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La legge delle conseguenze impreviste

L'annuncio delle sanzioni all'Iran, da parte degli Stati Uniti, ha prodotto un effetto indesiderato e apparentemente inatteso…

da Nazrin Mehdiyeva
21 gennaio 2019
18 min di lettura
daNazrin Mehdiyeva
21 gennaio 2019
18 min di lettura

Questo articolo è tratto da WE-World Energy n. 41 - The big reversal. Leggi il magazine

Prevedere i prezzi internazionali del petrolio è una questione spinosa. Nel 2018 gli eventi geopolitici hanno dominato in modo marcato le discussioni all’interno del mercato. Un’ampia serie di fattori ha dimostrato che, nonostante lo “tsunami del gas di scisto” proveniente dagli Stati Uniti, la geopolitica del petrolio rimarrà determinante per comprendere il mercato.

Casualità contro premeditazione

I fattori geopolitici che condizionano il mercato petrolifero sono in linea di massima classificabili in due categorie. La prima comprende gli eventi non premeditati, quelli che si abbattono sul mercato globale in conseguenza di crisi interne agli stati, instabilità e cambi di regime, conflitti armati o azioni terroristiche. Così come negli anni precedenti, anche nel 2018 non sono mancati numerosi eventi di questo tipo. Tra i più rilevanti ricordiamo gli attacchi agli oleodotti in Nigeria, che hanno causato la perdita di 150.000 barili al giorno di greggio Bonny Light e una dichiarazione di stato di forza maggiore sulle esportazioni, la perdita di spedizioni dalla Libia per volumi pari a 850.000 barili al giorno dopo che le truppe agli ordini del generale Khalifa Haftar hanno riconquistato i porti trasferendone il controllo dal governo di Tripoli spalleggiato dall’ONU a un organismo separato controllato dal sedicente Esercito nazionale libico con base a Bengasi, e l’inasprirsi della crisi in Venezuela, che ha causato un crollo della produzione a circa 1 milione di barili al giorno rispetto al volume quasi doppio dell’anno precedente.

La seconda categoria di fattori geopolitici comprende invece eventi calcolati e intenzionali, quali interventi militari, sanzioni e quote di produzione. Alcuni esempi tra i più significativi prodottisi nel 2018 sono stati il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo multilaterale sul nucleare iraniano e la reimposizione di sanzioni, la decisione dei membri dell’OPEC e dei loro alleati non-OPEC di incrementare la produzione in previsione delle sanzioni statunitensi nonostante l’opposizione di Teheran, e le deroghe sulle importazioni di petrolio iraniano concesse dal Tesoro statunitense poche ore prima della prevista entrata in vigore del regime di sanzioni.

Interventi intenzionali dagli effetti imprevisti

Sebbene intenzionali e preannunciati, spesso gli interventi di natura geopolitica scatenano una cascata di conseguenze impreviste. Prendiamo ad esempio la politica del “pump-at-will”, ovvero del pompaggio a volontà, attuata dall’Arabia Saudita. Promossa dal ministro dell’Energia saudita Ali al-Naimi tra il 2014 e il 2016, mirava a mettere fuori gioco i produttori statunitensi di scisto facendo crollare il prezzo del petrolio. In quel periodo, Riad smise di coordinare la produzione all’interno dell’OPEC e invece inondò il mercato di petrolio. Se da un lato questa politica costrinse molti produttori di scisto statunitensi a chiudere bottega, quelli che sopravvissero vi riuscirono tagliando i costi al di sotto di un livello in passato ritenuto impensabile per i produttori di idrocarburi non convenzionali. Il risultato andò nella direzione opposta rispetto all’intento originario dell’intervento saudita e, nonostante un’inversione di tale politica attuata nel 2016, ha continuato a condizionare il mercato.

