cover-africa-un-mare-di-record.jpg

Africa, un mare di record

Dal largo dell’Angola, al Ghana, per arrivare in Mozambico. Grandi giacimenti e grandi navi per arrivare più in fretta a tradurre i giacimenti in energia per il mondo.

di Marilia Cioni
24 marzo 2017
7 min di lettura
di Marilia Cioni
24 marzo 2017
7 min di lettura

Angola: 450 milioni di barili di petrolio, in mezzo all’Oceano

All’estremo nord dell’Angola, dove il fiume Congo si apre sull’Oceano Atlantico, c’è una cittadina che si chiama Soyo. Le caravelle portoghesi erano arrivate qui alla fine del ‘400, l’avevano scelta come proprio avamposto e l’avevano battezzata Sonho – sogno, in italiano. E sorvolando la costa tra Luanda e Soyo si ha proprio l’impressione di sognare: spiagge infinite di sabbia bianca e densa foresta verde, esattamente lo stesso paesaggio che il navigatore Diogo Cão ha visto nel 1482.
Oggi Soyo è una cittadina in piena crescita: al largo della sua costa, ingenti scoperte petrolifere le assicurano l’importante ruolo di supporto logistico per gli operatori angolani e internazionali. A 60 km da qui, in mare aperto e in acque profonde, nel blocco 15/06, Eni ha scoperto 450 milioni di barili di petrolio.

video-visita-olombendo.jpg

Primi nell’esplorazione, primi nello sviluppo

Un relinquishment che altri avevano esplorato senza esito e che Eni ha saputo trasformare in un successo esplorativo, portato in produzione in soli 3 anni: “un record mondiale in termini di tempi, di velocità, di prestazioni”, spiega l’AD Claudio Descalzi. “È la prima concretizzazione di un modello completamente nuovo che ci ha portato a essere i primi nell’esplorazione e adesso anche nello sviluppo. Abbiamo fatto una esplorazione molto aggressiva a cui in parallelo abbiamo affiancato lo sviluppo e l’avvio della progettazione. Mentre trovavamo il petrolio stavamo già avviando lo sviluppo, mentre facevamo l’esplorazione stavamo già mettendo in produzione i campi, e mentre i campi entravano in produzione continuavamo a fare l’esplorazione near field per futuri sviluppi. Così abbiamo ridotto i tempi e il capitale inattivo, e così abbiamo anticipato sia lo start-up che il cash flow.”
Il blocco 15/06 comprende diversi campi: quelli del West Hub sono entrati in produzione nel 2014 con la FPSO N’Goma. FPSO è la sigla che definisce la Floating, Production, Storage and Offloading unit, un genere di navi molto particolari, che sono indispensabili per l’estrazione e il trasporto di idrocarburi. La produzione dell’East Hub è partita invece a febbraio 2017, con l’arrivo da Singapore della FPSO Olombendo: la nave che produce, tratta, immagazzina e distribuisce il petrolio ed è un record anche lei, per dimensioni, capacità, complessità e rapidità di costruzione. “La progettazione della Olombendo ha richiesto 16 mesi di lavoro, più di un milione di ore di ingegneria”, racconta Luca Faccenda, FPSO Manager di Eni Angola, da 10 anni nel gruppo. “Oltre 500 ingegneri sono stati coinvolti sui vari package, cioè sulle diverse componenti della nave, e nei momenti di picco in cantiere c’erano anche 4000 persone al lavoro”.
La particolarità di questa FPSO è una imponente torretta– la cantilever turret – integrata nella prua della nave, che permette alla FPSO di ruotare su se stessa adattando la posizione della nave alle correnti marine, senza però spostare le catene che ancorano la nave né i risers flessibili da cui passano olio e gas. “Si tratta della torretta esterna più grande, alta e pesante mai realizzata”, spiega ancora Faccenda. “È alta 65 metri, pesa 5000 tonnellate. È tra i sistemi più importanti perché qui arrivano i fluidi di produzione che vengono trasferiti dal sistema subsea ai sistemi di trattamento di superficie, ma è anche la parte più stressata a livello strutturale perché assorbe e trasmetti i carichi alle catene e al suolo”.

