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Il secolo asiatico è sempre più vicino

Il nuovo Coronavirus accelererà alcune tendenze già in atto: l’affermazione di un ordine globale multipolare con una governance multilivello; e la centralità del Sistema Asia, un intreccio informale di relazioni non necessariamente dominato dalla Cina.

di Valerio Bordonaro
05 ottobre 2020
14 min di lettura
diValerio Bordonaro
05 ottobre 2020
14 min di lettura

Il 3 febbraio 2020, ancora molto distanti dal caso numero 1 registrato in Italia (21 febbraio), e ancor più dalla classificazione del Covid-19 come Pandemia (11 marzo), avevo prospettato su Huffington Post due fenomeni che si sarebbero rivelati rilevanti e probabilmente ricorrenti. 

Il 3 febbraio, appunto, si parlava ancora di sospensione dei festeggiamenti per il capodanno cinese, di crisi del turismo di lusso, poco altro. La mia tesi, invece, era che nella fase matura della globalizzazione un qualsiasi evento naturale, ovvero indipendente dalla volontà degli umani, incidendo su alcune delle catene globali di produzione del valore, avrebbe potuto causare effetti domino economico-sociali molto più ampi di quanto potessimo pensare, vista la fitta trama di catene in essere nella nostra realtà. Il secondo elemento della mia tesi era che queste combinazioni di fenomeni naturali e scossoni dell’economia, oltre ad avere effetti profondi, sarebbero diventate più ricorrenti.

La crisi Covid-19 si inserisce in un contesto ben definito ma in continua evoluzione; la pandemia non sarà l’elemento determinante nella definizione degli anni ‘20 di questo secolo, ma piuttosto un pretesto per assecondare o rallentare tendenze già in atto. 

I paragoni con eventi simili del passato non calzano, proprio perché il contesto in cui oggi ci troviamo è troppo differente rispetto ai precedenti. Concetti come digitalizzazione, dematerializzazione e responsabilità intergenerazionale, associati al fenomeno della globalizzazione, rendono il 2020 lontano anni luce dal periodo della SARS, 2002-2004. Più suggestivo, seppur non supportato da evidenze, è il paragone con la terribile Peste Nera del quattordicesimo secolo, 1346-1353, e l’avvio del Rinascimento. Ad ogni modo il Covid-19 resta un fenomeno naturale sui generis e con conseguenze economiche e sociali tutte da analizzare.

La tendenza verso un sistema globale multipolare accelera

La tendenza più macroscopica, che era già in atto prima del Coronavirus e che da questa situazione vedrà un’accelerazione, è la riaffermazione di un sistema globale multipolare, con una governance diffusa e multilivello.  In una prospettiva storica, le esperienze geopolitiche del bipolarismo e dell’unipolarismo rappresentano solo alcuni granelli di sabbia di una grande clessidra. Per i nati negli anni 2000, New York non è affatto la “capitale” simbolica del Pianeta Terra, né tanto meno Mosca ne rappresenta il polo alternativo. Lo stesso varrebbe per coloro nati dalla notte dei tempi fino agli anni ‘30 del secolo scorso. 

Allo stesso modo, tra le organizzazioni che regolano la vita sociale, l’egemonia degli stati nazionali e iper-centralisti è in una crisi lenta e costante che, escludendo l’esperienza dei totalitarismi vecchia di un secolo, inizia almeno con la rivoluzione francese. Gli stati tendono ad aggregarsi o coordinarsi tra loro, a monte, e a dare più autonomia alle loro sotto-organizzazioni, a valle. Il Coronavirus sarà solo un acceleratore di questo fenomeno.    

E infatti, già prima della pandemia, nel 2014, il presidente cinese Xi Jinping, a un meeting di leader asiatici a Shanghai, ha dichiarato: “È un dovere dei popoli asiatici guidare la gestione dei propri affari, risolvere i problemi dell’Asia e garantire la sicurezza dell’Asia”.  Tant’è che da almeno un paio di decenni, l’Asia ha fatto molti passi avanti nella creazione di un sistema asiatico, slegato dal formalismo e dal legalismo occidentale. Più o meno sottotraccia, è in atto una tendenza alla socializzazione e all’incontro tra élite politiche, imprenditoriali e accademiche, tra think tank, giornalisti, o organizzazioni sportive e giovanili, di tutta la vasta area dell’Asia-Pacifico. 

Le astrazioni teoriche occidentali dipingono l’Asia come un convoglio, con una potentissima locomotrice cinese, a un bivio tra egemonia e anarchia. La realtà è che, diversamente dall’occidente, l’Asia ha radici multipolari e multi-civiltà estremamente profonde e sa gestire il “disordine”. Queste radici stanno rivenendo a galla e oggi si mescolano con elementi di importazione occidentale: sovranità statale e confini fluidi; divisioni culturali e religiose con identità multietniche; consumismo e materialismo con appartenenza clanica e legami di parentela. Non ci sarà né egemonia né anarchia, ma un ordine fluido di stranieri tra stranieri, di comunità piccole e grandi, interconnesse e diffuse, che puntano al benessere materiale attraverso la creazione di relazioni. 

