pianeta futuro sostenibile

Gli SDG, le persone e il pianeta

Marina Ponti ci spiega i cambiamenti e le opportunità scaturiti dal difficile periodo che il mondo intero sta vivendo, per immaginare un nuovo tipo di futuro.

di Davide Perillo
19 luglio 2021
15 min di lettura
di Davide Perillo
19 luglio 2021
15 min di lettura

Siamo a un punto di svolta, a turning point for people and the planet, come lo chiamiamo noi alla UN SDG Action Campaign. Abbiamo la possibilità di immaginare un altro futuro e di ridisegnarlo. E possiamo farlo insieme”. Marina Ponti, radici milanesi e un curriculum internazionale distribuito tra il mondo delle ONG e la galassia ONU (dove è entrata nel 2001 arrivando da Mani Tese), è la direttrice di UN SDG Action Campaign, una iniziativa speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per promuovere i Sustainable Development Goals, i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile fissati dall’Agenda 2030.

Uffici a Bonn in Germania e sguardo globale, UN SDG Action Campaign è osservatorio ideale per fare un check-up di quella lista di problemi individuati come priorità dal mondo intero: dalla fame all’istruzione, dalle energie pulite al consumo responsabile. E il clima, il lavoro, la parità di genere… Li abbiamo codificati nel 2015, ci siamo dati 15 anni per risolverli –o, perlomeno, per dare una scossa drastica verso la soluzione– ma adesso, a che punto siamo? E che impatto sta avendo sulla tabella di marcia il devastante imprevisto del Covid? 

“La pandemia ci ha riportati indietro su molti fronti”, risponde Ponti. “Pensi alla povertà: nel mondo sono aumentate non solo le persone in condizioni di indigenza estrema, ma anche i nuovi poveri, coloro che una volta andavano a formare la cosiddetta middle class, la piccola e media borghesia. Molti, soprattutto donne, hanno perso il lavoro. E per tanti è successo senza poter accedere a meccanismi di welfare o reti di protezione sociale, perché lavoravano nella cosiddetta economia informale. In più, oltre alla disoccupazione, è aumentata l’occupazione fragile, ovvero quella di milioni di persone che un lavoro ce l’hanno, ma con stipendi troppo bassi per mantenere un livello di vita dignitoso: pagare l’affitto, la sanità, la scuola per i figli… Poi, ovviamente, c’è il problema salute. Ne parliamo da un anno e mezzo, ma adesso stiamo iniziando a registrare l’impatto sull’aspettativa di vita, che è in calo dovunque, anche perché il Covid-19 ha colpito soprattutto le persone fragili e gli anziani”.

D: Ma anche i più giovani stanno soffrendo parecchio: l’impatto sull’istruzione, per esempio, è durissimo.

R: Sì, la pandemia ha moltiplicato l’abbandono scolastico. La didattica a distanza ha aiutato molto, certo, ma ha anche aumentato le disuguaglianze: in tanti Paesi, il computer a casa o l’accesso a internet non sono ancora alla portata di tutti. Tanti bambini hanno finito per entrare nel mercato del lavoro e dello sfruttamento. Ma aver chiuso le scuole ha causato anche un aumento della malnutrizione.

D: Perché?

R: In genere non ce ne rendiamo conto, ma nel mondo ci sono almeno 380 milioni di bambini che, per mangiare, dipendono dalle mense scolastiche: se le scuole sono chiuse, saltano i pasti. E infatti la lotta alla fame, uno degli SDG che stavano dando più risultati, ha subìto un colpo: nel tempo, eravamo scesi da un miliardo di persone affamate a 800 milioni. L’anno scorso, siamo risaliti. Ma il 2020 è stato anche l’anno in cui per la prima volta abbiamo visto arretrare lo Human Development Index, l’indicatore creato da UNDP (il programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite) per misurare la crescita dei Paesi: accanto al reddito, conteggia variabili come l’aspettativa di vita, la scolarizzazione, il clima. In trent’anni, era sempre cresciuto. 

