smartphone scambio dati

L'impronta ecologica digitale

Lo scambio di dati che avviene ogni giorno a livello mondiale ha un impatto non trascurabile sulle emissioni climalteranti, ma esistono alcune soluzioni efficaci.

di Andrea Daniele Signorelli
26 marzo 2021
8 min di lettura
di Andrea Daniele Signorelli
26 marzo 2021
8 min di lettura

Nel corso di una classica giornata di lavoro avrete probabilmente mandato qualche mail, fatto almeno un paio di ricerche online, inviato innumerevoli messaggi su WhatsApp, partecipato a una o due videoconferenze. E poi nel tempo libero avrete utilizzato i social network, visitato qualche sito d’informazione, ascoltato musica in streaming e guardato qualche film o serie tv usando Netflix o le altre piattaforme. A prima vista, sembrano tutti comportamenti sostenibili. In fondo, rispetto al passato, non abbiamo sprecato carta per le lettere o per i giornali e abbiamo anche azzerato l’uso della plastica per CD e DVD. Muoversi nel mondo digitale e quindi immateriale di internet, dà l’impressione di avere un impatto zero sull’ambiente. Le cose ovviamente sono molto diverse. Dietro termini eterei come cloud (nuvola), si cela la realtà molto più prosaica dell’infrastruttura fisica di internet; fatta di interminabili cavi, colossali data center, router, switch e tutto ciò che serve per portare internet (quasi) ai quattro angoli del globo.

L’impressionante quantità di energia necessaria ad alimentare l’infrastruttura e l’utilizzo di internet porta a un maggiore inquinamento digitale. Tutto l’ecosistema che ruota attorno alla rete (compresi i dispositivi utilizzati per navigare) causa il 3,7% del totale delle emissioni di gas serra del nostro pianeta. Più di quelle causate dall’industria aerea. I soli data center in cui sono archiviate le nostre mail, i nostri post sui social network, i dati di qualunque banca, azienda o istituzione (e molto altro ancora) consumano qualcosa come 200 terawattora l’anno, poco meno dell’1% di tutta l’energia consumata a livello globale. Per quanto una singola email consumi pochissimo –circa 4 grammi di CO2 se priva di allegati– questa piccola somma va moltiplicata per gli oltre 300 miliardi di email che vengono inviate e ricevute ogni giorno in tutto il mondo. Lo stesso vale per i 3,5 miliardi di ricerche quotidiane su Google e in generale per tutte le più banali attività svolte da 4,1 miliardi di utenti internet (il 53,6% della popolazione), che nel mondo occidentale e avanzato sono responsabili ciascuno della produzione di circa 80 chili di gas serra l’anno.

Quanto consumano i nostri messaggi

Difficile stupirsi di queste stime, visto che secondo alcuni calcoli il classico lavoratore d’ufficio riceve 121 email al giorno tra newsletter, spam, mail in cui è in copia e i botta e risposta di decine di email con i colleghi. Alcune di queste, inoltre, conterranno sicuramente delle immagini, facendo lievitare la quantità di emissioni provocate dalle mail fino a 50 grammi l’una. Risultato? I maggiori utilizzatori di email possono creare 1,6 chilogrammi di CO2 ogni giorno solo utilizzando la posta elettronica. La situazione non cambia più di tanto per gli altri strumenti di comunicazione istantanea: un singolo tweet causa 0,2 grammi di emissioni serra, mentre i messaggi inviati via WhatsApp o Messenger hanno un impatto appena superiore a quello delle email (ma la loro frequenza è molto superiore). Ovviamente, anche in questo caso un ruolo importante lo giocano la quantità di allegati, foto e anche emoji spediti.

A conti fatti, ad avere un’impronta ecologica digitale veramente ridotta è soltanto il vecchio SMS, che consuma 0,014 grammi di CO2, ma che nell’uso quotidiano si sta estinguendo. Se questo è il consumo dei semplici messaggi di testo, è quasi superfluo segnalare l’impatto delle sempre più utilizzate videochiamate e videoconferenze, in cui i dati trasportati da una parte all’altra del globo aumentano esponenzialmente. Una videoconferenza lunga un intero pomeriggio, i cui partecipanti si trovano in diverse nazioni, potrebbe produrre da sola fino a 215 chilogrammi di CO2. C’è però un elemento da prendere in considerazione, soprattutto in tempo di pandemia. Ci siamo resi perfettamente conto di come alcuni degli incontri che in una situazione normale avremmo svolto di persona, possano essere invece sostituiti da strumenti come Zoom o Skype. Per quanto il consumo energetico delle videoconferenze sia elevato, sfruttare questi software per sostituire viaggi in auto, in treno o in aereo, significa risparmiare in media il 93% delle emissioni.