Negli ultimi due secoli gli asiatici sono stati nutriti di una narrativa storica in cui abbondavano le animosità con i vicini. Oggi, invece, nonostante restino stereotipi e reciproci sospetti, – specialmente tra India e Pakistan, Cina e Giappone, Arabia Saudita e Iran -  gli asiatici stanno cominciando a riscoprirsi e conoscersi meglio reciprocamente, ad essere meno stranieri o ad essere tutti ugualmente stranieri, attraverso la diplomazia, il business, il turismo, gli scambi universitari. 

Con i media regionali come TRT, Al Jazeera o CCTV, i giovani asiatici stanno mettendosi più a loro agio nel rapporto con le controparti nella regione e soprattutto con loro “asiaticità”. La musica e il cinema coreani o lo showbiz indiano sono ormai vanti globali per l’Asia. Col tempo le percezioni si modificheranno, gli interessi si allineeranno, le politiche cambieranno e il coordinamento del sistema Asia diventerà più strutturato. Di fatto, gli asiatici più avveduti e lungimiranti interpretano il loro ritorno nella cabina di regia della storia come un destino naturale: un nuovo, ma già visto, ciclo dell’ordine mondiale. Non esiste il disordine che lamentano gli occidentali. 

Questo chiaramente non vuol dire che l’Asia sia o sarà esente da conflitti. Al contrario, infatti, l’Asia è il terreno di alcuni degli scontri geopolitici più importanti al mondo: lo scontro senza quartiere tra Sciiti e Sunniti, portato avanti, di persona e per procura, da Iran e Arabia Saudita; la conflittualità della penisola coreana; le contese territoriali e marittime tra Cina e, rispettivamente, India, Giappone e Vietnam; le alleanze impossibili, a proposito della Siria, in cui Israele e i Paesi Arabi fanno fronte comune contro Russia e Iran; i fragili Libano e Iraq; il Nagorno Karabakh, la questione dei Curdi, il Kashmir e tanti altri. 

Nonostante gli scenari sui conflitti in Asia abbondino, negli ultimi decenni, al contrario, i Paesi asiatici hanno dato prova di generale stabilità. Le frizioni diplomatiche o commerciali vanno, quindi, lette come prove di quanto ogni membro del sistema Asia sia importante rispetto agli altri. Le principali tensioni in Asia non sono dunque tra civiltà ma tra stati nazionali. Le civiltà asiatiche hanno mantenuto profondi rapporti di rispetto e acculturazione reciproci, precedenti al “divide et impera” occidentale.  A lungo, infatti, l’identità asiatica è stata sincretica e non etnica o nazionale. Oggi si sta restaurando un’identità sincretica asiatica ed è questa la lezione da imparare, per gli asiatici stessi, ma soprattutto per gli europei e per il mondo intero.

Un’iniezione di vitalità per il commercio intra-asiatico

Per mettere un po’ di sostanza a questa disamina socio-politica, basti pensare che se, come sembra, lo shock da Coronavirus sta rafforzando alcune delle dinamiche che erano più in crescita già in epoca pre-Covid, anche il commercio intra-asiatico dovrebbe ricevere una notevole iniezione di vitalità. A dimostrazione che il mondo post-Covid vedrà un’Asia ancora più centrale per tutte le questioni di rilevanza globale.

Secondo l’UNCTAD, nel 2018, l’Asia ha raggiunto una percentuale del 60 percento di commercio intra-regionale, rispetto al totale del commercio estero che ogni singolo Stato asiatico registra. Quindi, i paesi asiatici quando si rivolgono al mercato mondiale, nel 60 percento dei casi soddisfano il proprio bisogno grazie a un partner asiatico. Solo nel 40 percento dei casi, quando un bene o un servizio non è disponibile nel mercato nazionale, trattano con europei, africani, o americani.

Solo un altro blocco regionale supera l’Asia per grado di integrazione commerciale del proprio Sistema, ovvero per il commercio intra-regionale: l’Europa, con il 68 percento. Al terzo posto l’America del Nord (esclusi i Caraibi, inclusa l’America Centrale) con il 33 percento. Triste quarto posto ex aequo per Africa e America Latina con il 16 percento. Chiude la classifica l’Oceania con il 6,7 percento; elemento che, però, è a supporto della tesi che la regione vada considerata più come un’appendice del Sistema asiatico, avendo tra i suoi 3 principali partner commerciali Giappone e Cina, insieme agli USA.

Oggi possiamo già prevedere che, nonostante il Covid-19, le economie asiatiche cresceranno e quindi anche il commercio intra-asiatico; di conseguenza aumenterà anche il grado di integrazione del Sistema Asia, attore determinante nell’affermazione di un nuovo mondo multipolare e lontano dalla logica degli stati nazionali.

