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Un progetto ambizioso

Con il nuovo governo, guidato da Adel Abdul Mehdi, l’Iraq riparte dal settore energetico per rilanciare la propria economia

di Adib Fateh Ali
16 aprile 2019
11 min di lettura
diAdib Fateh Ali
16 aprile 2019
11 min di lettura

“L'Iraq rafforza la sua posizione come uno dei maggiori produttori mondiali di greggio. Terza fonte globale di nuove forniture, il paese guida anche la crescita dell’offerta all’interno dell’OPEC fino al 2024. L’aumento di produzione di greggio da parte dell’Iraq dovrà compensare le forti perdite di posizioni dell’Iran e del Venezuela, così come la perdurante fragile situazione in Libia. Le implicazioni di questi sviluppi sulla sicurezza energetica sono significative e potrebbero avere conseguenze durature”. È uno dei punti salienti del rapporto annuale sul petrolio dell’International Energy Agency (IEA), pubblicato di recente. Con una produzione che, nel gennaio di quest’anno, ha sfiorato i 4,7 milioni di barili al giorno ed un’esportazione di quasi 3,7 milioni di barili al giorno, l’Iraq scala rapidamente la classifica dei paesi produttori di greggio in ambito OPEC, attestandosi al secondo posto dopo l’Arabia Saudita (vedi figura 1), e si avvia rapidamente a diventare una potenza mondiale nel campo della produzione petrolifera. Il paese riparte quindi dall’oro nero per rilanciare l’economia nazionale, disinnescare i forti conflitti sociali interni e avviare il processo di ricostruzione delle regioni devastate dalle milizie jihadiste negli anni neri del Califfato (2014-2017). L’iniziativa politica si fonda su molteplici linee guida: aumentare progressivamente la produzione e la capacità di esportazione, diversificare i terminali di esportazione e modernizzare (o risanare) le infrastrutture.

Un progetto ambizioso: i conflitti che da 40 anni costellano la storia dell’Iraq hanno messo a dura prova l’industria petrolifera nazionale. Pensiamo ad esempio agli otto anni di guerra con l’Iran negli anni ’80 del secolo scorso; o ai lunghi anni di embargo imposti al paese dopo la sciagurata invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein, miccia che ha scatenato la prima guerra del Golfo: il programma delle Nazioni Unite noto come Oil-for-Food attivato per punire il regime nel 1995 e terminato nel 2003 ha, di fatto, bloccato le attività produttive del paese. Attività riprese al rallentatore – e sotto lo stretto controllo delle multinazionali occidentali - anche dopo il rovesciamento del regime di Saddam Hussein a seguito dell’arrivo della cosiddetta “coalizione dei volonterosi”, guidata dagli Stati Uniti d’America (vedi grafico 2).

L’andamento altalenante della produzione

La prima significativa svolta nella ripresa del comparto petrolifero iracheno arriva nel 2012: il governo si propone di raggiungere, entro il 2017, una produzione di nove milioni di barili al giorno, tanti quanti ne produceva, ai tempi, il regno wahabita di Riad. Un obiettivo perseguito con tenacia, anche se rallentato dal dilagare degli uomini di Abu al-Baghdadi nel Nord e nell’Ovest del paese, cui seguirà, nel giugno del 2014, l’instaurazione del Califfato Islamico. Alle enormi spese sostenute dal Governo di Baghdad per finanziare l’esercito nella sua guerra ai jihadisti, si aggiunge infatti la perdita di giacimenti e infrastrutture strategiche, prima fra tutte la raffineria di Biji, a nord della capitale.

