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La tregua ridisegna gli equilibri energetici. Forse

La Cina si impegna ad acquistare 50 miliardi di energia Usa. La partnership contrasta con la volontà di ridurre la dipendenza energetica.

da Alessandra Spalletta
24 gennaio 2020
12 min di lettura
daAlessandra Spalletta
24 gennaio 2020
12 min di lettura

A Davos, tre anni fa, gli Stati Uniti hanno appena eletto Donald Trump alla Casa Bianca quando il presidente cinese Xi Jinping si intesta il ruolo di alfiere del libero commercio. Per la prima volta al Forum sulle alpi svizzere, il leader cinese pronuncia un celebre discorso in difesa della globalizzazione, e illustra la visione sinocentrica di “una comunità dal destino condiviso”. La strategia è chiarissima, e prevede la costruzione di vie di terra e di mare per connettere le merci e i popoli di tutto il mondo: la Nuova Via della Seta. Passano pochi mesi e Trump, senza mai sconfessare il suo “enorme rispetto” per Xi, scatena la guerra dei dazi contro la Cina, accusata di rubare segreti tecnologici e responsabile di un deficit commerciale “troppo alto” (375 miliardi di dollari). Nel 2019 il surplus è sceso a 296 miliardi di dollari ma lo scontro commerciale, dopo 18 mesi, ha danneggiato soprattutto gli Stati Uniti. Il 21 gennaio 2020, dallo stesso palco di Davos, Trump rivendica i successi della sua Amministrazione ed elogia la crescita dell’economia americana. "Il mio rapporto con Xi non è mai stato migliore”, ha detto. Pochi giorni fa le due maggiori economie del mondo hanno firmato la tregua della guerra commerciale. Un accordo preliminare in cui la Cina si impegna a comprare 200 miliardi di beni e servizi e gli Usa a tagliare i dazi. Mentre tra gli economisti si diffonde il timore che lo spettro delle tariffe si sposti ora verso l'Europa o i Paesi emergenti, nei documenti firmati mancano i riferimenti alla tecnologia e ai sussidi statali: sono i due dossier lasciati sul tavolo per il prossimo round di negoziati che dovranno disinnescare il rischio del decoupling. E così resta il cuore del conflitto: la corsa per il dominio tecnologico; la competizione per la supremazia sull’infrastruttura strategica del futuro, il 5G. Ma c’è un altro versante che alimenta le ambizioni delle due super potenze: la partnership naturale sulle fonti energetiche, che ridisegna gli equilibri globali dell’energia. Sullo sfondo, a rendere poco chiaro l’accordo, il desiderio di Pechino di affrancarsi dalla dipendenza energetica.

La tregua

15 gennaio 2020, East Room della Casa Bianca. Il presidente Donald Trump e il vice premier e capo negoziatore cinese, Liu He, firmano l'accordo di Fase Uno sui dazi. L'intesa comprende trasferimenti di tecnologia, proprietà intellettuale, prodotti alimentari e agricoli, servizi finanziari ed espansione del commercio. Trump twitta: “Uno dei migliori accordi commerciali mai conclusi! Buono anche per la Cina e per le nostre relazioni a lungo termine. 250 miliardi di dollari torneranno nel nostro Paese e ora siamo in ottima posizione per l'inizio della Fase Due. Non c'è mai stato niente di simile nella storia degli Stati Uniti!". Il documento di 86 pagine siglato dalle due superpotenze soddisfa apparentemente i due leader, uno in corsa per la riconferma alla presidenza e con un processo di impeachment in corso, l’altro alle prese con una fase delicata della politica cinese, scossa dalla crisi di Hong Kong, dalle elezioni a Taiwan, dalla questione dei diritti umani nel Xinjiang, e dal rischio di una nuova epidemia che risveglia i fantasmi della SARS. In una lettera a Trump, Xi Jinping definisce la firma dell’intesa un bene "per il mondo intero". 

È davvero così?

La Cina si impegna ad acquistare beni e servizi statunitensi per 197 miliardi di dollari nei prossimi due anni: 35 miliardi di nuovi servizi (finanziari, turismo e istruzione); 80 miliardi della manifattura (auto, componentistica, aerei, microchip); 32 miliardi di prodotti agricoli; 50 miliardi in petrolio e gas. Pechino aumenterà dunque le importazioni di prodotti agricoli, che la Cina ha chiesto di lasciare riservati, come carne di maiale, pollame, fagioli di soia, grano, mais e riso - uno dei punti a cui teneva maggiormente Trump, giacché il blocco delle importazioni aveva colpito la sua base elettorale nel Midwest. Il governo cinese promette inoltre di proteggere la proprietà intellettuale Usa e di non svalutare lo yuan, una volontà già percepita a Washington che alla vigilia della firma, il 14 gennaio scorso, ha rimosso la Cina dai paesi manipolatori di valuta.

