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Usa e Iran tra nuove sanzioni e il futuro dell'accordo nucleare

Il caso Soleimani ha riaperto la spaccatura tra le correnti politiche, divise tra il sostegno alle istituzioni e la necessità di riforma.

di Giuseppe Acconcia
15 gennaio 2020
8 min di lettura
diGiuseppe Acconcia
15 gennaio 2020
8 min di lettura

Gli Stati Uniti hanno deciso di imporre nuove sanzioni contro l’Iran in seguito ai raid di Teheran alle basi statunitensi in Iraq dello scorso 8 gennaio. Gli attacchi sono stati decisi da Teheran dopo l’eliminazione del generale iraniano, a guida delle milizie al-Quds, Qassem Soleimani, in un raid voluto dagli Usa nella notte tra il 2 e il 3 gennaio a Baghdad. La risposta iraniana ha causato l’abbattimento del Boeing 737 dell’Ukraine International Airlines per "errore umano". Dopo le pressioni internazionali, la stessa Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, ha voluto che venissero confermate le responsabilità iraniane nell’abbattimento del Boeing ucraino che ha causato 176 vittime di varie nazionalità, tra cui Iran, Canada, Gran Bretagna e Germania. Le forze armate iraniane si sono dette pronte a "riforme essenziali nei processi operativi per evitare simili errori in futuro" e che chi ha commesso l'errore verrà punito.

Il congelamento dell’accordo nucleare e le nuove sanzioni

In seguito ai raid iraniani, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato nuove sanzioni contro l’Iran, dopo l’uscita dall’accordo sul nucleare voluta da Washington nel 2018. Il Segretario di Stato, Mike Pompeo, ha aggiunto che, tra gli otto ufficiali e militari che saranno inseriti nella lista dei politici iraniani colpiti dalle sanzioni Usa, figureranno il segretario del Consiglio supremo di sicurezza, Ali Shamkhani, e il comandante della milizia dei basiji, Gholamreza Soleimani. Le nuove sanzioni colpiranno anche le industrie metallurgiche iraniane.

Da parte sua, Teheran ha dichiarato lo scorso 5 gennaio di voler congelare l’intesa sul nucleare e di voler riprendere l’arricchimento dell’uranio a livelli superiori rispetto a quelli previsti dall’intesa (JCPOA), come già anticipato lo scorso autunno in seguito all’estensione delle sanzioni Usa a tutti i Paesi che continueranno a fare affari con Teheran. L’accordo di Vienna aveva portato le esportazioni petrolifere iraniane a livelli simili agli anni precedenti all’imposizione delle sanzioni internazionali e a una crescita economica pari al 13,5% nel 2016, rispetto al -1,3% del 2015.

Dopo l’annuncio di Trump del maggio 2018 di voler abbandonare l’accordo di Vienna, Germania, Francia e Gran Bretagna si erano dichiarate favorevoli al mantenimento dell’intesa creando un sistema di pagamenti (INSTEX), capace di bypassare le sanzioni statunitensi. Eppure, le grandi multinazionali che erano tornate a fare affari nel Paese (come Total, Airbus, Peugeot e CMA CGM) hanno gradualmente annunciato di voler abbandonare i loro progetti per evitare di incappare in nuove sanzioni statunitensi. E così, dopo la fine dell’esenzione nel maggio 2019, durata per un periodo di sei mesi, per otto Paesi che hanno continuato a importare petrolio iraniano, l’Iran ha dovuto fronteggiare un nuovo calo drastico delle esportazioni petrolifere (passate dai 2,5 milioni di barili al giorno dell’aprile 2018 ai 100mila dell’agosto 2019) e una recessione economica pari al -6% nel 2019, secondo il Fondo monetario internazionale. Inflazione e aumento dei prezzi della benzina e dei beni di prima necessità (dalla carne al latte) hanno causato nuove proteste nel gennaio 2018 e nel novembre del 2019 contro il governo dei moderati di Hassan Rouhani, accusati di non aver rispettato le promesse in politica economica.

