bitcoin criptovalute sostenibilità

Il bitcoin (in)sostenibile

Il notevole impatto ambientale del mondo delle criptovalute sta preoccupando le nuove generazioni di investitori.

di Andrea Daniele Signorelli
02 agosto 2021
9 min di lettura
di Andrea Daniele Signorelli
02 agosto 2021
9 min di lettura

Nel 2020, gli investimenti in fondi sostenibili ESG sono più che raddoppiati rispetto all’anno precedente, passando da 21 a 51 miliardi di dollari e mostrando come anche il mondo della finanza presti sempre più attenzione all’ambiente e non solo. ESG è infatti un acronimo inglese che indica l’attenzione a tematiche ambientali, sociali e di governance, mentre i relativi fondi permettono di acquistare solo azioni di aziende che hanno ottenuto elevati punteggi nel campo della sostenibilità.

A guidare il fenomeno sono soprattutto gli investitori millennials, che hanno compreso come, anche attraverso queste azioni, sia possibile provare a contrastare la crisi climatica e appoggiare l’inclusione sociale: “Hanno a cuore le tematiche ambientali e iniziano a comprendere che possono sostenerle anche attraverso i loro investimenti”, ha sintetizzato Jon Hale, direttore della società specializzata in investimenti sostenibili Morningstar.

E forse è anche questa chiave di lettura che ci permette di interpretare l’andamento ondivago dei bitcoin. Per quanto la più nota delle criptovalute abbia poco a che fare con la finanza tradizionale, è noto come anche i bitcoin siano un bene d’investimento a cui i millennials prestano molta attenzione e che quindi, inevitabilmente, è sempre più valutato anche sotto il profilo della sostenibilità.

Elon Musk

A dare massima visibilità a questo elemento è stato in primis un imprenditore diventato un vero e proprio punto di riferimento per moltissimi millennials: Elon Musk, il fondatore di Tesla e SpaceX e influencer da decine di milioni di follower. Il 12 maggio 2021, con un semplice tweet, Musk ha messo in crisi il mondo delle criptovalute annunciando che Tesla non avrebbe più accettato pagamenti in bitcoin a causa dell’elevatissimo consumo energetico necessario all’estrazione (in gergo, mining) delle criptovalute. A poche ore dal tweet, il valore dei bitcoin era già sceso di oltre il 10%.

Una netta inversione per un imprenditore che solo pochi mesi prima aveva invece contribuito a far impennare il prezzo, annunciando l’acquisto da parte di Tesla di 1,5 miliardi di dollari in bitcoin. Un’inversione che mostra come proprio l’aspetto ambientale sia uno dei principali punti dolenti della moneta digitale nata nel 2009 e che evidenzia come la crescente attenzione nei confronti di questo aspetto possa seriamente influenzare l’andamento del cripto-mercato.

Quanto consuma un bitcoin?

Ma quanto potrà mai consumare una moneta che non ha un vero uso nel mondo e che viene impiegata per sole 400mila operazioni al giorno (contro il miliardo delle carte di credito)? Nonostante gli utilizzi dei bitcoin siano circoscritti quasi esclusivamente alla compravendita a fini speculativi, il loro consumo energetico è impressionante: secondo l’indice Digiconomist, che tiene traccia dell’impronta ambientale dei bitcoin, ogni anno le transazioni di questa criptovaluta richiedono un fabbisogno energetico di circa 130 terawattora, superiore alla richiesta di una nazione come l’Argentina e appena inferiore a quella della Svezia.

Come funzionano le Mining Farm e perché consumano tanto?

Sintetizzando al massimo, per assicurarsi che tutte le transazioni che avvengono sulla blockchain (il registro distribuito che regola il funzionamento dei bitcoin) siano autentiche, decine di migliaia di computer –detti in gergo nodi– si collegano a questa catena digitale, supervisionandone il funzionamento. Per il loro lavoro di controllo, i nodi vengono ricompensati proprio con dei bitcoin.

In poche parole, ogni volta che sulla blockchain un nodo dà il via libera a una transazione, questo riceve in cambio un certo numero di bitcoin (al momento 6,5, ma il numero viene dimezzato ogni quattro anni). Ad approvare materialmente la transazione non sono infatti tutti i computer che partecipano alla blockchain, ma solo chi per primo riesce a risolvere un complicatissimo puzzle algoritmico. Quella che si genera, quindi, è una sorta di corsa computazionale, in cui decine di migliaia di computer collegati alla blockchain sono in competizione tra loro per arrivare primi. È il cosiddetto sistema della proof-of-work, che sprona tutti i partecipanti ad avere computer sempre più potenti per aumentare le probabilità di vincere la gara e ricevere in cambio i bitcoin.

