovrebbero essere dirette: la velocità di cambiamento in tutti i sistemi di vita è divenuta tale che il ricambio generazionale non è più nemmeno lontanamente sufficiente a tenere il passo delle continue innovazioni. Se questo si avverte già nel sistema della formazione, dove, dopo pochi anni, le nozioni acquisite da parte dei docenti diventano obsolete e inadeguate a formare i giovani alle nuove tecnologie, avviene ancor di più per le persone oltre una certa età, sempre più precocemente a disagio e in ritardo rispetto al mondo che accelera. Questo si riverbera da una parte in un rischio di forte polarizzazione tra chi “sta al passo” e chi no con tutte le conseguenze economiche e sociali che questo comporta, dall’altra in un forte aumento delle malattie mentali che vedono al primo posto gli stati di ansia.

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