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La scommessa dell’Europa

L'ambizione è di diventare tra il 2030 ed il 2050 il più importante soggetto globale del cambiamento nell'innovazione tecnologica.

di Roberto Di Giovan Paolo
26 agosto 2019
11 min di lettura
diRoberto Di Giovan Paolo
26 agosto 2019
11 min di lettura

Si può essere d’accordo o meno sulle politiche sul clima e perfino nutrire dubbi sul rapporto dell’IPCC adottato a ottobre scorso dalle Nazioni Unite ma gli europei, leader, imprenditori o semplici cittadini non potranno ignorare il quadro delle politiche proposte da Commissione e Parlamento Europeo, che sono la base di lavoro del nuovo Presidente della Commissione, la tedesca Ursula Von Der Leyen. Il quadro – disegnato dalla proposta di bilancio messa a punto a maggio 2017 e che, in prima ipotesi, doveva essere approvata lo scorso 9 maggio al Vertice di Sibiu, ed ha visto poi un ritardo dovuto alle elezioni del parlamento europeo – non dovrebbe sostanzialmente cambiare, così da mantenere un 25 percento del bilancio, e dei relativi fondi strutturali del periodo 2021-2027, dedicato espressamente alla battaglia per il cambiamento del clima, l’ambiente e le energie rinnovabili. Dietro questo piano c’è l’ambizione, sostenuta dal documento approvato a novembre del 2018, che l’Unione Europea abbia un ruolo guida, da "numero uno", nel raggiungere quota "zero emissioni" al 2050. La neo Presidente lo ha ribadito anche nel discorso di investitura in Parlamento Europeo, e le negoziazioni che hanno preceduto il suo "debutto" nel Consiglio Europeo, sotto la Presidenza rumena dello scorso giugno, ne hanno precisato i contorni con un documento finale che dedica un intero paragrafo a riflettere “sull’importanza di affrontare i cambiamenti climatici in linea con l’impegno dell’Unione di attuare l’accordo di Parigi e gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite", per cui " i programmi e gli strumenti dovrebbero contribuire all’integrazione delle azioni per il clima e al conseguimento dell’obiettivo generale di destinare (almeno) il 25 percento delle spese di bilancio". Cosa significa questo nella pratica quotidiana di ogni paese membro, che dovrebbe aver presentato un piano generale già entro il dicembre 2018?