D: Bilancio pesante, insomma…

R: Sì. Ma come in ogni grande crisi, c’è anche una grandissima opportunità. Perché siamo arrivati a un punto di svolta.

D: In che senso?

R: Per la prima volta in un secolo, gli individui, le società e il settore privato di tutto il mondo si sono dovuti fermare. La pandemia li ha obbligati a farlo. E per la prima volta, sia i leader che i singoli individui si sono visti consegnare, in qualche modo, l’opportunità di reimmaginare il futuro. Nella storia recente, dopo l’ultima guerra mondiale, non era mai successo di vedersi affidare un compito del genere: ridisegnare la mobilità, l’energia, il lavoro, l’istruzione. Ora tocca a tutti i segmenti della società globale, con ruoli diversi ovviamente, ma nello stesso tempo e con i medesimi obiettivi. C’è lo spazio politico per i decisori pubblici di sciogliere tanti nodi che esistevano già, e che la pandemia ha portato allo scoperto. Prima erano nascosti da un velo; in molti, in un certo senso, si trinceravano dietro un “ma sì, in fondo le cose non vanno così male…”. La pandemia ha strappato questo velo e ci ha fatto vedere che non era così: ha smascherato tante diseguaglianze, anche profonde, insite nei meccanismi delle nostre società.

D: E siamo attrezzati per affrontare un cambio di passo così radicale?

R: Non lo so, lo vedremo. Ma di sicuro c’è che per la prima volta i governi –e pure il settore privato– sono stati dotati di risorse finanziarie impensabili anche solo un anno fa, per trasformare certe idee in realtà. Penso all’Europa, ai miliardi del PNRR. O al piano economico di Biden, The American Rescue Plan Act 2021. Servono per investire nelle rinnovabili, nella transizione ecologica, nella mobilità, nell’equità sociale, di genere e inter-generazionale. Se ne parla da sempre, ma ora c’è lo spazio politico per farlo e ci sono i soldi. Sapranno tutti cogliere queste opportunità? Non lo sappiamo. Ma è qui che, in qualche modo, entra in scena il singolo, ovvero il ruolo che tocca a ciascuno di noi. 

D: In che modo?

R: I cambiamenti richiesti dall’Agenda 2030 sono indispensabili a tutti i livelli. Alcuni partono dall’alto, dalla leadership. Ma è importante pure l’azione individuale. E anche in questo il Covid-19 ha modificato la nostra percezione. Noi, come UN SDG Action Campaign, puntiamo da sempre sull’azione individuale, sui gesti che ogni persona può fare per innestare il cambiamento. Ci hanno sempre guardato con un po’ di sufficienza, come se non fossero un fattore decisivo: “Sì, certo, ma conta poco…”. Beh, in questi mesi, almeno fino al vaccino, abbiamo visto tutti come l’unica strategia possibile per contenere la pandemia passasse proprio dalle azioni individuali: distanziamenti, mascherine, quarantene. La pandemia ha fatto capire alle persone che non solo possono avere un impatto decisivo sulla loro stessa vita, ma anche sul contesto attorno a sé. Questo ha innescato un meccanismo di azione e di consapevolezza. 

D: Ed è una novità assoluta?

R: In realtà lo abbiamo visto anche in altri fenomeni, come Fridays for Future o lo stesso Black Lives Matter: movimenti non identificabili con la vecchia società civile, ma fatti di persone giovani, con energia e interesse forte verso il futuro, che non solo vogliono essere ascoltati, ma in qualche modo si prendono delle responsabilità. Con in più un altro dato importante. In passato, questa tensione per la giustizia sociale i giovani la spendevano impegnandosi per una causa, o per un’organizzazione non profit, ma il lavoro restava una cosa a parte. Adesso vediamo startup e iniziative imprenditoriali che vanno nella stessa direzione: coniugano stile di vita, consumi e professione con l’impatto sociale e ambientale. E lo vediamo in tutto il mondo, anche in Africa, o in altri contesti complicati. C’è un’ondata di partecipazione attiva non solo nella sfera sociale, ma anche in quella economica. Ora manca che questi giovani si impegnino in politica. Ma il cambiamento è iniziato.