Gli effetti nella politica estera iraniana

Il caso Soleimani ha messo in evidenza le criticità del ruolo iraniano in politica estera, dall’Iraq alla Siria, dallo Yemen all’Afghanistan. Le proteste in Iraq dello scorso autunno hanno attaccato sia gli interessi statunitensi nel Paese sia il ruolo iraniano nel periodo seguente alla guerra del 2003 che ha segnato la fine del regime di Saddam Hussein. Per ben tre volte è stato attaccato il consolato iraniano a Najaf così come le proteste contro nepotismo, corruzione e disoccupazione giovanile hanno preso di mira sia gli Stati Uniti sia l'Iran. Teheran, sfruttando le esenzioni dalle sanzioni Usa in Iraq, riempiendo il mercato locale di prodotti iraniani a partire dalle automobili, beneficiando dello status quo, ha favorito le élites locali sciite a discapito di sunniti, curdi e di una più ampia redistribuzione della ricchezza petrolifera tra la popolazione irachena.

Le nuove proteste in Iran

Per la politica interna iraniana l’attacco a Soleimani e i raid iraniani che hanno portato all’abbattimento del Boeing 737 ucraino hanno avuto l'effetto di archiviare la stagione delle proteste anti-governative per il caro vita per aprire una fase di nuove mobilitazioni. I giovani iraniani che si sono riuniti alle porte dell’Università di Teheran e a Isfahan dopo l’ammissione di responsabilità nell’abbattimento del Boeing ucraino lo scorso 11 gennaio hanno una natura anti-sistemica in continuità con le ondate di proteste del 1999, 2003, 2009 e 2011 che chiedevano una sostanziale riforma del khomeinismo.

Il caso Soleimani e le seguenti rappresaglie hanno riaperto quindi una spaccatura che non si è mai davvero sopita tra le correnti politiche iraniane, divise tra sostegno alle istituzioni post-rivoluzionarie e la necessità di modernità e riforma. Questa fase potrebbe aprire una nuova strada ai moderati del ministro degli Esteri, Javad Zarif, e del presidente, Hassan Rouhani, per rinegoziare l'accordo sul nucleare. Questa componente politica  vorrebbe da tempo voltare pagina nei rapporti bilaterali con Washington. E così, i moderati iraniani potrebbero sfruttare questa fase per avvantaggiarsi in vista del voto per le presidenziali del 2021 che sembravano sicuro appannaggio delle componenti conservatrici di Raisi e Qalibaf, approfittando delle nuove mobilitazioni e della dura sconfitta che l’eliminazione del generale iraniano ha avuto per i conservatori. 

I recenti sviluppi nella regione hanno anche messo in discussione il ruolo iraniano in Medio Oriente. La reazione limitata di Teheran ha, da una parte, allontanato i venti di guerra, dall’altra, con l’abbattimento “non intenzionale” del Boeing 737, ha riaperto le ferite della società civile iraniana che chiede più accountability della classe politica. Infine, le criticità dell’accordo sul nucleare, raggiunto nel 2015, aprono la strada a una più generale rinegoziazione dei termini dell’intesa che possa tenere presente le richieste di tutte le parti in causa, a cominciare dall’inclusione del sistema missilistico iraniano nei termini dell’accordo.

L'autore: Giuseppe Acconcia

Giuseppe Acconcia è giornalista e ricercatore specializzato in Medio Oriente per le Università di Londra e Bocconi. Ha scritto tra gli altri per The Independent, Al-Ahram, Xinhua e openDemocracy. Ha intervistato l'ex presidente egiziano Mohamed Morsi, il Segretario generale della Lega araba Nabil Elaraby, i filosofi Samir Amin e Noam Chomsky, il premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi. Ha realizzato reportage nel Kurdistan siriano, tra i primi giornalisti occidentali ad entrare in una città controllata da oltre un anno dallo Stato islamico. Ha coperto il contenzioso sul nucleare iraniano, la crisi libica, le rivolte egiziane del 2011, il referendum per l'indipendenza scozzese (2014). Ha conseguito un Master in Middle Eastern Politics alla School of Oriental and African Studies (Soas) con tesi sul ruolo dei militari in politica in Medio Oriente. I suoi articoli sono stati tradotti in inglese, francese, spagnolo, portoghese, turco, tedesco, arabo e cinese. Ha insegnato all'Università americana del Cairo, ha lavorato per il premio Sakharov (Parlamento europeo) e nella cooperazione euro-mediterranea. È autore de EgittoDemocrazia militare (Exorma, 2014), Pictures from Jihan (Muta Imago, 2013), La primavera egiziana (Infinito, 2012) e Un inverno di due giorni (Fara, 2007).