Impegni e stanziamenti dell'UE a 27

Ricordo innanzitutto che stiamo parlando di una bozza di bilancio e di fondi 2021-2027, che sono ora sottoposti al dibattito del nuovo Parlamento Europeo (che può approvare o respingere in toto ma non proporre singoli emendamenti) poiché il legislatore uscente, dopo la decisione del Consiglio Europeo di rinviare la decisione finale e i relativi accordi, ha proceduto solo ad una “relazione interlocutoria” sul quadro finanziario pluriennale ed in teoria gli eventuali cambiamenti sono possibili solo a seguito del laborioso incontro degli "sherpa" di ogni singolo Paese, che stanno analizzando bilancio e voci, calcolando perdite e relativi guadagni. Tuttavia, è molto probabile che il quadro di massima non cambierà e sarà confermato lo stanziamento di circa 1.246 miliardi di euro a prezzi correnti, ovvero l’1,08 percento del Reddito Nazionale Lordo (RNL) dell’UE a 27 (togliendo il Regno Unito ed il suo peso anche di contributore netto, che nonostante il "rebate" Thatcheriano di un miliardo annuo, pesa per 8-10 miliardi di euro all’anno). Dentro queste cifre si situa l’impegno dell’Unione Europea su clima, energie rinnovabili, lotta alle emissioni, economia circolare, in linea con le indicazioni dell’Accordo di Parigi del 2015 per una diminuzione di 2 gradi del riscaldamento globale, portandolo ad almeno 1,5 gradi per il 2030 quando l’UE si è data una prima soglia di diminuzione del 40 percento del suo contributo alle emissioni globali e contribuendo, a cominciare dall’Africa, al miglioramento della condizione nei paesi con cui ha stabili scambi commerciali. L’obiettivo, però, è molto più ambizioso, considerando che un quarto del bilancio UE e dei fondi saranno dedicati a questo e coinvolge tutte le politiche dell’Unione europea  o pressoché tutte, visto che le azioni proposte riguardano i campi dell’energia, della sua efficienza, dello sviluppo delle rinnovabili, della mobilità, dell’industria, delle infrastrutture e delle connessioni europee di infrastrutture, della bio-economia delle biomasse e di quella circolare, il tema difficile della transizione dal settore carbonifero e l’organizzazione stessa, amministrativa e sociale, di una società sostenibile, peraltro in un continente dove il 75 percento dei cittadini vivono in una situazione definibile come "urbanizzata". È una strada già "segnata", una lunghissima "road map" che prevede stazioni di passaggio, verifica e controllo. Iniziata già con i fondi attuali, che prevedevano per il prossimo 2020 una opzione 20/20/20: 20 percento di taglio rispetto ai parametri 1990 delle emissioni di CO2; 20 percento in più di energia rinnovabile; 20 percento in più di efficacia nell’uso delle energie attuali. Un programma che oggettivamente è quasi del tutto alle viste, tanto che l’Unione Europea lo ha rilanciato con nuovi obiettivi per il 2030, portando le percentuali di successo rispettivamente al 40 percento nei tagli di emissioni, al 32 percento per la condivisione di energie rinnovabili ed infine al 32,5 percento per un uso più efficiente delle energie disponibili in toto. L’ Unione Europea insomma – in questo senso la Brexit potrebbe essere rilevante, perché la Gran Bretagna è stata tra gli Stati che più hanno marciato in sincrono con le richieste dell’UE in questo campo – sente che, nelle more delle guerre commerciali tra USA e Cina, potrebbe cogliere l’occasione per essere la potenza globale numero uno in questo campo, con ricadute anche in campo economico e sociale, nonché in quelli dell’innovazione e del lavoro. Lo sforzo di budget, infatti, si compone con la comunicazione sulla “strategia di lungo termine per il 2050”, che elenca possibili azioni suddivise anche territorialmente all’interno dell’Unione, tenendo conto delle differenze sostanziali, sociali e industriali, presenti nei Paesi scandinavi, nelle economie continentali o mediterranee. Ipotizzando ben otto scenari specifici: la produzione di minori emissioni; l’uso diffuso di energie rinnovabili e la decarbonizzazione; le politiche dei trasporti e della mobilità; l’uso della terra, lo sfruttamento dell’ambiente e una nuova agricoltura; un’industria europea innovativa e tecnologicamente all’avanguardia mondiale; la sostenibilità delle città; la costruzione di comunità socialmente avvertite e resilienti; il "vissuto" sociale di una economia circolare. E anche misure concrete, azioni replicabili, verifiche stringenti e fondi ingenti sia in campo pubblico che privato. C’è, per esempio, molta attenzione nel primo scenario alla condizione attuale delle costruzioni del Continente: qui “l’efficienza energetica sarà determinante e il calo più vistoso della domanda energetica si verificherà negli edifici, sia nel settore residenziale che in quello dei servizi, il cui consumo di energia ammonta oggi al 40 percento. Nel 2050 la maggior parte del parco immobiliare sarà costituito da edifici già oggi esistenti, e occorre aumentare il tasso di ristrutturazione, cambiare combustibile di riscaldamento in modo che la grande maggioranza delle case siano riscaldate da impianti alimentati da rinnovabili (energia elettrica, teleriscaldamento, gas rinnovabile o solare termico), diffondere i prodotti e le apparecchiature più efficienti, utilizzare sistemi intelligenti di gestione degli edifici e delle apparecchiature e migliorare i materiali d’isolamento”. Si parla anche diffusamente dei problemi attuali del trasporto e della mobilità, che vedono impegnare il 25 percento delle emissioni attuali dell’UE con un bel 2/3 di responsabilità di tutto ciò che è trasporto su gomma, senza contare che tutto ciò che va per mare, da o per il vecchio Continente, consuma un miliardo di tonnellate di carburanti per anno, producendo da solo il 3 percento delle emissioni su scala globale/mondo. Anche qui l’UE prevede fondi per il cambio dei carburanti, una maggiore efficienza nell’uso energetico, il rinnovo del parco navi europeo, a cominciare dalle flotte di pescherecci. E poi, ancora, si va dall’impegno alla creazione di linee finanziarie per progetti legati alla sfida del clima e dell’energia a piani di investimento in Unione Europea, in luoghi remoti, rurali o isole, oppure – come già detto – per progetti nella vicina Africa, passando per il sostegno economico all’aggiornamento tecnologico e al cambiamento nelle regioni strutturalmente impegnate da tempo col carbone e legate alla sua economia, e infine agli investimenti nei settori industriali e nei poli tecnologici e della mobilità pubblica e privata. Azioni che prevedono milioni di investimento integrati anche in ognuna delle sette diverse aree del budget europeo e che, nelle intenzioni della Commissione UE di Juncker, che oggi passa il testimone alla Von Der Leyen, potrebbero portare l’impegno dell’Unione in questo campo dal 2 percento del PIL investito attualmente a circa il 2,8 percento già nel 2030, con un corrispettivo di circa 550 miliardi di euro di impegno  complessivo, tra pubblico e privato, di cui circa 200 miliardi solo di investimenti; motivo per cui la UE mostra già la sua soddisfazione e, nel contempo, ricorda il suo impegno attraverso i 70 miliardi annui per il sostegno del sistema energetico europeo.
Questo, a maggior ragione, garantirebbe un certo risultato anche dal punto di vista della forza-lavoro che i documenti della Commissione parametrano a circa un + 1/1,5 percento, specificatamente derivato dalle politiche sul cambiamento del clima, sull’economia circolare e sull’innovazione tecnologica per le nuove energie rinnovabili.