A metà del 2018 la produzione di scisto dei sopravvissuti, efficienti e sempre più competitivi, era cresciuta fino a rappresentare la metà della produzione di petrolio statunitense, un incremento impressionante se paragonato al misero 10% del 2011. E in effetti Stati Uniti hanno raggiunto l’importante traguardo di 11,3 milioni di barili al giorno in agosto, quando la produzione statunitense ha superato quella dell’Arabia Saudita e della Russia, che nello stesso mese hanno registrato una produzione giornaliera rispettivamente di 11,2 milioni e 10,4 milioni di barili. Sotto la spinta dell’aumentata produzione di scisto nel bacino Permiano e nel giacimento di Bakken, la soglia degli 11 milioni di barili al giorno è stata raggiunta più rapidamente di quanto avesse predetto l’Energy Information Agency statunitense, inducendola a ritoccare al rialzo le sue previsioni sulla produzione USA. Sulla base dei nuovi dati, si prevede che entro la fine del 2019 la produzione di greggio statunitense aumenterà di 1,1 milioni di barili al giorno, passando da una produzione media giornaliera di 10,9 milioni a 12,06 milioni di barili. Gli Stati Uniti, dunque, sono sulla buona strada per diventare il maggiore fornitore di greggio del mondo, detronizzando la Russia e l’Arabia Saudita. Tuttavia, in una sua recente analisi, Fatih Birol, direttore esecutivo dell’International Energy Agency (IEA), ha affermato che non si può far affidamento esclusivamente sullo scisto per contrastare la carenza di offerta a livello globale che risulterà dall’attuale basso livello di investimenti nelle riserve convenzionali e dalla crescita della domanda. Secondo le previsioni riportate nell’ultimo Word Energy Outlook dell’IEA pubblicato in novembre, tra il 2017 e il 2040 la domanda di energia aumenterà di oltre il 25%, e questa cifra è destinata a raddoppiare se non verranno apportati dei miglioramenti agli attuali livelli di efficienza energetica. Considerati gli attuali scarsi investimenti nelle riserve convenzionali, per tamponare le forniture insufficienti nei prossimi sette anni i produttori di scisto dovrebbero aggiungere l’equivalente della produzione russa. Questo, afferma Birol, sarebbe nientemeno che un “piccolo miracolo”.

Il potere del più forte

Nonostante i massicci aumenti di produzione, gli Stati Uniti non sono riusciti a conquistare lo status di “swing supplier” del mercato. La congestione degli oleodotti ha creato una situazione in cui a fronte di una produzione in forte crescita, non vi sono mezzi per trasportare il petrolio al di fuori della regione di produzione e anche l’utilizzo di vagoni ferroviari o autocarri per fare uscire i volumi supplementari è penalizzato dall’insufficienza di infrastrutture per le esportazioni. Tutto ciò per gli Stati Uniti si traduce in forti limitazioni al volume di greggio che sono in grado di spedire sui mercati globali. Questi colli di bottiglia hanno impedito ai produttori statunitensi di esportare maggiori quantitativi di greggio quando i prezzi del petrolio hanno iniziato ad aumentare a seguito dei tagli alla produzione attuati dai paesi OPEC e non-OPEC nel biennio 2016-17. E hanno continuato a costituire una limitazione anche nel 2018, quando in ottobre i prezzi sono schizzati a più di 86 dollari al barile, mentre il mercato si preparava alla reintroduzione delle dure sanzioni nei confronti dell’Iran. Le ripetute richieste da parte della Casa Bianca, il più delle volte avanzate dal presidente Donald Trump via Twitter, affinché l’Arabia Saudita e la Russia aumentassero la produzione allo scopo di tenere sotto controllo i prezzi, secondo Mosca e Riad corrispondevano a un’ammissione da parte degli Stati Uniti della propria incapacità di bilanciare il mercato.

