La dipendenza da smartphone

La dipendenza da smartphone

Come trovare un nuovo equilibrio limitando l’utilizzo intenso delle tecnologie digitali.

di Andrea Signorelli
14 giugno 2021
8 min di lettura
di Andrea Signorelli
14 giugno 2021
8 min di lettura

In meno di 15 anni, gli smartphone hanno trasformato la società. Era il 2007 quando Steve Jobs presentava il promo iPhone a San Francisco. Da subito si percepì la sensazione di essere di fronte a un avvenimento importante: l’unicità nel disegno e le funzioni innovative dell'IPhone contribuirono a un notevole incremento della vendita degli smartphone costringendo la concorrenza a creare dispositivi altrettanto avanzati sia dal punto di vista tecnologico sia dell’estetica.

Ed è così che le nostre vite sono cambiate. Lo smartphone è diventato una protesi del nostro corpo: lo teniamo sempre a portata di mano, lo usiamo per telefonare, controllare le email, comunicare con gli amici, scattare fotografie, ascoltare musica, pubblicare contenuti sui social, leggere e commentare le notizie del giorno, guardare video, gestire il flusso di lavoro e molto altro ancora. In pratica, un elemento essenziale della nostra vita.

Quanto tempo utilizziamo lo smartphone

I numeri lo dimostrano: secondo le ricerche, ognuno di noi usa in media lo smartphone per circa 4 ore al giorno. Un tempo lunghissimo, interrotto soltanto da momenti di una durata media inferiore ai tre minuti. Uno studio recente ha dimostrato che le persone controllano il loro telefono circa 96 volte al giorno. In pratica, escludendo le ore di sonno, non riusciamo a starne lontani per più di dieci minuti. È anche la nostra esperienza quotidiana a confermare questi dati: a quanti capita di ritrovarsi a cliccare nei social networks e scorrerne i contenuti solo per abitudine? Quanto è diventato difficile immergersi nella lettura o nella visione di un film senza la costante distrazione provocata dalla sola presenza di quell’oggetto rettangolare sempre a portata di mano?

In poche parole, la società ha sviluppato una dipendenza da smartphone, che si fa sentire fin dai primi minuti della giornata. Secondo quanto riportato da Lisa Iotti nel suo saggio ‘8 secondi: viaggio nell’era della distrazione’, dopo essersi svegliato, il 79% delle persone non resiste più di 15 minuti prima di controllare il telefono. Per molti di noi, la dipendenza da cellulare sta disturbando anche il sonno, visto che il 37% degli italiani –riporta sempre Lisa Iotti– dà una rapida controllata allo smartphone anche quando si sveglia nel cuore della notte.

Come siamo arrivati fino a qui? Una delle cose più importanti da sapere è che c’è una ragione precisa se questi strumenti sono riusciti ad impadronirsi così tanto delle nostre vite: sono stati progettati proprio a questo scopo. E lo stesso discorso vale per i loro più fidati alleati: i social network. Come ha dimostrato l’ex designer di Google Tristan Harris, entrambi funzionano seguendo gli stessi meccanismi alla base delle slot machine; un altro congegno studiato appositamente per sviluppare dipendenza e che nei casi più gravi può portare alla ludopatia.

Dipendenza da smartphone e dopamina

Quando aggiorniamo la schermata di un social network vediamo i nuovi post scorrere velocissimi finché non compaiono quelli più recenti; similmente alle combinazioni delle slot machine dopo aver tirato la leva. Quando l’aggiornamento è concluso, capita di veder comparire alcuni messaggi o nuove notifiche; nello stesso modo in cui la slot machine fa comparire la combinazione vincente per poi premiarci.