D: E questo, in qualche modo, non definisce certe priorità tra gli stessi SDG? Se tutto converge verso la responsabilizzazione personale, forse va accentuata l’attenzione ad alcuni degli obiettivi. L’educazione, per esempio, diventa ancora più decisiva…

R: Qui il discorso è complesso. L’Agenda 2030 conteneva già alla nascita due elementi fondamentali. Uno è l’universalità: temi come il cambiamento climatico, lo sfruttamento delle donne o la povertà non sono più visti come un problema solo per certe zone del mondo. Per la prima volta, c’è un accordo di sviluppo in cui tutti i Paesi sono chiamati in causa sullo stesso piano. Ma il secondo aspetto sono gli inter-linkages, i collegamenti tra un tema e l’altro: certi problemi sono intrinsecamente legati, e per affrontarli servono politiche capaci di fare sintesi. Se un Paese, per dire, si pone degli obiettivi forti sulla transizione ecologica, ma non crea degli ammortizzatori sociali per sopperire alla perdita di certi lavori, non investe sulla formazione e via dicendo, rischia di fare passi avanti sull’ambiente, ma di aprire buchi nella società.

Ecco, questi due punti –l’universalità e il legame tra i vari problemi– erano chiari già nel 2015, ma nessuno li aveva presi davvero sul serio. Ora sono evidenti. L’universalità, per dire, la vedevamo su un tema come il cambiamento climatico, che non ha confini; ma la pandemia l’ha fatta emergere con ancora più forza, perché ha mostrato di colpo che siamo tutti vulnerabili. E lo stesso è per i collegamenti. Sapevamo già di vivere in società complesse: ora abbiamo visto che impatto può avere un virus non solo sulla salute fisica e mentale, ma in termini di accesso a un lavoro equo, di diritto all’educazione, di mobilità all’interno della propria città e da Paese a Paese. Ed è importante rendersi conto di questa complessità. 

D: Ma il fatto di accorgersi della complessità, e quindi della necessità di una visione più ampia, non vuol dire di per sé averla, quella visione… Cosa serve per svilupparla, per farla crescere?

R: C’è molto bisogno di leadership, a tutti i livelli. Ma non basta avere un leader e una visione, se poi si fanno politiche che non riescono a parlare ai cittadini. Puoi aver fatto scelte splendide, ma se non sei riuscito a coinvolgerli, verrai penalizzato. L’individuo è importante. Può votare, e quindi premiare certe politiche. Ha potere di espressione, di partecipazione, vuole capire meglio. Sarò ottimista, ma io vedo che questa richiesta dal basso di sostenibilità, di redistribuzione e via dicendo, c’è. Soprattutto da parte dei giovani.

La verità è che siamo in un momento simile a settant’anni fa, dopo l’ultima guerra mondiale: c’era la paura, la povertà, c’erano tante ferite aperte. Però c’era anche speranza. Qui le ferite sono altre rispetto a quelle della guerra. Ma serve speranza nel futuro, nella possibilità di ricostruire e di usare questo momento per ripartire in modo diverso. Non è detto che succeda: sta a noi. Ma il nostro ruolo è immettere questa speranza, dare questo messaggio forte a tutti: il cambiamento di cui avevamo bisogno ora è possibile.

D: Come è cambiato vostro lavoro in questi mesi?

R: All’inizio il nostro compito era diffondere l’Agenda 2030, creare consenso attorno agli obiettivi. Adesso è anche far capire l’importanza proprio di questo momento; spingere ancora di più giovani e non giovani a cambiare, e a esigere che i soggetti in campo facciano altrettanto. In più, vogliamo essere vicini ai leader che fanno la cosa giusta, farli sentire meno soli. Lavorare perché il loro ruolo sia riconosciuto. 

