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Con i piedi per Terra

Ciclicamente si parla di "ripensare l'energia" ma bisogna andare oltre le ondate emotive e affrontare il tema in modo razionale.

di Mario Sechi
28 ottobre 2019
11 min di lettura
diMario Sechi
28 ottobre 2019
11 min di lettura

Questo articolo è tratto da WE-World Energy n. 44 - Rethinking Energy. Leggi il magazine

Puntuale e periodico arriva il momento in cui tutti si ritrovano a ripetere che bisogna “ripensare l’energia”. Mentre il coro va a cercar l’intonazione – quasi mai trovandola, perché ognuno intende una cosa differente sul tema – le aziende del settore (ri)pensano ogni giorno l’energia. Per cui il ritornello può valere per i tanti che non ci hanno mai pensato prima, ma suona paradossale per chi lo fa naturalmente come impegno, mestiere, professione. Energia pulita è miglior vita e nessuno di noi ne desidera una peggiore. Le ondate emotive sono sempre (im)prevedibili, la crescita di movimenti “verdi” (con varia scala cromatica e impatto sull’opinione pubblica) in tutto il mondo ha provocato un risveglio d’attenzione della politica (spesso strumentale) e alla fine la frase “green deal” ha assunto la forma del “mantra”, una formula ripetuta molte volte come pratica meditativa. Ecco perché questo tsunami emozionale ha bisogno di razionalità, va spiegato, compreso, bisogna cercare il confronto, coglierne gli aspetti positivi e naturalmente respingerne le ricette utopistiche, quelle irrealizzabili che finiscono per conseguire risultati opposti rispetto alle attese. World Energy fa questo paziente e profondo lavoro di (ri)cucitura delle posizioni, prende il vero e lo riproduce in forma di analisi, visual design (ne avete dei grandi esempi anche in questo numero), giornalismo e non - ismo e basta. Pensiamo che ve ne sia un gran bisogno. Andiamo avanti. Decarbonizzare è cosa buona e giusta, un imperativo categorico (kantiano, se volete girarla in filosofia), come farlo e con chi farlo è operazione decisamente più complicata dell’enunciato ambientalista. È materia che va sottratta all’ideologia, agli -ismi contemporanei e messa sul tavolo di lavoro dell’Homo Faber.

È necessario parlare di policies

La sfida quotidiana del “ripensare l’energia” in che contesto è inserita? Siamo nel flusso della contemporaneità, nella materia che permea ogni ambiente, la politica. E, dunque, non possiamo discutere di questo tema senza parlare di policies, cioè del sistema dei principi – e delle conseguenti azioni – che fanno la politica dell’ambiente da parte delle istituzioni pubbliche e private. Attenzione: ho scritto “politica dell’ambiente” e non va confusa con la politica tout court che è cosa ben più grande. Sul Dizionario di Politica di Bobbio, Matteucci e Pasquino (opera fondamentale) leggiamo alla voce “Politica ed ecologia”: “Fu in piena Rivoluzione industriale, e nella culla stessa della medesima, cioè in Inghilterra, che per la prima volta (...) venne teorizzato esplicitamente (...) il nesso tra l’ecologia e l’economia, quindi la politica. Malthus richiamò l’attenzione sul fatto che la fertilità dei suoli non è omogenea, e sul fatto che la specie umana ha un potenziale riproduttivo maggiore della possibilità di sopravvivenza (che dipende dalla disponibilità di risorse ambientali): la combinazione di questi due fatti spinge l’umanità a coltivare dapprima i suoli più fertili e poi, via, via, suoli sempre meno fertili; questo si traduce in una diminuzione costante della produttività media dei suoli coltivati”.