L’Arabia Saudita e la Russia, in quanto principali paesi del sistema con capacità di riserva, hanno rafforzato la loro collaborazione. Cosa che sarebbe stata impensabile meno di quattro anni fa, i due stati hanno pubblicamente sbandierato il loro “completo allineamento” di interessi in occasione dell’incontro dell’OPEC con gli alleati non-OPEC tenutosi in giugno. Tra maggio e la fine di settembre, la produzione dell’OPEC ha registrato un incremento pari a quasi 1 milione di barili al giorno, e questo nonostante il calo delle forniture dall’Iran e dal Venezuela. Allo stesso modo, la produzione della Russia ha continuato a crescere, raggiungendo ogni mese un nuovo record post-sovietico. Tuttavia l’impatto psicologico delle sanzioni USA incombenti sull’Iran ha rappresentato un fattore determinante che in ottobre è sfociato in un rialzo dei prezzi del Brent a 86 dollari al barile, il livello più alto registrato dal 2014.

L’annuncio della decisione di Trump di applicare un regime di sanzioni “a tolleranza zero” sul petrolio iraniano ha prodotto una conseguenza indesiderata e apparentemente inattesa, quella di aumentare l’influenza saudita e russa nel mercato internazionale. Mentre Riad vantava una lunga esperienza come “swing supplier” su scala globale, Mosca era meno abituata a trovarsi sotto i riflettori. Per i suoi alti funzionari si è trattato di un’occasione per pubblicizzare l’“approccio improntato a una collaborazione responsabile” della Russia, in virtù del quale ha incrementato la produzione per aiutare a bilanciare il mercato in contrazione. Ciò in contrasto con gli Stati Uniti, nella cui “politica irresponsabile”, hanno affermato i funzionari russi, va individuata la causa del rialzo dei prezzi. Secondo la loro valutazione, i prezzi in un range compreso tra 60 e 80 dollari, che il presidente Donald Trump trovava inaccettabilmente alti, alla Russia stavano più che bene. Analizzando la causa profonda alla base del rialzo dei prezzi di ottobre, il presidente Vladimir Putin ha affermato che la colpa andava attribuita “alle azioni dell’amministrazione USA”, in particolare “alle sanzioni previste nei confronti dell’Iran, ai problemi politici in Venezuela”, e alla distruzione dello stato libico. Putin ha dichiarato che la Russia sarebbe stata pronta a continuare a incrementare la produzione, rispetto al record post-sovietico di 11,4 milioni di barili al giorno raggiunto in ottobre, grazie ai nuovi giacimenti sviluppati nella Siberia orientale, come quelli di Yurubcheno-Tokhomskoye, Taas-Yuriakhskoye e Suzunskoye della compagnia Rosneft.

Retorica e sfida

Mosca si è quindi giustificata sostenendo che le sanzioni USA rappresentavano un atto di interferenza geopolitica nel mercato e uno strumento di guerra economica, escogitato da Washington per promuovere le esportazioni di idrocarburi di scisto statunitensi. Questa tesi, postulata per la prima volta dopo l’imposizione delle sanzioni statunitensi alla Russia a seguito dell’annessione illegale della Crimea nel 2014, è divenuta un leit motiv della retorica del Cremlino. In ambito internazionale ha guadagnato maggior credito dopo l’annuncio delle sanzioni nei confronti dell’Iran di maggio, in particolare quando le delegazioni del dipartimento del Tesoro USA hanno iniziato a contrattare la vendita di greggio statunitense all’India e alla Cina per rimpiazzare le forniture iraniane prima dell’imposizione delle sanzioni di novembre. E in effetti, in giugno le esportazioni di petrolio americane verso l’India hanno raggiunto i livelli record di 347.000 barili al giorno, passando da un volume complessivo di 8 milioni di barili nel 2017 a 15 milioni nei primi sette mesi del 2018.