 

single-image-africa-giacimenti-navi-energia-ad-fpso-olombendo.jpg

L'AD di Eni, Claudio Descalzi, visita la FPSO Olombendo

Un mix tra petroliera e piattaforma di 333 metri, in Ghana


Dall’Angola ci spostiamo in Ghana. Sempre sulla costa atlantica, ma più a Nord. Qui opera una grande FPSO, la Kufuor, che prende il nome di John Agyekum Kufuor, il presidente del Ghana che ha dato nuovo slancio al settore delle esplorazioni e che nel 2001 ha assegnato la licenza del campo dove la nave andrà ad operare. La madrina è l’attuale first lady, Rebecca Akufo-Addo. La FPSO Kufuor è nata a Singapore dalla collaborazione tra Eni, Ghana National Petroleum Corporation, Vitol e Yinson in un tempo record: solo 24 mesi di cantiere, il miglior risultato per Eni e un benchmark per il settore. Da Singapore partirà per l’offshore del Ghana a produrre petrolio, ma soprattutto gas che alimenterà per almeno 15 anni le centrali elettriche locali: un contributo non da poco per lo sviluppo del paese. Anche la Banca Mondiale ha definito il progetto top priority, in quanto la certezza di forniture di gas a lungo termine permetterà al Ghana Paese di alimentare centrali termoelettriche che a loro volta ne accelereranno lo sviluppo industriale. Una produzione più stabile di energia elettrica che significa standard di vita migliori per la popolazione e maggiori opportunità di crescita e sviluppo.
Il presidente Kufuor ha un soprannome – the gentle giant, il gigante gentile – che calza a pennello anche alla FPSO. Lunga 333 metri e larga 58 (in pratica 3 campi da calcio uno accanto all’altro), pesa 69 mila tonnellate ma è progettata per minimizzare l’impatto ambientale. Parte del gas estratto dai giacimenti verrà utilizzato sulla nave stessa, che è indipendente dal punto di vista del fabbisogno energetico: tre enormi turbine garantiscono l’energia necessaria per dare elettricità a tutti i sistemi di bordo, e consentono il funzionamento delle pompe, dei compressori gas, dei sistemi di export e offloading che rendono la FPSO Kufuor un prodigioso e versatile mix tra petroliera e piattaforma. Da Singapore la FPSO Kufuor “andrà a casa”, per usare ancora le parole di Umberto Carrara. Una casa in mezzo al mare, dove rimarrà per i prossimi 15, forse 20 anni.

Dalla Corea al Mozambico, una grande impresa firmata Eni

Il 6 settembre 2018, a Geoje, Corea del Sud, nei cantieri di Samsung Heavy Industries – uno dei più importanti cantieri navali e di impianti offshore al mondo – si è tenuto il “First Steel Cut” dello scafo della Coral Sul FLNG, la nave che permetterà l’inizio della produzione e monetizzazione delle enormi riserve di gas scoperte da Eni nell’offshore del Mozambico. Parliamo di giacimenti che contengono circa 85 TCF di gas: volumi che permetteranno al paese di diventare uno dei principali produttori di gas al mondo. Coral Sul FLNG conterrà un impianto di trattamento e di liquefazione di gas in LNG, ampie vasche per il suo stoccaggio e un evoluto sistema di caricamento dello stesso sulle navi che poi lo trasporteranno per gli oceani del mondo fino alla destinazione finale. Tutta questa tecnologia e gli uomini che ci lavoreranno sopra serviranno proprio a rendere il gas mozambicano disponibile sul mercato globale fin dal 2022.

africa-giacimenti-navi-energia-flng-coral-sul.jpg

Per portare il gas del Mozambico nel mondo

La scelta di sviluppare il giacimento di Coral con un impianto di liquefazione galleggiante (in inglese Floating LNG o FLNG) si basa sulle caratteristiche e sulla posizione del giacimento: “Questa tecnologia è adatta a contesti in cui il trasporto a terra del gas è problematico – spiega Stefano Rovelli, Project Director del Coral South Development – vuoi per la distanza dalla costa, vuoi per le caratteristiche del fondale. Allo stesso tempo, ha bisogno di giacimenti che assicurino una alimentazione costante per 25 o 30 anni, come nel caso del giacimento di Coral”.
Tutta questa tecnologia e gli uomini che ci lavoreranno sopra serviranno proprio a rendere il gas mozambicano disponibile sul mercato globale fin dal 2022.