Non si tratta di un parallelismo casuale, al contrario: sia gli smartphone sia le slot machine fanno leva sulla dopamina, una sostanza prodotta dal nostro cervello, che rilascia una breve sensazione di piacere nel momento stesso in cui portiamo a termine un compito o riceviamo una gratificazione. Si pensa che il nostro cervello abbia imparato a produrla per incentivarci al sostentamento e a prenderci cura della nostra famiglia, premiando con una scarica di piacere l’uomo primitivo nel momento in cui –dopo tanti sforzi e fatiche– riusciva per esempio a uccidere un cinghiale con cui provvedere al nutrimento del proprio nucleo familiare.

È lo stesso proposito che si cela dietro alle to-do-list e al loro successo. Le liste con cui organizziamo gli impegni della giornata, non solo hanno lo scopo di darci un quadro generale della situazione, ma ci incentivano a portare a termine gli impegni. Nel momento in cui spuntiamo una voce dall’elenco delle cose da fare, il nostro cervello celebra questa piccola vittoria rilasciando una scarica di dopamina che ci sprona così a portare a termine il prossimo impegno segnato. 

Anche gli smartphone e i social network sfruttano la funzione della dopamina per tenerci incollati a essi il maggior tempo possibile. Ogni volta che compare un like sui social, per esempio, il nostro cervello lo interpreta come una piccola gratificazione e rilascia quindi una brevissima scarica di piacere. In questo modo, siamo spronati a pubblicare più contenuti su Facebook o Instagram, e a controllare sempre più spesso il telefono per verificare quante persone hanno messo il like ai nostri post.

Gli strumenti per combattere la dipendenza da smartphone

Come disintossicarci dal nostro dispositivo? Prima di tutto, riconoscendo l’esistenza di tale dipendenza. Le stesse società di settore, in seguito alle tante critiche che stanno emergendo, hanno introdotto alcuni strumenti che permettono di monitorare le nostre azioni. È il caso del Tempo di utilizzo su iOS o di Benessere digitale su Android: due funzioni che consentono in pochi click di impostare gli orari in cui non si vogliono ricevere notifiche, di decidere i tempi di pausa o del tempo massimo di utilizzo di alcune applicazioni. 

Alcuni utenti hanno trovato utile anche impostare il display dello smartphone in bianco e nero: il nostro cervello ha infatti imparato a essere attratto dalle cose colorate e brillanti. I colori infatti, attraggono la nostra attenzione, ed è per questo che passare a una modalità chiaro scura (spesso chiamata scale di grigi) può essere usata come deterrente. Ci sono poi delle applicazioni progettate esclusivamente al fine di limitare l’utilizzo dei nostri telefoni. Una delle più note è Forrest, che sfrutta i principi della gamification per spronarci a disintossicarci sia i dai social sia dal cellulare. 

Per ogni minuto che riusciamo a starne lontani, sul nostro display inizia a crescere un alberello, che rischierà di avvizzire se non rispettiamo i nostri propositi di detox digitale. Altre applicazioni sono decisamente più rigide: Focus Lock (disponibile però solo su iPhone) elimina tutte le applicazioni per il tempo che ci siamo prefissati, impedendo di aggirare i limiti posti (rimangono utilizzabili telefono, sms e mail per questioni di emergenza e di lavoro). Si tratta di strumenti molto utili, che offrono la possibilità di riscoprire il piacere di immergerci in una qualunque attività senza interruzioni. 

E se non bastasse, è bene sapere che il costante flusso di notifiche in entrata, è anche causa di ansia e di stress: ogni volta che il telefono suona, il nostro cervello interpreta quel rumore come un piccolo segnale di allarme. Ma allora ci si domanda: quanto conviene vivere in simbiosi con un dispositivo capace di diventare un’arma a doppio taglio? La risposta è semplice: appurato che dello smartphone non possiamo più fare a meno, è necessario imparare a utilizzarlo nel modo più razionale ed equilibrato possibile.

L'autore: Andrea Signorelli

Giornalista classe 1982, si occupa del rapporto tra nuove tecnologie, politica e società. Scrive per La Stampa, Wired, Domani, Esquire, Il Tascabile e altri. È autore di “Technosapiens: come l’uomo si trasforma in macchina” (D Editore, 2021)