Il conflitto, tuttavia, non determina il blocco totale del comparto energetico nazionale: trainata dai giacimenti del Sud, la produzione di greggio riprende a crescere con vigore già a partire dal 2015 quando viene superata la fatidica soglia dei 4 milioni di barili giornalieri (vedi grafico 2). Il trend positivo si mantiene costante anche nel corso dei successivi anni. Alla fine del gennaio 2018, Jabar al-Luaibi, allora ministro del Petrolio, rilascia una dichiarazione ufficiale nella quale viene pronosticata una produzione di greggio di 5 milioni di barili al giorno entro la fine dell’anno e il raggiungimento, nel 2022, della cifra record di 7 milioni di barili al giorno. Una promessa mantenuta? Le anticipazioni della IEA sembrano confermarlo.

Lo scenario ha attirato l’attenzione dell’OPEC e preoccupato non poco Riad, alle prese, negli ultimi anni, con molteplici problemi: l’abbassamento dei prezzi del greggio sui mercati internazionali, il costo economico e politico della campagna militare nello Yemen, sostenuta a partire dal 2015, e i conflitti interni che hanno affossato il bilancio del ricco regno, con un debito pubblico balzato, nel 2017, alla percentuale record del 17,2 del prodotto interno lordo (vedi grafico 3).

L’accordo tra la Russia e i paesi aderenti al cartello dell’OPEC per la diminuzione delle quote di produzione di petrolio, entrato in vigore nel gennaio 2017, ha favorito un rialzo dei prezzi, ma si è tradotto per l’Iraq in un taglio dell’esportazione di oltre 900.000 barili al giorno, nel primo mese di quest’anno. I dati pubblicati lo scorso gennaio dal ministero del Petrolio iracheno, mostrano infatti una produzione complessiva di 4,58 milioni di barili al giorno a fronte di una esportazione del greggio inferiore ai 3,65 milioni di barili giornalieri: un calo significativo destinato ad essere attenuato, anche se relativamente, dalla previsione di un aumento della domanda del greggio dell’1,24 percento sui mercati internazionali per il 2019.

Con riserve di petrolio accertate di circa 150 miliardi di barili (vedi grafico 4) e la prospettiva di aumentarle a 250 miliardi – appena al di sotto dei 266 miliardi dell’Arabia Saudita – l’Iraq sembra deciso a non rallentare la crescita, sia della produzione che dell’esportazione. I presupposti ci sono tutti: le raffinerie di Siniya, Haditha, Qayyara e Kisk, distrutte dai jihadisti dell’Isis, sono state riattivate con una produzione di 70.000 barili al giorno. Da tenere nel conto anche la costruzione di una nuova raffineria a Kirkuk capace di produrre 70.000 barili al giorno oltre alla piena ripresa della produzione di quella principale di Biji.

La storica legge sul petrolio e il nuovo governo

Alla forte crescita della capacità di raffinazione, si aggiunge l’accordo tra Baghdad e Amman, siglato nel febbraio del 2018, che prevede la realizzazione di un gasdotto e un oleodotto tra Bassora, sul Golfo, e il porto giordano di Aqaba, sul Mar Rosso. Ad un mese dall’intesa con la Giordania è seguita una importante conquista legislativa: l’approvazione in parlamento della tanto attesa legge sul petrolio. Il 5 marzo 2018, l’Assemblea dei Deputati di Baghdad ha infatti votato a favore del progetto di legge che istituisce l’Iraq National Oil Company. L’organismo statale, oltre a regolare la produzione e le esportazioni del greggio, ha il compito di distribuire equamente le entrate nelle diverse regioni dell’Iraq. Una decisione storica, che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe permettere al paese di sviluppare giacimenti, raffinerie e impianti di produzione tramite il lavoro di aziende locali di proprietà dello Stato, garantendo in tal modo occupazione, piena sovranità sulle sue vaste risorse e l’indipendenza dalle compagnie straniere. Il tutto con benefici - anche in termini di pace sociale -  per le singole regioni, che dovrebbero ricevere il 10 percento delle entrate petrolifere.

