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Usa, Hong Kong, Taiwan: quante grane per Xi Jinping

Dal vertice segreto di Beidaihe segnali sulla direzione politica ed economica su cui la Cina intende proseguire.

da Alessandra Spalletta
30 agosto 2019
11 min di lettura
daAlessandra Spalletta
30 agosto 2019
11 min di lettura

Quando nel mese di agosto, in un giorno imprecisato e imprevedibile, le immagini dei leader cinesi scompaiono dai media nazionali, può voler dire solo una cosa: i potenti di Pechino si sono riuniti a Beidaihe per l’annuale summit, informale e segreto. La località marittima nella provincia dello Hebei, a poche ore di viaggio dalla capitale, ogni estate diventa il centro della vita politica cinese. Quest’anno è accaduto ancor più in sordina. Il 3 agosto l’agenzia di stampa statale Xinhua ha reso noto che due membri del Politburo - il capo del dipartimento dell'organizzazione del Partito comunista cinese, Chen Xi, e il vice premier Sun Chunlan - hanno incontrato “a Beidaihe vari esperti insieme ad altri professionisti in vari campi provenienti da tutto il Paese”. Poche righe, nient’altro. Eppure l’edizione di quest’anno ha un significato strategico maggiore rispetto agli anni passati. A intensificare la pressione politica sul presidente cinese Xi Jinping non c’è solo la guerra commerciale con l’America di Donald Trump, ma anche il presunto sostegno statunitense alle proteste di Hong Kong in corso da dodici settimane e un nuovo fronte nelle tensioni tra Cina e Stati Uniti: la fornitura militare di Washington a Taiwan. In un articolo apparso sul Financial Times a firma di Yu Jie, ricercatrice dell’influente think tank Chatam House, si legge che il vertice si sarebbe vieppiù concentrato sul mantenimento del consenso e della stabilità, assi portanti del modello cinese, basato su un tacito patto stretto con i cittadini che accettano di vedere limitate le libertà politiche in cambio di libertà economiche). La guerra commerciale in corso con gli Stati Uniti e il rischio “decoupling”, invece, avrebbe avuto un ruolo piuttosto marginale. Se del vertice e dei suoi risultati sappiamo poco o nulla, possiamo però mettere in fila gli ultimi eventi per capire la direzione politica ed economica su cui la Cina di Xi Jinping intende proseguire.

Tensione sui mari

L’ultimo fronte si è aperto in territorio nazionale, al porto di Qingdao, nella parte orientale del Paese, dove il governo cinese ha negato l’attracco a un’unità navale della Marina statunitense in visita. Si tratta del secondo caso in meno di un mese. Il 13 agosto scorso, la Flotta Usa nel Pacifico aveva reso noto il divieto di Pechino all’attracco a Hong Kong di due unità navali, la nave anfibia per il trasporto truppe Uss Green Bay e l’incrociatore con missili teleguidati Lake Erie. Sullo sfondo, le tensioni commerciali con Washington.

Guerra dei dazi, una tregua?

Il 27 agosto Wall Street ha chiuso in ribasso bruciando i guadagni dell'apertura: gli investitori sono ancora preoccupati per la guerra commerciale. Il Dow Jones ha chiuso lasciando sul terreno lo 0,47% a 25.777,90 punti, e questo dopo una crescita dell'1%, in seguito alle speranze circolate sui media di una soluzione della crisi dei dazi, favorite dalle dichiarazioni ottimistiche via Twitter di Donald Trump. Cosa è successo?

Il presidente americano, alla vigilia della partenza per il G7 a Biarritz, aveva minacciato l'innalzamento del 5 per cento delle tariffe su 550 miliardi di dollari di prodotti made in China - dal 25 per cento al 30 per cento - come ritorsione per la decisione di Pechino di imporre tariffe del 5 per cento e del 10 per cento su 75 miliardi di dollari di merci statunitensi dirette verso la Cina - a sua volta una reazione cinese alle ultime mosse Usa. Un comunicato diffuso dall'agenzia Xinhua accusava gli Usa di condurre una "continua escalation" sul piano commerciale e di avere "gravemente danneggiato il sistema commerciale multilaterale e il principio di libero scambio".

Circa tre settimane prima, il 5 agosto scorso, la Cina aveva annunciato un’operazione di svalutazione dello yuan, sceso sotto quota 7 per dollaro. La decisione aveva innescato la reazione dell'inquilino della Casa Bianca, pronto a ordinare alle aziende statunitensi di cercare alternative al mercato cinese. Sebbene Pechino contrasti da tempo la svalutazione dello yuan, a inizio agosto il dipartimento del Tesoro americano ha definito ufficialmente la Cina “manipolatore di valute”. Non succedeva dal 1994. Ma Donald Trump ha reagito anche contro il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, che secondo il presidente americano sarebbe troppo debole sul taglio dei tassi d’interesse. "La mia sola domanda è: chi è il nostro più grande nemico, Jay Powell o il presidente Xi?", ha twittato Trump il 27 agosto scorso.