Siamo di fronte al grande tema della natura e della presenza dell’uomo sulla Terra. E naturalmente della biologia, dell’evoluzione. Tanto che Darwin considerò gli studi di Malthus come un solido pilastro per la sua teoria dell’evoluzione perché “il motore dell’evoluzione sta proprio nello squilibrio tra il numero delle nascite e la disponibilità delle risorse”. Che cosa è tutto questo? Malthus ha teorizzato l’esuberanza del potenziale riproduttivo dell’uomo e – via Darwin – di tutte le specie viventi. Qualcuno dirà che si tratta di teorie inattuali, che il dibattito accademico è di altro tipo e sì, certo, siamo a conoscenza degli sviluppi della scienza economica, della biologia, della fisica. Ma là fuori si discute proprio di questo, di Malthus. Non ci credete? Andiamo avanti. Abbiamo molti chiodi ai quali appendere il quadro. Prima di scrivere l’editoriale di questo numero di World Energy, leggevo un articolo di Janan Ganesh sul Financial Times che tocca un punto delicato della contemporaneità: la (ri)nascente alleanza tra populisti e verdi. Il legame inatteso (ma logico) tra realisti (a destra) e utopisti (a sinistra), il fenomeno di opposti che si sposano nel nome dell’ambiente, la creazione naturale di un’intesa politica su un singolo obiettivo. Siamo in pieno sottosopra, ma questo dimostra l’importanza del tema e i rischi che corre l’industria nel sottovalutarlo e gli eccessi in cui può incorrere il legislatore nel sopravvalutarlo. Sottovalutarlo significa non coglierne lo sforzo positivo di ricerca di armonia con il “Creato” (sono molto interessanti e dense di cultura le note del Vaticano e di Papa Francesco); sopravvalutarlo vuol dire seguire come automi le parole d’ordine dei movimenti, ma proteggere la Terra significa stare con i piedi per Terra, ricordare la necessaria e inesorabile presenza e azione dell’uomo sul pianeta, la sua semplice esistenza. Non può essere cancellata, né è possibile immaginare l’ingegnerizzazione forzata della demografia, delle morti e delle nascite, delle migrazioni, degli esodi, della pace e della guerra, dell’abbondanza e della carestia. In questo quadro, ecco che populismo e ambientalismo diventano due movimenti opposti che si conciliano per convergenza di interessi. La storia ci aiuta a capire: l’articolo del Ft ricorda che in America fu il presidente Richard Nixon a varare le leggi per la protezione degli oceani e delle specie minacciate di estinzione. Nixon, un repubblicano, un uomo di destra, realizzò queste riforme nonostante i connotati fossero chiaramente liberal. Non solo dunque è possibile, ma è già passato alla storia. Che come sapete tutti ama ripetersi. Ganesh abilmente delinea i tratti divergenti e apparentemente inconciliabili dei due filoni della politica contemporanea: il populismo attrae le classi meno giovani, più anziane, mentre l’ambientalismo è per i giovani e giovanissimi. Entrambi sono uniti e attratti da un tema comune: una critica durissima (più che fondata su molti aspetti, ma viziata da pregiudizio morale su altri) ai meccanismi del capitalismo su posizioni “riconoscibili come Maltusiane”. Rieccolo, Malthus. E riecco il tema della demografia, della disponibilità delle risorse, dell’inefficienza e dell’esuberanza riproduttiva e dunque dell’aumento esponenziale del consumo in una società che ha come modello il capitalismo del volere, soddisfare non la necessità biologica ma la proiezione di un’anima sempre desiderante. Il take away sempre aperto di un’anima desiderante e connessa.

