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Il corpo elettrico dell’America

La tradizionale potenza geopolitica degli USA può contare oggi anche su una produzione domestica di petrolio e gas senza precedenti.

di Mario Sechi
17 gennaio 2019
11 min di lettura
diMario Sechi
17 gennaio 2019
11 min di lettura

Questo articolo è tratto da WE-World Energy n. 41 - The big reversal. Leggi il magazine

"Canto il corpo elettrico”. Mentre passavo le bozze delle pagine di questo numero di WE mi risuonava in mente, come un ritornello pop, il primo verso di una poesia di un immenso poeta americano, Walt Whitman. Tutte le pagine di WE sono elettriche, vibrano d’energia, ci parlano del futuro in arrivo.

Non a caso questo ultimo numero del 2018 è dedicato all’America e sta per iniziare l’anno che ci prepara al grande salto delle elezioni presidenziali del 2020. Si vede all’orizzonte Donald Trump. Non si vede per ora un avversario. Arriverà, i vuoti nella storia si colmano. Nel frattempo alla Casa Bianca c’è Trump, un soggetto da sottosopra che, nell’apparente e reale confusione della sua politica, in realtà ha mutato lo schema, ripreso elementi della tradizione, messo dentro il Trumpismo, confuso i pezzi sulla scacchiera e ripreso un vecchio-nuovo gioco, America First. Sergio Marchionne, un visionario che oggi manca all’industria dell’automobile, dopo averlo incontrato disse: “È un game changer”. Quanto aveva ragione, quanto aveva visto lungo.

Obama salvò l’auto americana dalla Grande Crisi del 2007-2008, Trump cerca di evitare la dissoluzione della manifattura in America. In fondo, sono più simili di quanto si immagini. La missione di un presidente americano è quella di nutrire quel corpo, ringiovanirlo continuamente.

La tradizione e i salti della scienza

“Canto il corpo elettrico”, il verso di Whitman è una trivella, scava, e così, improvvisamente, mi è tornato in mente un libro di Ray Bradbury che ha lo stesso titolo: “Canto il corpo elettrico”. È un’antologia di racconti in cui lo scrittore di fantascienza mescola con ironia e paradosso i grandi temi della società tecnologica e la memoria della provincia americana, gioca con il mistero della macchina e della famiglia, risolve problemi e complica la vita. La trasformazione tecnologica e i salti della scienza diventano il chiodo per appendere un quadro, la possibilità di una visione che non avevi calcolato, l’imprevisto, il mai visto. Questo impasto di intimità, lettura psicologica, evoluzione tecnica, biologia e tradizione è il campo da gioco del presente.

In una trama di rimandi, l’intreccio di questo numero di WE è la potenza. Sul piano geopolitico gli Stati Uniti sono potenza prima di tutto marittima (in un’epoca dove trionfa la smaterializzazione, si scorda quanto sia fondamentale il dominio dei mari), spaziale (la terza dimensione dimenticata, il cielo), terrestre (la capacità di proiettare la diplomazia e soprattutto la fanteria ovunque e in tempi rapidi). Questi pilastri ne fanno una potenza in senso classico.

Emerge come un’isola vulcanica un libro delizioso di Carl Schmitt, Terra e Mare, intriso di elementi metafisici che conducono l’uomo, il terrestre, a dominare quando entra in una dimensione oceanica. Sono gli “schiumatori del mare” ad avere questa intima essenza, primi tra tutti i cacciatori di balene. Non a caso il capolavoro della letteratura americana è Moby Dick, la storia della caccia alla Balena Bianca del Capitano Achab, il racconto di un’ossessione, la sfida con l’immensità, l’Oceano profondo, misterioso, sensuale. Il tono biblico del romanzo di Herman Melville ci riconduce alla potenza degli elementi, alla natura, alle cose primarie che canta Whitman, il “corpo elettrico” dell’America.