La nascita lo scorso ottobre di un nuovo governo e, soprattutto, la nomina a premier di un politico “aggregante” come lo sciita Adel Abdul Mehdi hanno dato un nuovo impulso alle ambizioni energetiche dell’Iraq. A differenza dei suoi predecessori, Abdul Mehdi, ha da subito voluto appianare le forti tensioni tra Baghdad e Erbil scoppiate dopo il referendum per l’indipendenza promosso dalla minoranza curda nel Nord. È di questi giorni la decisione di Baghdad di riprendere il pagamento degli stipendi agli impiegati pubblici della Regione Autonoma del Kurdistan bloccati da anni. Una decisione immediatamente seguita dall’annuncio, da parte del Primo ministro del governo curdo Nichervan Barzani di assegnare al Consiglio per il Petrolio e il Gas della Regione Autonoma l’incarico di “intavolare una discussione seria con il governo federale iracheno per risolvere tutti i problemi in sospeso riguardanti il petrolio nel quadro della costituzione”. Un annuncio che promette di rendere davvero possibile la realizzazione dei piani energetici di Baghdad: in caso di accordo, i curdi si impegnerebbero a restituire al governo centrale la gestione degli oltre 250 mila barili giornalieri sinora esportati in proprio.

Anche la nomina di un tecnico - stimato e riconosciuto a livello internazionale - alla guida del dicastero del Petrolio riflette la determinazione del nuovo governo di portare avanti una strategia vincente in campo energetico. Il nuovo ministro, Thamir Abbas Al Ghadhban, aveva già ricoperto la stessa carica dopo la caduta di Saddam Hussein e, nel 2004, si trovava alla guida della delegazione del dopoguerra in Iraq presso la riunione ministeriale dell’OPEC. La sua esperienza nel settore petrolifero iracheno si dipana per oltre tre decenni. La sua attività inizia sul campo, come ingegnere petrolifero, per poi proseguire presso la sede del ministero del Petrolio come Direttore Generale del Reservoir and Field Development e, successivamente come Direttore Generale per la Pianificazione. Ha ricoperto un ruolo di primo piano nel riabilitare l’industria petrolifera gravemente danneggiata dopo la caduta del regime nel 2003.

“L’Iraq giocherà un ruolo costruttivo, positivo ed influente nell’OPEC. Lavoreremo per aumentare la produzione e la capacità di esportazione dell’Iraq e anche per diversificare i terminali di esportazione e migliorare le infrastrutture”, ha detto Ghadhban in un’intervista dopo l’annuncio del suo nuovo incarico lo scorso mese di ottobre.

Le sfide ancora aperte

La recente sconfitta dell’Isis, sia in Iraq che in Siria, ha indubbiamente ridotto il numero degli attentati nel paese, anche se sarebbe ingenuo pensare che alla caduta del Califfato, almeno nella sua forma di “Stato”, corrisponda la totale eliminazione del fenomeno terroristico in Iraq. Resta pertanto l’annoso problema della riappacificazione della maggioranza sciita con la minoranza sunnita, appartenente, quest’ultima, alla stessa confessione dei jihadisti di al Qaeda prima e dell’Isis dopo. Il nuovo governo guidato da uno sciita sembra intenzionato a non ripetere gli errori del passato, in particolare quello della marginalizzazione dell’elemento sunnita. Anche i sunniti moderati, dall’altra parte, sembrano riconoscere la loro responsabilità nell’aver “colmato il mare” dove hanno proliferato i fautori della Jihad ad oltranza, ritenuta a lungo unico strumento per l’affermazione delle proprie istanze.

Resta da auspicare che le potenze regionali come l’Iran sciita da una parte e le sunnite Turchia e Arabia Saudita limitino le loro interferenze nelle vicende interne irachene traendo lezione dalla esperienza siriana, il cui conflitto ha messo a rischio la stabilità di tutta la ragione mediorientale. Del resto, un Iraq finalmente pacificato e unito non può che portare giovamento alla pace e alla lotta al terrorismo. E non solo nel Medio Oriente.