Tuttavia, nei mesi successivi, il greggio statunitense ha iniziato a perdere attrattiva in conseguenza del rafforzamento del dollaro e della riduzione del premio del Brent sul WTI. Anche la decisione di Teheran di offrire la copertura assicurativa su carichi e petroliere gestiti da compagnie iraniane e sconti sul prezzo del petrolio ha svolto un ruolo rilevante. In ottobre, il ministro del Petrolio indiano Dharmendra Pradhan ha dichiarato che l’India avrebbe continuato ad acquistare petrolio dall’Iran dopo il 4 novembre, termine del periodo transitorio. Pradhan ha aggiunto che l’India stava valutando l’ipotesi di mettere a punto un sistema di pagamenti per acquistare petrolio iraniano utilizzando rupie indiane. Questo orientamento ha trovato consenso presso l’Unione europea, che ha anche suggerito di istituire uno Special Purpose Vehicle per “facilitare transazioni finanziarie legittime” con l’Iran, comprese quelle relative al petrolio. Dal canto suo, la Russia ha continuato a denunciare l’unilateralità e illegalità delle sanzioni USA, ribadendo che avrebbe continuato a operare con l’Iran dopo novembre.

La Cina, che nei primi sette mesi del 2018 aveva acquistato una media di 377.000 barili al giorno di greggio statunitense e figurava come prima o seconda (dopo il Canada) destinazione delle esportazioni di greggio USA, ad agosto ha risposto all’escalation della guerra commerciale con gli Stati Uniti azzerando le relative importazioni. Anche dopo che Pechino ha escluso il greggio dal suo elenco di dazi, gli importatori cinesi non hanno più acquistato petrolio USA nel timore che l’esclusione fosse temporanea e attuata solo per facilitare la consegna dei carichi che le parti avevano già concordato. Per compensare questa carenza, gli importatori cinesi si sono rivolti ad altri fornitori, tra cui l’Iran, incamerando in agosto un volume record di 874.000 b/g di greggio iraniano.

Le raffinerie cinesi hanno addotto gli obblighi contrattuali con l’Iran come ragione per continuare ad acquistare greggio iraniano per tutto il resto dell’anno, mentre il ministro degli Esteri cinese ha rilasciato una dichiarazione sulla natura “ragionevole” dei legami di Pechino con Teheran, che non costituivano una violazione delle risoluzioni ONU. Per la verità, alla fine di ottobre e all’inizio di novembre, un volume senza precedenti di 22 milioni di barili di greggio iraniano caricato su superpetroliere della società di stato National Iranian Tanker Co ha fatto rotta verso il porto di Dalian, nel nord-est della Cina, un quantitativo ben maggiore dei volumi mensili compresi tra 1 e 3 milioni di barili di greggio iraniano che erano abitualmente approdati al porto dal 2015. Chiaramente si è trattato di una mossa in previsione delle sanzioni USA incombenti e mirata a sfruttare le ingenti strutture destinate allo stoccaggio commerciale di Dalian per la successiva vendita a clienti asiatici, come era avvenuto in occasione dell’ultima tornata di sanzioni del 2014.

Con l’avvicinarsi della scadenza di novembre, la posizione dell’amministrazione statunitense determinata a imporre sanzioni con tolleranza zero sugli acquisti di petrolio iraniano è divenuta insostenibile, tanto da indurre il dipartimento del Tesoro USA a concedere delle deroghe “temporanee” a tutti i principali acquirenti di greggio iraniano, tra i quali Cina e India. L’adozione di sanzioni “soft” è stato un tentativo dell’amministrazione di salvare la faccia a fronte della propria incapacità di attuare la politica originariamente proclamata.

Il dilemma saudita

Le deroghe hanno indebolito la posizione degli Stati Uniti e complicato la vita all’Arabia Saudita, che aveva aumentato la produzione a livelli record pompando 11,3 milioni di barili al giorno in novembre. Unitamente alle produzioni record registrate in Russia e negli Stati Uniti, le deroghe hanno causato un calo costante del prezzo del Brent, che è passato dai 73 dollari al barile del 5 novembre – data di entrata in vigore delle sanzioni – a meno di 60 dollari alla fine del mese.