Infatti, se è vero che l'impatto economico del Covid-19 ridurrà la crescita delle economie asiatiche nel 2020, la Cina e l'area ASEAN rimarranno comunque attori chiave nel commercio intra-asiatico, soprattutto perché si prevede che il rimbalzo di questi mercati arriverà vigoroso ed entro il 2021, in particolare con la ripresa della domanda cinese di beni. Inoltre, la produzione in Cina e ASEAN offre ancora condizioni economiche interessanti non solo per le imprese asiatiche, ma anche per quelle negli Stati Uniti e in Europa che continueranno ad investirvi.

La maggior parte delle economie asiatiche crescerà anche nel 2020

 Adattandosi alla digitalizzazione del commercio e della logistica e interagendo di più al livello regionale, le economie asiatiche possono ancora andare meglio di quelle di tutto il mondo. E infatti, nell'attuale rallentamento globale, buona parte dell’Asia dovrebbe registrare comunque tassi di crescita positivi anche nel 2020, che, seppur decisamente inferiori ai calcoli pre-Covid, risulteranno molto superiori a quelli delle economie occidentali.

Il Fondo Monetario Internazionale prevede che la Cina crescerà intorno all’1 percento nel 2020 e dell’8 percento nel 2021. Il Vietnam, fortemente integrato con l’economia cinese e quella dei partner ASEAN, si candida ad essere l'economia in più rapida crescita del Sud-est asiatico, con un ambizioso obiettivo del 5 percento di aumento del PIL già per il 2020. Non è un caso che il mercato vietnamita sia maturato fino a diventare uno dei principali centri di produzione del mondo, con facile accesso alla Cina, ma adesso anche all’Unione Europea, dopo l’entrata in vigore, ad agosto, di un importante accordo di libero scambio.

Il Vietnam rappresenta un ottimo esempio del mondo che verrà: un mondo con diversi gradi e livelli di integrazione, lontano dalle ideologie novecentesche, con un ruolo determinante dell’Asia e degli attori del suo Sistema.

Per la Repubblica Socialista del Vietnam si è rivelata fondamentale l’apertura agli scambi internazionali, avviata nel 1986 con la politica del “Doi Moi”. Come già successo con la Cina, la contestuale presenza di un governo formalmente comunista e l’adozione dell’ideologia di mercato hanno prodotto risultati positivi, in grado di proiettare il Paese sullo scacchiere del business globale con l’attrazione di tecnologia e investimenti stranieri.

Altre due politiche, strettamente collegate tra loro e mantenute dall’establishment vietnamita, hanno posto le condizioni affinché si rafforzassero gli investimenti diretti esteri (Foreign Direct Investments, FDI). Da un lato si è lavorato per “desaigonizzare” il Paese a favore dello sviluppo di Hanoi e, successivamente, con un processo che gli studiosi hanno identificato come “deconcentrazione”, si è provveduto a dare capacità di spesa alle province, con trasferimenti da quelle più ricche a quelle più povere e indicando come priorità strategica per lo sviluppo del Paese la realizzazione di infrastrutture.

E mentre il Vietnam scioglieva alcuni dei nodi tipici dello stato totalitario, aprendosi all’economia di mercato e rafforzando le sue articolazioni territoriali, contemporaneamente, per giocare altre partite sullo scacchiere asiatico e globale, diventava membro dell’ASEAN, organizzazione nata nel ’67 per contrastare il blocco comunista, ma oggi altro attore chiave del mondo multipolare e multilivello.

Neanche agli scenaristi più esperti è dato di prevedere il futuro; nel caso della pandemia di Covid-19 prevedere il futuro è del tutto impossibile, dato che il presente è pienamente in corso. Si può certamente provare a valutare se un evento naturale del genere avrà l’effetto di accelerare o rallentare tendenze già in atto. In questo caso gli elementi che più saltano all’occhio come rinvigoriti dal Coronavirus sono: l’eventualità che fenomeni naturali si ripercuotano sull’economia globale; la ricostituzione di un ordine globale multipolare con una governance multilivello; e la centralità del Sistema Asia, un intreccio informale di relazioni non necessariamente dominato dalla Cina.

Infine, vale la pena di soffermarsi sulla vicinanza temporale tra due grandi imprevisti locali, con impatto sulle vite di quasi tutti gli abitanti del pianeta e per un lungo periodo: la crisi socio-economica nata dal fallimento di Lehman Brothers, settembre 2008, e la crisi socio-economica che sta nascendo dal focolaio di Covid-19 di Wuhan, novembre 2019. Questa relativa vicinanza tra i due eventi ci può far pensare a un mondo futuro in cui vivremo fronteggiando emergenze continue, pur provando a fare previsioni e programmazione. Ma se dopo il Covid-19 dovessimo trovarci ad affrontare, a stretto giro, una nuova crisi globale, potremmo dire di essere entranti nell’Era dell’Imprevisto?

L’autore: Valerio Bordonaro

È Direttore della sede di Roma, e advisor del Presidente, dell’Associazione Italia-ASEAN, organizzazione fondata e presieduta da Enrico Letta per favorire scambi e conoscenza reciproca tra Italia e Paesi del Sud-est Asiatico. In precedenza, Bordonaro ha lavorato a vario titolo presso il Ministero degli Esteri, le Nazioni Unite e le Istituzioni Europee.