Questo corpo è prima di tutto storico (la tradizione è l’esperienza), questa potenza si nutre di energia, la cerca e, per la prima volta, la vende in competizione con altri paesi di cui fino a poco tempo fa era solo un “cliente”, il più importante. Questo è il fatto nuovo dello scenario di oggi e domani. Quel cliente era (è) un partner, in cambio dell’energia mette(va) a disposizione tecnologia e sicurezza, scienza e mestiere delle armi. Questo scambio si è protratto per settant’anni, poi cambiamento politico e tecnologico si sono intrecciati, hanno provocato un corto circuito, la tecnica ha fatto un salto (in realtà piccolo sul piano puramente scientifico, ma grande su quello economico) e questo scambio si è indebolito. Una parte, l’America, non aveva più così bisogno dell’altra. Il fracking ha fratturato il suolo e soprattutto le relazioni internazionali.

Così gli Stati Uniti sono entrati in un’altra dimensione “oceanica” della loro storia, il mare di shale gas e petrolio americano, energia da consumare e esportare. Il futuro di questa rinnovata potenza è nella costruzione di reti - e sicurezza - per trasportare l’energia prodotta in tutto il mondo. Siamo di fronte a un gigantesco sottosopra della storia. Gli Stati Uniti hanno un dominio potenziale nel settore dell’energia, ma per renderlo solido e duraturo devono proiettarsi, ancora una volta (riecco la storia ruggire) in una dimensione terrestre e marittima. Terrestre, con la costruzione di infrastrutture sul loro suolo (dentro i confini dello Stato americano); marittima, con il varo di una flotta di navi in grado di solcare i mari più velocemente degli altri (fuori dai confini dello Stato americano) e in sicurezza. Il controllo della dimensione liquida è associato a quello aereo, un sistema di satelliti in grado di guidare, segnalare, sorvegliare.

Lo shale USA cambia le relazioni internazionali

Il corpo elettrico libera energia, questa energia in espansione ha bisogno di spazi, gli Stati Uniti sono in conflitto con altri paesi che hanno nella sola materia prima energetica la loro fonte di sopravvivenza. È l’OPEC l’altro soggetto di cui dovremo misurare continuamente le pulsazioni, le vibrazioni. Arabia Saudita e Russia sono i due poli di questa galassia. I sauditi sono alle prese con un cambiamento interno e una sfida con gli altri paesi del Medio Oriente, la Russia è il titano del permafrost e la volpe della diplomazia mondiale. Intorno a loro, ruotano altre sagome da tenere d’occhio: l’Iran dei giardini fioriti e degli sciiti in tutto il mondo, il Qatar del gas che è uscito dall’OPEC, la vibrazione dell’Oman, la speranza dell’Iraq e della Libia, la promessa dell’Algeria.

Prezzo e trasporto, consumo e relazioni bilaterali, la combinazione degli elementi della potenza, sono il Grande Gioco in cui si muove la storia contemporanea. Cielo, terra, mare... e fuoco. È quest’ultimo elemento che cambia la scena, l’energia. La sua scoperta, trasformazione e trasporto sono il centro di una furiosa battaglia e gli Stati Uniti continuano ad essere (ecco ancora la storia nel suo ciclo di eterno ritorno) la potenza più giovane e ricca di energia.