Pensare che si possa partecipare a questa competizione usando dei normali computer –come invece avveniva all’inizio– sarebbe però un errore: l’estrazione di bitcoin è oggi eseguita da vere e proprie fabbriche professionali (dette in gergo mining pool), che impiegano centinaia se non migliaia di macchine specializzate collegate tra loro per aumentare al massimo la possibilità di vincere la corsa computazionale.

Protagonista indiscusso del mining di bitcoin è la Cina, che ospita la stragrande maggioranza delle società professionali che si occupano di estrarre criptovalute, e dalla quale proviene circa il 60% del potere di calcolo totale impiegato per questa attività. La centralità della Cina, però, ha una controindicazione: secondo quanto riporta il Cambridge Center for Alternative Finance, l’impiego di energia rinnovabile impiegata per il mining non supera –a livello globale– il 38% del totale.

Il futuro delle criptovalute sarà sostenibile?

E qui arriviamo al cuore del problema: la corsa computazionale tra fabbriche professionali specializzate in mining causa un enorme consumo energetico, soddisfatto in larga parte da elettricità di origine fossile. La crescente attenzione verso la sostenibilità del settore finanziario si è quindi inevitabilmente riversata anche sul mondo dei bitcoin e delle altre monete digitali, portando a un’inevitabile domanda: le criptovalute possono essere sostenibili? La risposta a questa domanda è fortunatamente positiva. Molte realtà della blockchain, ma alternative ai bitcoin, stanno infatti impiegando un sistema completamente differente per validare le loro transazioni. Il nome di questo nuovo sistema è proof-of-stake: invece di premiare chi vince la corsa computazionale, vengono selezionati casualmente dei nodi che partecipano alla blockchain. Per evitare il rischio di truffe, è necessario versare una somma di denaro come cauzione: maggiore è questa somma, maggiori sono le possibilità di essere selezionati dal sistema. Chi verrà comunque colto a cercare di truffare il sistema perderà la cauzione e potrebbe anche essere definitivamente estromesso dalla blockchain.

È un meccanismo completamente diverso, che richiede meno dell’1% dell’energia impiegata dai bitcoin per ogni singola transazione e che peraltro permette alle monete digitali di aumentare notevolmente la quantità di transazioni gestite, passando dalle sette al secondo dei bitcoin a svariate centinaia. A impiegare questo sistema sono già oggi decine di criptovalute come Cardano, Polygon, Tezos e altri importanti attori del mondo della blockchain. La vera svolta, però, avverrà quando sarà completato il passaggio di Ethereum a questo sistema. La seconda criptovaluta per importanza (con una capitalizzazione di mercato pari a 270 miliardi di dollari) da tempo sta lavorando per diventare sostenibile.

È importante notare come tutte queste realtà –a differenza dei bitcoin– non rappresentino delle semplici monete scambiate a fini speculativi, ma consentano di utilizzare la blockchain per molte altre applicazioni: Cardano, per esempio, ha da poco stretto un accordo con il governo etiope per sfruttare la tecnologia del registro distribuito in campo scolastico, impiegandola per tenere traccia delle performance degli studenti, individuare i talenti più promettenti ed eliminare l’abitudine, presente nel paese, di falsificare i certificati scolastici. Ethereum, invece, è leader indiscusso nel campo degli NFT (non-fungible token): si tratta di un tipo particolare di token crittografico che permette di autenticare le opere d’arte digitali aprendo la possibilità agli artisti di ottenere un compenso economico per il loro lavoro. Altri consentono invece di sfruttare le potenzialità degli smart contracts, contratti depositati su blockchain che entrano in esecuzione automaticamente nel momento in cui le condizioni tra le parti risultano soddisfatte (per esempio, il pagamento da un’azienda a un suo fornitore).

Al di là dei problematici aspetti speculativi del mondo delle criptovalute –che rappresentano un settore estremamente rischioso, dall’elevata volatilità e privo di regole e tutele– è quindi evidente come la blockchain abbia grandi potenzialità, anche in ambito sociale, culturale ed economico. Ma tutte queste potenzialità non potranno mai sprigionarsi se questo ecosistema verrà istintivamente associato a dei consumi non sostenibili. A quanto pare, alcune realtà –soprattutto quelle che guardano oltre la semplice speculazione– hanno iniziato a rendersene conto e ad agire.

L'autore: Andrea Daniele Signorelli

Giornalista freelance, scrive di Nuove Tecnologie, Politica e Società.