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Come salvare le barriere coralline

Le barriere coralline rischiano di scomparire a causa del cambiamento climatico. Ecco perché gli esperti del mare studiano nuovi metodi per proteggerle.

da Livia Formisani
04 febbraio 2020
6 min di lettura
daLivia Formisani
04 febbraio 2020
6 min di lettura

2010: l’ultima barriera corallina?

Secondo uno studio UNESCO del 2017, molte delle barriere coralline registrate come patrimonio mondiale potrebbero scomparire nell’arco di 30 anni. Entro il 2100, se non saranno adottati interventi incisivi ed efficaci, la maggior parte dei reef sarà morta.  L’attività dell’uomo minaccia la natura, sia sulla terraferma che in mare aperto,  come denuncia uno studio del 2012.
Come per molti problemi ambientali, l’elenco delle cause è lungo e articolato. Il primo imputato è il cambiamento climatico, in quanto l’innalzamento delle temperature dell’acqua e l’acidificazione degli oceani sono fattori che incidono direttamente sullo sbiancamento dei coralli. Indirettamente, rendono più facile la diffusione di malattie che colpiscono i coralli e favoriscono la proliferazione massiccia dei loro predatori (come la stella corona di spine). Ma anche l’inquinamento, la sovrapesca e le pratiche estrattive sono in ampia misura corresponsabili del degrado dello stato di salute dei coralli.
Data l’enorme importanza delle barriere coralline a tutela della biodiversità, la loro scomparsa mette a rischio anche una molteplicità di specie ittiche, con un impatto diretto sulla vita di altri animali e di milioni di persone.
Ma non tutto è perduto: vi sono gruppi di studiosi in tutto il mondo alla ricerca di possibili soluzioni per conservare e ripopolare le barriere coralline. Abbiamo esaminato tre tecnologie innovative concepite per favorire la rigenerazione di questi preziosi ecosistemi acquatici.

Microframmentazione e fusione

In un fatidico giorno del 2016, il dottor David Vaughan, Senior Scientist presso il Laboratorio Marino Mote in Florida, prelevò un corallo dal vivaio dell’istituto. Durante l’operazione non si accorse che il corallo, avendo aderito al fondo della vasca, si era accidentalmente frantumato. Nelle tre settimane successive, con grande stupore di Vaughan, i frammenti rimasti crebbero a una velocità inaudita, fino a 40 volte più rapidamente del normale: se di norma la coltivazione dei coralli è un processo che richiede anni, in quel caso furono sufficienti poche settimane.
Non solo: si osservò che, quando i coralli venivano collocati gli uni vicini agli altri, si riattaccavano tra loro formando un unico grande organismo. Grazie a questa scoperta, Vaughan è riuscito a coltivare in un paio d’anni coralli che, per raggiungere quelle dimensioni, avrebbero normalmente richiesto un arco temporale dai 25 ai 100 anni – una vera e propria rivoluzione per i progetti di ripopolazione. Dopo essere stata testata su tutte le specie di coralli presenti nelle Florida Keys, la tecnica della microframmentazione e successiva fusione è stata implementata per ricostruire la barriera corallina locale, attualmente minacciata da una malattia che ha un tasso di mortalità dell’80%.
I programmi di rigenerazione del Laboratorio Marino Mote impiegano tuttora questa metodologia, che nel frattempo è stata adottata da altri ricercatori in tutto il mondo. A giugno del 2019 a Grand Bahama, è stato istituito Coral Vita, il primo allevamento commerciale di coralli finalizzato alla ripopolazione dei reef e basato interamente sulla microframmentazione. Vaughan, da parte sua, ha da poco istituito la Plant a Million Corals Foundation, il cui obiettivo è aiutare gli scienziati di tutto il mondo ad applicare la  sua metodologia.

Incubatrici di coralli: LarvalBot

Secondo un recente rapporto delle autorità australiane, la copertura di corallo duro nella regione settentrionale della Grande barriera corallina è al 14% della sua estensione originaria, ossia un livello molto vicino al suo minimo storico. L’alterazione dell’ecosistema ha portato a quel fenomeno noto come sbiancamento del corallo, che è diventato ben visibile perfino dallo spazio.
LarvalBot, sviluppato da un gruppo di scienziati e ingegneri della Queensland University of Technology, è un drone sottomarino autonomo che aiuta i “baby coralli” a svilupparsi in un ambiente protetto e a ricolonizzare determinate parti del reef. Man mano che i coralli si riproducono attraverso il rilascio sincronizzato di minuscole uova e sperma nell’acqua, gli scienziati procedono alla raccolta di questi materiali in incubatrici flottanti poste vicino alla barriera corallina, dove hanno il tempo di svilupparsi indisturbati fino allo stato larvale. A quel punto, LarvalBot raccoglie e distribuisce le larve sulle parti più danneggiate della barriera corallina per ripopolarle secondo un processo che va sotto il nome di rigenerazione larvale.

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L’informatica in soccorso: MERMAID

I coralli sono creature complesse e, come abbiamo visto, la loro vitalità dipende da un insieme di fattori. Finora, gli studiosi erano costretti a raccogliere i dati sui coralli manualmente, un processo che richiedeva settimane o mesi, se non anni. Una volta acquisiti i dati, occorrevano tempi ancora più lunghi per analizzarli e condividerli con altri studiosi nel resto del mondo, allo scopo di allargare su scala globale le indagini sui fattori di degenerazione. Ed è qui che entra in gioco MERMAID, acronimo di Marine Ecological Research and Monitoring Aid, uno strumento web liberamente accessibile che permette agli scienziati di caricare e comunicare in tempo reale i dati sullo stato di salute dei reef, sia online che offline.

Sviluppato da WWF, Wildlife Conservation Society e SparkGeo, MERMAID è in grado di verificare autonomamente la validità dei dati, con un considerevole risparmio di tempo per gli scienziati. Può inoltre creare diagrammi e report per offrire ai ricercatori una visione d’insieme dello stato di salute dei coralli in tutto il mondo. Lo scopo del sistema è quello di accelerare l’identificazione delle minacce e favorire la nascita di nuove collaborazioni.

Attualmente, sono allo studio ulteriori metodi per difendere le barriere coralline e sono in corso diversi altri progetti. Uno di questi è l’iniziativa Allen Coral Atlas, avviata nel 2017 dal co-fondatore di Microsoft Paul Allen. Si tratta di una piattaforma che mappa le barriere coralline di tutto il mondo dallo spazio per monitorarne in tempo reale i livelli di sbiancamento e fornire informazioni di importanza essenziale ai conservazionisti e agli scienziati.
Di fronte al rischio di scomparsa di questo prezioso ecosistema, la speranza è che i governi e gli attivisti riconoscano la conservazione delle barriere coralline come un obiettivo prioritario e uniscano le proprie forze per sostenere con ancora più vigore le tecnologie di rigenerazione.

 

Autore: Livia Formisani