L’export cinese verso gli Stati Uniti vale 526 miliardi. Con l’accordo di fase uno, Washington revocherà il rischio di nuove tariffe al 15% che sarebbero scattate il 15 dicembre scorso su quasi 160 miliardi di dollari, a cui Pechino avrebbe risposto con tariffe su 3.300 prodotti statunitensi, ma non elimineranno i dazi al 25% su 250 miliardi di dollari di importazioni cinesi che rimarranno come sono, mentre verranno ridotte al 7,5% le tariffe su molto del resto, per un totale stimato in 120 miliardi di dollari di prodotti cinesi. La rimozione totale dei dazi sarà per Trump uno strumento negoziale per raggiungere l’accordo di fase due. Il futuro negoziale è ammantato di una “enorme incertezza”, avverte il quotidiano cinese Global Times. Nei prossimi mesi sarà decisiva l’implementazione dell’accordo, ma è improbabile che ci saranno nuovi sviluppi fino alle elezioni presidenziali Usa.

La genesi della pace commerciale è stata sofferta. Nelle negoziazioni la Cina ha mantenuto una postura pacata e attendista. Xi è intervenuto una sola volta, nell’aprile del 2019, per bloccare il testo dell’accordo che avvantaggiava troppo l’America, almeno stando alle indiscrezioni che circolano a Pechino.  Ad avere più bisogno dell’accordo, sembra essere Washington.

La Cina è arrivata all’accordo con un’economia che continua a crescere, nonostante le sanzioni, a un tasso del 6,1%, all’interno dell’obiettivo fissato dal governo di una crescita tra il 6% e il 6,5%, ma al livello più basso dal 1990. In altre parole: sotto i contraccolpi della disputa tariffaria la Cina rallenta ai minimi da 29 anni ma registra la crescita prevista.

Gli Usa, invece, ci sono arrivati con una bilancia commerciale pressoché immutata, ma con una sostanziale diminuzione delle importazioni cinesi che hanno portato l’economia a retrocedere a terzo partner commerciale cinese, dopo Unione europea e Asean (l’associazione dei Paesi del sudest asiatico). I segnali di rallentamento ci sono, come scrive il Dipartimento del Commercio americano.  

Eppure in pochi giorni le due super potenze sono tornate a una situazione di pareggio: Trump celebra i dati della sua economia che è “ripartita alla grande” nonostante i tagli della Fed; elogia i numeri sull’occupazione, la crescita degli investimenti. Xi è alle prese con una nuova sfida politica che è un test anche sulla credibilità di Pechino: il virus partito da Wuhan, che spaventa la Cina e il resto dell’Asia.

Il capitolo energia

La Cina si è impegnata ad acquistare enormi quantitativi di greggio, di gas naturale liquefatto (LNG), di gas di petrolio liquefatto (GPL) con maggiori importazioni anche di materie prime petrolchimiche. Ma gli analisti giudicano l’obiettivo dei 50 miliardi di prodotti energetici “difficile da raggiungere”; e caso mai fosse raggiunto sarebbe destinato a modificare gli acquisti cinesi, a sfavore di altri operatori internazionali dell’energia non americani.

Washington e Pechino sono partner energetici naturali perché gli Stati Uniti sono diventati il principale produttore al mondo di greggio e di gas naturale, mentre la Cina è il maggiore consumatore di energia mondiale. La produzione petrolifera statunitense ha raggiunto il record di 12,9 milioni di barili al giorno (bdp), al di sopra degli 11,2 milioni della Russia e dei 12 milioni sauditi.  Da un lato abbiamo una potenza che produce quantità record di idrocarburi, e dall’altro una che ha fame crescente di petrolio e gas. Gli Stati Uniti hanno bisogno di vendere, la Cina di comprare.

A tutto gas

Tutto si gioca sulla complementarità.

Con la rivoluzione dello shale gas e dello shale oil (idrocarburi contenuti in rocce scistose), gli operatori americani pompano 95 miliardi di piedi cubi di gas al giorno (bcfd).  Stando alle previsioni della Energy Information Administration (EIA), la capacità di esportazione di LNG degli Stati Uniti è destinata a superare i 9,0 bcfd entro la fine del 2020, in aumento rispetto ai 4,9 bcfd nel 2018. La concorrenza è durissima, scrive Ariel Cohen su Forbes: entro cinque anni gli Usa dovrebbero strappare al Qatar e all'Australia la leadership nelle esportazioni di gas.