Quando gli Stati Uniti decisero di marciare sul suolo europeo con i “boots on the ground”, la Seconda guerra mondiale finì. l’Europa ritrovò la sua libertà e l’Impero britannico svanì. Fine di una potenza marittima, un nuovo inizio e un nuovo impero, l’America. Era emersa pienamente una nuova potenza, marittima e terrestre, gli Stati Uniti. Cominciò un’era di deterrenza nucleare, la Guerra Fredda con la Russia, ma il dominio americano sembrò a tutti inattaccabile. Poi la storia, in uno dei suoi movimenti a pendolo, ci ha presentato una vecchia conoscenza, l’Impero Celeste, la Cina. Il paziente e inesorabile Oriente, il delicato e acuminato mandarinato. L’impero americano dal 2001 - anno di ingresso di Pechino nel WTO - assiste alla corsa del Dragone e continuamente si chiede “che fare?”. Trump ha rispolverato un’arma sempre presente nella politica americana, i dazi, le tariffe. È una storia che viene da lontano, fin dalla prima seduta del Congresso nel 1789, dai dazi firmati dal presidente Andrew Jackson nel 1832 e via così nella cavalcata della storia. In questo vai e vieni del calendario, nel su e giù della clessidra, settant’anni dopo la guerra e pace del Novecento, ecco un altro conflitto, economico e tecnologico, e un altro impero che deve proteggersi e sopravvivere di fronte alla sfida di un’antica e remota potenza oggi nuovamente giovane. Gli inglesi persero l’Impero, gli americani lo conquistarono. Oggi cercano di conservarlo.

Le contraddizioni della libertà

Il Secolo Americano è finito, ma quello che è iniziato nel Duemila è un periodo che continua a vedere gli Stati Uniti al centro della scena perché gli altri attori restano o più piccoli o privi della libertà, l’enzima di ogni reazione chimica virtuosa dell’essere umano. L’America dei consumi, dell’oligopolio della Silicon Valley, del complesso militare del Pentagono, della strisciante guerra tra opposti, delle moltitudini infelici, del “forgotten man”, della mano armata, della droga come incubo di massa, dei ricchi troppo ricchi e dei poveri troppo poveri, questa contraddizione di bagliori, splendori e miserie, resta il baluardo della libertà. Nel 1939 Henry Miller, tornato in America dopo aver trascorso dieci anni in Francia, scrisse un libro intitolato “l’incubo ad aria condizionata”, resta stampata nella memoria una frase: “I ciechi guidano i ciechi. È il sistema democratico”. Il problema è che non ne esiste uno migliore. Oltre, c’è solo un salto indietro della libertà.

Questo scenario d’immanenza americana, di necessità e presenza, è sovrastato dal tema ambientale, il più imprevedibile e potente, il più dimenticato e sottovalutato, il più strumentalizzato e meno spiegato. Un elemento di cui l’uomo solo in piccola parte ha la disponibilità. Il meeting di COP24 in Polonia ha mostrato la debolezza delle leadership contemporanee su questo tema. La divisione tra le economie avanzate e quelle in piena rivoluzione industriale è un fatto, il percorso per la riduzione dei gas serra resta non solo lungo, ma sempre più difficile per le asimmetrie geopolitiche. Il vero fattore decisivo sarà la tecnologia e anche qui i laboratori delle grandi istituzioni americane sono una speranza. Forse abbiamo più tempo - la modellistica sull’innalzamento della temperatura della Terra e del livello dei mari è in continua revisione - ma di certo non abbiamo più alibi per fare almeno ciò che è per noi umani è possibile. Possiamo ridurre le emissioni, non controllare i cicli solari. Ma dobbiamo farlo. Il corpo elettrico vive sulla Terra, casa.

 

 

L'autore: Mario Sechi

Nato in Sardegna nel 1968, una vita in valigia, ha impaginato, titolato e scritto molti giornali (L'Indipendente, Il Giornale, l'Unione Sarda, Panorama, Libero, Il Tempo, Il Foglio) poi un bel giorno ha deciso di fondare List (www.newslist.it) e si sente molto felice di dividere il suo lavoro tra WE e List. Commenta i principali fatti politici e economici sulle principali tv e radio, è autore e conduttore di programmi tv e radiofonici per la Rai e Radio24, ora non ha tempo per scrivere libri (ma uno l'ha scritto per Mondadori, "Tutte le volte che ce l'abbiamo fatta") ne ha troppi da leggere e neanche uno nel cassetto. Ascolta musica quando scrive, così si illude di saper suonare la tastiera. Da piccolo voleva fare l'astronauta, da grande è tornato sulla terra.