Inquinamento digitale

A causare il grosso dell’impronta ambientale dell’ICT non sono però i messaggi, le email e le videoconferenze. A oggi, i soli video in streaming rappresentano infatti il 60% del traffico totale dei dati che viaggiano su internet, generando oltre 300 milioni di tonnellate di gas serra ogni anno. Da soli, i video rappresentano l’1% delle emissioni globali e consumano la stessa quantità di energia di una nazione come la Spagna. Le piattaforme di film e serie tv, i video sui social network, siti come YouTube e quelli a luci rosse messi assieme, causano un inquinamento che continua a crescere anno dopo anno, a mano a mano che aumenta la qualità e la definizione dei video e quindi la quantità di dati da spostare da una parte all’altra del globo. Il ridotto uso della plastica e l’assenza di inquinamento causato dalla distribuzione dei DVD fisici rischia così di non essere sufficiente a rendere sostenibile l’industria dell’intrattenimento. Lo stesso vale anche per la musica: lo streaming musicale è responsabile solo negli Stati Uniti di circa 300mila tonnellate di CO2 l’anno. Si stima addirittura che, se ascoltate lo stesso album per più di 27 volte nel corso della vostra vita, sia più sostenibile comprare un CD che ascoltare un disco in streaming.

Come possiamo ridurre l’impronta ecologica del digitale?

La strada da seguire passa anche da ciò che la ONG Shift Project chiama sobrietà digitale. Prima di tutto, le società che operano su internet, e in particolare sul web, dovrebbero impegnarsi a rendere i loro prodotti più efficienti. Si calcola, per esempio, che dare la possibilità a chi sta ascoltando la musica su YouTube di non visualizzare i video ridurrebbe le emissioni causate dalla piattaforma di streaming del 5%, pari a 11 milioni di tonnellate di emissioni ogni anno. Allo stesso modo, Facebook potrebbe ridurre significativamente il suo consumo energetico evitando che i video promozionali partano in automatico. Mentre Netflix potrebbe incoraggiare i suoi utenti a non guardare i film o le serie tv sempre in alta definizione, riducendo notevolmente il traffico dati e quindi l’energia necessaria ad alimentare la piattaforma. Ancora più importante però è aumentare il ciclo di vita dei nostri dispositivi tecnologici.

Cambiare smartphone ogni tre anni invece che ogni due ha un enorme impatto positivo sul pianeta, perché permette di risparmiare i minerali preziosi destinati alla sua produzione e tutta l’energia necessaria a produrlo e distribuirlo nel mondo. Lo stesso vale ovviamente anche per i personal computer: sostituire il computer ogni sei anni –contro una media odierna di soli quattro– consentirebbe di preservare 190 chilogrammi di emissioni di CO2 a testa. Ognuno di questi singoli comportamenti può sembrare ininfluente, ma se li adottiamo tutti assieme può fare la differenza. Nello stesso modo in cui può sembrare cosa da poco usare meno la nostra automobile o fare ognuno la propria raccolta differenziata. Quindi, per salvaguardare l’ambiente, aiuterebbe l’adozione di alcune pratiche accorte: usare i link invece degli allegati, spedire meno foto inutili su WhatsApp, non usare sempre l’alta definizione su Netflix, disabilitare i video su YouTube, cambiare smartphone con meno frequenza. Più il tempo passa, più adottare questi comportamenti diventa urgente. Anno dopo anno infatti, il rapporto tra tecnologia e inquinamento non fa che peggiorare. Entro il 2025, le emissioni causate dal digitale raddoppieranno, raggiungendo quota 7%. Si stima che attorno al 2040 raggiungeranno il 14% delle emissioni globali, poco meno dell’energia consumata dagli interi Stati Uniti d’America. Se vogliamo evitare che il nostro utilizzo di internet contribuisca ulteriormente alla crisi climatica, la strada da seguire è necessariamente quella della sobrietà digitale.

L'autore: Andrea Daniele Signorelli

Giornalista freelance, scrive di Nuove Tecnologie, Politica e Società.