A female student controls the work of an intelligent humanoid robot

Il mio amico robot

Il mondo dell’automazione sta facendo passi da gigante con dispositivi sempre più intelligenti che stanno trasformando radicalmente il nostro stile di vita.

di Andrea Daniele Signorelli
01 dicembre 2020
7 min di lettura
di Andrea Daniele Signorelli
01 dicembre 2020
7 min di lettura

Se vedendo un filmato in cui vengono maltrattati dei robot, vi capita di empatizzare con loro, sappiate che non siete i soli. È una sensazione che razionalmente non dovrebbe avere alcun senso, eppure è diffusa. Uno studio condotto in Germania ha evidenziato infatti che il nostro cervello reagisce negativamente quando viene mostrato un robot colpito o rotto da un essere umano. Ci sono molti altri esempi che dimostrano come le persone siano naturalmente portate a provare affezione verso i robot. Succede anche se questi non hanno nessuna somiglianza con umani o animali e anche se non comunicano e sono stati progettati per scopi completamente diversi.

È il caso di un famoso robot aspirapolvere che ha conquistato la simpatia della scrittrice Patricia Marx e di milioni di altri uomini e donne. Basti pensare che, stando a quanto affermato da Colin Angle — l’inventore di questo robot per le pulizie — circa l’80% dei proprietari gli dà un nome. E molti utenti hanno una reazione di allarme quando ricevono sul proprio smartphone una notifica con cui il robot li avvisa di essere rimasto incastrato da qualche parte. Ma perché i robot aspirapolvere sì, mentre altri oggetti di grande utilità, come lo smartphone, il computer o il microonde, non ricevono mai un nome?

Prima di dare una risposta, vale la pena sottolineare come questo non sia un fenomeno esclusivo degli ambienti domestici. Persino tra i militari sono state documentate reazioni affettive nei confronti dei robot-artificieri. Nel 2007, per esempio, un colonnello ha interrotto un’esercitazione durante la quale il classico robot-artificiere Talon stava subendo danni gravissimi, definendo la situazione “crudele”. Un altro robot simile ha invece ricevuto una medaglia al merito e i 21 colpi di fucile in forma di commiato durante una sorta di funerale militare in suo onore.

Una nuova interazione

Ma perché avviene tutto ciò? La ragione è più semplice di quanto si potrebbe pensare: a noi esseri umani, tutto ciò che si muove autonomamente ricorda necessariamente qualcosa di vivo. D’altra parte, fino a pochi decenni fa e per tutta la nostra storia evolutiva, le cose sono andate esattamente in questo modo. Questa sensazione si acuisce quando i robot reagiscono in vari modi alle situazioni che stanno affrontando. I nuovi robot da compagnia gradualmente stanno facendo capolino sul mercato. Sono in grado di salutarci e farci le feste quando rientriamo in casa, di comunicare con noi, di lamentarsi se vengono trattati male. E stanno anche imparando a riconoscere le nostre emozioni adattando il loro comportamento a esse. Se a tutto ciò si aggiunge che questi robot possono aiutarci nelle faccende domestiche o addirittura salvarci la vita, come i Talon utilizzati dall’esercito, si capisce come si possa provare affetto nei loro confronti.

È quindi possibile che queste macchine stiano per superare lo status di strumenti per diventare veri e propri elementi sociali? In verità, c’è un luogo nel mondo in cui tutto ciò sta già avvenendo: secondo quanto riportato dal South China Morning Post, quotidiano di Hong Kong, in Giappone l’utilizzo di robot sociali e da compagnia sta diventando la normalità. Le ragioni sono varie. “La solitudine in Giappone è un problema serio, anche tra le generazioni più giovani” spiega Shunsuke Aoki, fondatore dell’azienda di robot Yukai Engineering. Inoltre, la popolazione invecchia sempre di più, ma i parenti spesso non si trovano nelle condizioni di fare visita con costanza agli anziani. Ed è per questo che proprio in Giappone sono già oggi diffusi i robot che si prendono cura e fanno compagnia alle persone meno giovani e più sole.

Anche gli oggetti hanno un’anima

Ma ci sono altri aspetti che spiegano come mai il Giappone abbia incontrato così poche resistenze nell’adozione dei robot sociali. Una parte è inevitabilmente legata alla cultura pop: a partire da Astro Boy (il cartone animato degli anni ’50 con protagonista un androide che prova emozioni), passando da Mazinga, Gundam, Daitarn e arrivando fino a Doraemon, l’immaginario giapponese convive con i robot da ben più di mezzo secolo. Inoltre, nella tradizione del paese esiste il concetto di tsukumogami, ovvero lo spirito che vive negli oggetti: esemplifica bene la cultura di un paese in cui la distinzione tra oggetti inanimati e animati non è così netta come da noi. “Per noi giapponesi è più facile accettare che gli oggetti abbiano una loro intelligenza e un loro carattere”, aggiunge Aoki. Ed è anche per questo che nel paese del Sol Levante si sono già diffusi i funerali per robot come gli Aibo, gli ormai noti cagnolini tecnologici.


Una statua in grandezza naturale del celebre robot Gundam a Daiba (città teleporto di Tokyo)

I limiti della robotica

Siamo quindi di fronte a un percorso già tracciato? La combinazione di robot sempre più intelligenti e credibili con la nostra graduale abitudine alla loro presenza e la loro sempre maggiore utilità, li renderà inevitabilmente i nostri compagni metallici del futuro? In verità, si tratta di un percorso che presenta almeno due ostacoli. Come hanno spiegato esperti di robotica del calibro di Gael Bonnin e di Kathleen Richardson, innanzitutto c’è un forte rischio: quello di sfruttare questi surrogati di esseri viventi per sopperire ai nostri compiti in termini di assistenza agli anziani, ricerca di amici o partner, o anche solo per evitare di prenderci cura di un animale domestico preferendogli un cane-robot. “Se utilizzi un robot come sostituto di un essere umano, questo non risolverà i problemi —argomenta Bonnin—. Potrebbe anzi finire per rinforzare la sensazione di solitudine”. Il secondo ostacolo è invece legato alla cosiddetta uncanny valley (traducibile come “valle del turbamento”). È una teoria sviluppata negli anni ’70 secondo cui riusciamo a sentirci vicini ai robot solo finché la loro somiglianza con gli esseri umani non raggiunge un livello che li rende molto somiglianti, ma non abbastanza da confonderli con un essere umano. Quando ciò avviene, si crea quella sensazione di disagio che è facilmente suscitata da androidi particolarmente evoluti, com’è il caso della ormai celebre Sophia della Hanson Robotics. I robot, quindi, entreranno sempre di più nelle nostre vite. Ma servono un paio di cautele: non dovranno sostituire le interazioni con gli esseri umani e, come evidenzia Shunsuke Aoki, “dovranno essere differenti dagli esseri umani, soprattutto se agiscono nell’ambiente domestico”.

L'autore: Andrea Daniele Signorelli

Giornalista freelance, scrive di Nuove Tecnologie, Politica e Società.