Perché il suo bilancio sia in pareggio, l’Arabia Saudita avrà bisogno che nel 2019 i prezzi internazionali del petrolio si mantengano su una media di 73 dollari al barile. Sebbene questo punto di pareggio sia inferiore agli 83 dollari al barile del 2018, nella situazione di eccesso di offerta creata dalla combinazione delle sanzioni soft all’Iran e la produzione da record di Arabia Saudita e Russia, per equilibrare il mercato Riad non si è potuta limitare a tagliare la propria produzione, ma ha dovuto anche convincere altri attori membri e non dell’OPEC a fare altrettanto. Tale risultato è stato raggiunto durante il meeting di Vienna del 7 dicembre scorso, con la decisione dei paesi OPEC e dei loro alleati non-OPEC di tagliare la produzione di 1,2 milioni di barili al giorno per sei mesi a partire da gennaio 2019.

Il ministro dell’Energia russo ha dichiarato che la produzione del suo paese calerà tra i 228.000 e i 230.000 barili al giorno, vale a dire quasi il 2 percento. Le riduzioni concordate si avvicinano molto ai tagli di 1,3 milioni di barili al giorno raccomandati, prima del vertice, dalla Commissione economica dell’OPEC, ma complicano le relazioni con il presidente Trump, che chiedeva prezzi più bassi e produzione invariata.

Il dilemma degli Stati Uniti

Definire le tempistiche giuste per l’applicazione delle sanzioni USA all’Arabia Saudita non è un affare semplice. Da una parte, annunciare delle misure severe per addolcirle successivamente, come l’amministrazione statunitense si è trovata costretta a fare nel caso dell’Iran, nuocerebbe alla reputazione degli Stati Uniti. Dall’altra, introdurre rigide sanzioni prima di avere ampliato l’infrastruttura per le esportazioni USA in misura sufficiente a consentire ai produttori di scisto di fornire maggiori volumi al mercato farebbe salire alle stelle i prezzi a livello internazionale e danneggerebbe l’economia USA, dal momento che i prezzi statunitensi alla pompa continuano a dipendere dagli sviluppi del mercato petrolifero globale. In effetti, l’analisi dell’IEA evidenzia che, considerato l’attuale livello inadeguato di investimenti in progetti petroliferi convenzionali, il mercato si troverebbe di fronte a un’offerta insufficiente anche senza l’applicazione di sanzioni a un fornitore chiave qual è l’Arabia Saudita. Non vi è alcun dubbio che qualsiasi sanzione a Riad inasprirebbe enormemente la situazione e richiederebbe ai produttori di scisto statunitensi di aumentare la produzione in una misura tale da costituire un grande, non piccolo, miracolo.

Pertanto nel mercato petrolifero gli eventi geopolitici continueranno a dettare legge. A dare inizialmente il via all’attuale eccesso di offerta è stato l’intervento di carattere geopolitico degli Stati Uniti con l’annuncio dell’applicazione di severe sanzioni all’Iran. E l’impatto di questo intervento continuerà a ripercuotersi su tutto il mercato. La decisione dell’OPEC+ dello scorso dicembre di tagliare la produzione metterà alla prova la determinazione politica di Riad e Mosca di serrare i ranghi per tutto il tempo necessario e attendere che il mercato torni in equilibrio, a costo di perdere la loro quota di mercato.

Per ciò che riguarda il prossimo futuro, la volatilità e il cambiamento saranno le uniche costanti.

L'autore: Nazrin Mehdiyeva

È una esperta in geopolitica e sicurezza energetica, collabora con governi, istituzioni internazionali e major energetiche. Ha ricoperto posizioni di rilievo nel settore privato e all’Università di Oxford. È autrice di “Power Games in the Caucasus” e, più recentemente, coautrice di “Beyond Blood Oil: Philosophy, Policy and the Future”. Collabora regolarmente a prestigiose pubblicazioni.

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