La costruzione di un nuovo immaginario

Altro punto d’attacco: le migrazioni per i populisti sono un problema per la prosperità delle nazioni, mentre per i movimenti ambientalisti è la crescita demografica (e la scarsezza di risorse) a minacciare il futuro del pianeta. Così i gilet gialli in Francia marciavano insieme ai movimenti verdi. Altra nota interessante sul Ft: i populisti e gli ambientalisti hanno un’estensione molto più larga dei partiti che cercano di rappresentarli, hanno “un’ala extraparlamentare” che li proietta in avanti, sono soggetti in espansione e non in contrazione. E polarizzano l’attenzione dell’opinione pubblica, come dimostrato dal confronto a distanza tra Donald Trump e Greta Thumberg a New York, nel Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite. Se questo è il quadro di riferimento sul piano ideale, è evidente che siamo di fronte a qualcosa di potente, la costruzione di un nuovo immaginario che fa leva su poche parole d’ordine e proposta di soluzioni semplici (e semplicistiche) a problemi complessi. Solo un esempio che traggo dall’articolo di Francesco Gattei su WE: “Fino agli anni ’70 il mondo sfruttava solo una ventina di metalli. Con il boom dell’elettronica, e poi delle fonti rinnovabili, abbiamo cominciato ad usare quasi tutta la Tavola Periodica degli elementi e i suoi ottanta metalli. Si tratta di metalli che hanno proprietà magnetiche, di catalizzatori, di accumulo e di conduttori”. Quanti dei manifestanti per una svolta radicale nella politica ambientale ha rinunciato a usare il proprio smartphone? Nessuno, ovviamente, perché la tecnologia è un’estensione della nostra vita e quella che Kevin Kelly in “What Technology Wants” definisce una “reinvenzione di se stessi” e a volte bisogna “scegliere l’inevitabile”. Non solo, Kelly nel suo libro mostra anche come la tecnologia sia (im)mutabile e a sua volta ami ripetersi in altre forme e modelli di distribuzione, per cui il catalogo Montgomery Ward del 1894-1895 offre strumenti per l’agricoltura da acquistare via ordine postale che hanno caratteristiche e scopi d’utilizzo uguali a quelli offerti sulle pagine web di commercio elettronico nel 2005. Anche l’ondata di ecologismo odierno ha un suo tratto di immutabilità, quello che Christopher Lasch aveva profondamente fotografato ne “La ribellione delle élite”: “Le classi sociali parlano a se stesse in un proprio gergo, inaccessibile agli estranei; si mescolano l’un l’altra soltanto in poche occasioni cerimoniali e nelle feste ufficiali”. Venticinque anni dopo la pubblicazione di questo importante libro, la situazione è peggiorata e ancor più paradossale perché all’esplosione e moltiplicazione delle connessioni corrisponde un aumento vertiginoso della solitudine. Ma è in questo essere tutti insieme e da soli (“Alone Together” è il titolo di un bel saggio di Sherry Turkle su questo tema chiave del nostro presente) che maturano poi le idee più incandescenti. È nello smarrimento 2.0, post-novecentesco, senza la fabbrica e con la smaterializzazione del lavoro, che matura nelle coscienze inquiete un immaginario da catastrofe ambientale imminente che poi si fa marcia reale in piazza. E non a caso è fatto di giovanissimi dalle mille vite digitali, frammentate, l’esito del clangore dei “Fractured Times” di cui parla un libro dello storico marxista Eric Hobsbawm. L’ondata irrazionale – ma infine con una sua logica proprio per le cose che abbiamo cercato qui di spacchettare – è davanti ai nostri occhi. E assume forme che dalla piazza arrivano alla decisione giuridica, alla causa legale basata sull’- ismo, alla politica economica di una nazione o di un intero spazio geopolitico (pensate all’importanza delle norme europee sull’energia e l’ambiente). Sono elementi che improvvisamente entrano nel mainstream, vengono accettati come buoni in sé par défaut, senza una discussione informata, non sono spesso oggetto di una valutazione d’impatto, ma finiscono per diventare giurisprudenza e legislazione. Non siamo più nel campo dell’immaginario, questa è la vita reale.

L'autore: Mario Sechi

Nato in Sardegna nel 1968, una vita in valigia, ha impaginato, titolato e scritto molti giornali (L'Indipendente, Il Giornale, l'Unione Sarda, Panorama, Libero, Il Tempo, Il Foglio) poi un bel giorno ha deciso di fondare List (www.newslist.it) e si sente molto felice di dividere il suo lavoro tra WE e List. Commenta i principali fatti politici e economici sulle principali tv e radio, è autore e conduttore di programmi tv e radiofonici per la Rai e Radio24, ora non ha tempo per scrivere libri (ma uno l'ha scritto per Mondadori, "Tutte le volte che ce l'abbiamo fatta") ne ha troppi da leggere e neanche uno nel cassetto. Ascolta musica quando scrive, così si illude di saper suonare la tastiera. Da piccolo voleva fare l'astronauta, da grande è tornato sulla terra.