Una sfida che l'Europa rivolge a se stessa

Ecco, dunque, che siamo in pieno paradosso: mentre i fautori con eccesso di zelo dei rischi del cambiamento climatico si affannano a definire come "post Truth" le ragioni che Trump e i detrattori dell’ IPCC e delle Nazioni Unite ritengono essere invece la vera "post verità" globale da combattere, leader, imprenditori e cittadini dell’Unione Europea, volenti o nolenti, hanno da fare i conti con una sfida che, al di là della motivazione ideologica, mobiliterà risorse, progetti, iniziative e azioni con una leva economica che l’Unione Europea stima per i prossimi sette anni e propone in circa 312 miliardi di euro, che sono solo la parte “pubblica” dell’Unione e non tiene conto del volano esercitabile sull’impegno economico privato in questi settori. Comunque la si rigiri, è un impegno non da poco per l’UE ma anche una sfida che l’Europa rivolge soprattutto a se stessa, non solo come istituzione ma come comunità economica e sociale. La cosa peggiore sarebbe far finta che la sfida-opportunità non esista.

L'autore: Roberto Di Giovan Paolo

Giornalista professionista dal 1991, ha collaborato e scritto per Ansa, Avvenire, La Discussione, Famiglia Cristiana, Avvenimenti e Gr Rai, tra gli altri. Consulente editoriale e di Comunicazione Strategica, è stato Segretario generale dell'AICCRE (Associazione Italiana per il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa), e membro del Policy Bureau europeo del CCRE. Come Senatore della Repubblica Italiana dal 2008 al 2013 è stato tra i fondatori di ELANET, rete della società dell'informazione europea. E 'docente presso l’Università internazionale di Roma.