Vediamo ora come è messa la Cina. Le importazioni cinesi di LNG hanno toccato quota 7,5 miliardi di barili al giorno a ottobre scorso. In pratica il Dragone importa il 45% del suo consumo giornaliero di gas; è il Paese che importa più LNG al mondo. 

 

Oro nero

Stando ai dati dell’Amministrazione Generale delle Dogane cinesele importazioni giornaliere di greggio hanno raggiunto quota record di 11,13 milioni di barili a novembre scorso, in aumento dai 10,72 milioni di barili di ottobre e dai 9,61 milioni di barili del novembre del 2018. L'America, un tempo maggiore importatore di petrolio al mondo, ha raggiunto il picco di 10,1 milioni di barili di importazioni al giorno nel 2005. Una quota che oggi è precipitata a 6,5 milioni di barili al giorno.

 

Pechino importa il 70% del suo fabbisogno energetico (la domanda complessiva di petrolio è di 13,5 milioni di barili). La Cina è retrocessa dal quarto maggiore produttore di greggio nel 2015 (con 4,3 milioni di barili) al settimo (con 3,8 milioni di barili - il livello di produzione più basso dal 2007). La dipendenza dalle importazioni è un problema ben presente all’Amministrazione cinese, e si riflette negli sforzi del colosso statale China National Petroleum Corporation (CNPC) di aumentare la produzione interna. In tal senso va infatti letta la recente apertura della Cina alle compagnie straniere nel settore Oil & Gas.   La dipendenza dalle importazioni spaventa i funzionari a Zhongnanhai, il centro del potere cinese, che per anni ha fatto affidamento sui giganti statali per la produzione interna di petrolio e gas. 

Quando la Cina ha smesso di comprare l’energia Usa...

Nel 2015 viene revocato il divieto di esportazione del greggio statunitense e le esportazioni di idrocarburi verso la Cina esplodono. Il boom continua fino al giugno del 2018, quando si interrompe bruscamente con l’annuncio di Trump di una prima tranche di dazi sulle merci di importazioni cinese.

La reazione arriva subito: Pechino decide di sospendere per sei mesi le importazioni di greggio statunitensi. Risultato? La quota cinese sul totale delle esportazioni statunitensi di greggio scende dal 20% della prima metà del 2018 - prima dello scoppio della guerra commerciale - a quasi il 5% nella prima metà del 2019. A settembre scorso, poi, sono scattati i primi dazi della Cina sul greggio USA: un prelievo del 5%, che ad oggi rimane in vigore.

Altri dati: dal febbraio 2016, quando gli Stati Uniti iniziano a esportare LNG, al luglio del 2018, quando inizia la guerra commerciale, la Cina è il terzo più grande acquirente nel mercato energetico americano. Oggi, la Cina non rientra neanche nei top 15. Nel novembre del 2018  Pechino applica la tariffa punitiva del 10% su tutte le spedizioni americane di LNG, cui nel settembre scorso si aggiunge una tariffa del 25%. Anche questo dazio deve ancora essere rimosso. 

...e perché dovrebbe ricominciare a comprarla

Nel frattempo, la Cina ha placato altrove la sua fame di energia. Secondo l'American Petroleum Institute (API), nel 2018 la Cina ha importato petrolio da 45 paesi diversi, soprattutto da Russia, Arabia Saudita, Angola, Iraq e Oman. Nel 2018, solo il 3% delle importazioni di greggio e il 4% delle importazioni di gas naturale liquefatto proveniva dagli Stati Uniti.

Secondo le proiezioni della CNPC, nel 2020 la domanda cinese di petrolio e gas potrebbe assottigliarsi ai livelli più bassi dalla crisi economico-finanziaria del 2008: i contraccolpi della guerra commerciale con Washington potrebbero riverberarsi ben oltre la sigla dell’accordo di fase uno, soprattutto nel settore auto. Il calo della domanda rischia di avere un impatto anche sui prezzi. Un incremento degli acquisti energetici cinesi di 50 miliardi nei prossimi due anni appare dunque improbabile. Non solo perché la Cina non ha ancora rimosso i dazi, ma anche perché il governo cinese dovrebbe rinegoziare o cancellare i contratti energetici di lungo periodo con gli altri Paesi fornitori, una mossa che peraltro danneggerebbe in primo luogo gli importatori cinesi.