D: A marzo avete organizzato il quinto Festival globale degli SDG, due giorni di talk, incontri ed eventi online con 300 speaker di tutto il mondo. Bilancio?

R: Ottimo. È stato un tentativo di mettere insieme tutti coloro che vogliono impegnarsi, perché possano prendere spunto uno dall’altro, farsi coraggio, dimostrare che c’è una grande e attiva comunità che si mobilita per gli SDG e l’Agenda 2030. Non siamo soli, al contrario, siamo tantissimi, e la comunità cresce di giorno in giorno, con contributi dai segmenti più disparati e settori differenti della società: il mondo dell’arte, il settore privato, le organizzazioni internazionali, gli imprenditori… Anche grandi aziende come Eni. Tutti chiedono più giustizia, sociale e ambientale. Il Festival ci ha confermato come l’Agenda 2030, che forse nel 2015 sembrava una cosa da sognatori, ora sia in realtà lo strumento più vicino a rispondere a quelle necessità che le persone incontrano nella vita di tutti i giorni.

D: Ci fa qualche esempio di iniziative che l’hanno colpita? 

R: Al Festival è legato un concorso, gli SDG Action Awards: premiamo imprenditori, attivisti e campagne ad alto impatto nelle comunità dalle quali emergono ma anche a livello globale. Le faccio tre esempi presi da lì. Uno è dell’anno scorso, ma è molto significativo: A White Dress Doesn’t Cover The Rape, un’iniziativa nata in Libano. Lì c’era una legge che, in caso di matrimonio riparatore, impediva di punire gli stupratori. Bene: quella campagna, molto creativa e potente, ha suscitato una mobilitazione tale che ha fatto cambiare la legge. In Libano ora lo stupro è un reato penale.

Quest’anno, invece, tra i premiati c’era un documentario americano, Fight Forever Chemicals: è diventato strumento di una campagna contro l’inquinamento che, anche lì, ha portato a una modifica sostanziale della legislazione in merito. Dalla Nigeria, abbiamo premiato Publish Not To Pay, un’iniziativa che si sta diffondendo in altri Paesi africani: usa i social media per tracciare i percorsi dei finanziamenti pubblici e combattere la corruzione. Ma potrei andare avanti a lungo…

D: In tutto questo sommovimento, quale può essere il ruolo di una energy company come Eni?  

R: Ognuno deve fare la propria parte, e un’impresa come Eni ha un ruolo enorme da giocare. Anzitutto, è ovvio, nel campo della decarbonizzazione e della riconversione ecologica. Eni ha già iniziato questo percorso, so che ha progetti validi e un piano a lungo termine importante. Ed è giustissimo che guardi avanti: in ogni riconversione, i trade off sono tanti, vanno capiti e studiati bene. Ma soggetti così grandi, che hanno tanti canali di comunicazione, oltre a lavorare sulle strategie a lungo termine possono fare molto anche nel promuovere da subito certi comportamenti proattivi e una certa sensibilità, non solo insieme ai loro clienti, ma insieme a tutta la filiera produttiva. 

Da partner e fornitori, fino naturalmente a includere i propri dipendenti. È importante che usino i loro strumenti –dai social media alle bollette– non solo per raccontare l’azienda o dare i dettagli dei consumi, ma anche per spiegare questo percorso di riconversione culturale, oltre che produttivo. Non solo per accompagnare verso la transizione, ma proprio per contribuire attivamente a mobilitare il maggior numero di individui e di gruppi. Perché è un cammino che va intrapreso da ogni singolo individuo, ma insieme a tutti gli altri.

L’autore: Davide Perillo

Giornalista, attualmente si occupa di sostenibilità, temi sociali e Terzo Settore. Ha diretto per 13 anni la rivista Tracce. Membro della redazione del Meeting di Rimini (evento internazionale per il quale ha curato numerosi incontri), è stato caporedattore a Sette, magazine del Corriere della Sera, e ha seguito l’economia per L’Europeo. È laureato in Filosofia e ha un master in Giornalismo.