I negoziati per un accordo con la Cina sembravano ancora una volta destinati a fallire, ma poi si è aperta improvvisamente una nuova, apparente, tregua. Pechino e Washington si sono scambiati segnali di pace. A margine del G7, Trump ha annunciato che la Cina “vuole un accordo” e lo vuole “a tutti i costi perché è stata pesantemente colpita dai dazi e ha perso 3 milioni di posti di lavoro in poco tempo”. Ha elogiato il presidente cinese Xi Jinping definendolo "un grande leader", e ha riferito di due telefonate nella notte da parte di Pechino ai negoziatori americani - "molto, molto buone, molto produttive" - durante le quali sarebbe stato espresso il desiderio di "tornare al tavolo" negoziale.

Da Pechino è arrivata la replica del portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang. Il quale non ha confermato i contatti telefonici, ma ha auspicato che gli Stati Uniti “mettano fine alle loro azioni sbagliate” e creino “le condizioni per un colloquio”. Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino ha comunque promesso misure ulteriori contro Washington qualora entrassero in vigore i nuovi dazi annunciati da Trump. Nelle stesse ore, il portavoce del ministero del Commercio di Pechino, Gao Feng, ha chiesto agli Usa di “creare le condizioni” per progressi nei negoziati commerciali, e ha confermato i contatti in corso per il prossimo round di colloqui a Washington previsto per settembre.

A opporsi all’escalation nella guerra commerciale si aggiunge spesso anche il vicepremier Liu He. Da Chongqing, la megalopoli nel sudovest della Cina, il 26 agosto scorso il vicepremier, che è anche membro dell'Ufficio politico del Comitato centrale del Partito comunista cinese, ha assicurato che Pechino è disponibile a risolvere la disputa attraverso negoziati "calmi". E ha aggiunto che l’economia cinese sta passando "da una crescita ad alta velocità a uno sviluppo di alta qualità", un percorso che offre "nuove opportunità di sviluppo tecnologico e di un sano sviluppo dell'industria intelligente".

 

Economia cinese in ripresa

In effetti, nonostante il clima di incertezza causato dalla guerra dei dazi, la Cina mostra i primi segnali di ripresa, spiega il team mercati emergenti di Raiffeisen Capital Management. Il settore immobiliare ha superato da circa un anno la fase di crisi, e ora cresce di nuovo; la domanda di acciaio e cemento è in aumento; la riduzione degli stock nel settore automobilistico potrebbe portare a nuovi aumenti della produzione. È atteso anche un aumento degli investimenti infrastrutturali dei governi locali e regionali. Sono previsioni, perché a complicare il quadro non ci sono solo le incognite della guerra dei dazi.

Hong Kong, il comunicato del G7 sgradito a Pechino

Il governo cinese sostiene che dietro le proteste in corso nell’ex colonia inglese ci siano influenze occidentali occulte. "Esprimiamo la nostra forte insoddisfazione e l'opposizione decisa al comunicato fatto dai leader al summit del G7 sugli affari di Hong Kong", ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri alla fine della riunione di Biarritz. In un comunicato congiunto, il G7 ha infatti sostenuto l'autonomia dell’ex colonia britannica sollecitando il ritorno alla normalità. La Cina ha già accusato Paesi come Usa e Gran Bretagna di interferenze, fino a formulare ipotesi di una regia straniera all'origine dei disordini di Hong Kong che, dopo il ritorno a Pechino nel 1997, gode di autonomia amministrativa con la politica del "un paese, due sistemi".

Dopo due mesi e mezzo continuano ad aumentare le proteste anti-governative. Il Fronte civile per i diritti umani (Civil Human Rights Front) ha annullato la manifestazione di protesta in programma il 31 agosto, dopo che la polizia di Hong Kong ha deciso per la prima volta di vietare un evento organizzato dall’organizzazione, alzando ulteriormente il livello dello scontro. La decisione è arrivata qualche ora dopo l'arresto di tre attivisti, tra i quali il leader della 'rivolta degli ombrelli' del 2014, Joshua Wong. Lo scorso 16 agosto era stato costretto alle dimissioni l'amministratore delegato di Cathay Pacific, Rupert Hogg, per le polemiche legate al presunto coinvolgimento di alcuni dipendenti della compagnia aerea nelle proteste di Hong Kong.

I manifestanti non chiedono solo la definitiva cancellazione del progetto di legge sull’estradizione tra Hong Kong e la Repubblica popolare e le dimissioni della leader Carrie Lam, ma anche la concessione del suffragio universale (obiettivo difficile giacché la Basic Law sarà vigente fino al 2047). E i mercati finanziari reagiscono: “A luglio le azioni cinesi sono calate, all’unisono con il trend dei Paesi emergenti. I corsi sono arretrati tra l’1,5 e il 2% sia sulla terraferma sia a Hong Kong", spiega Raiffeisen Capital Management. Carrie Lam esclude le dimissioni da governatrice di Hong Kong e ha promesso "tolleranza zero contro la violenza" proseguendo "con la piattaforma di dialogo". Il governo "è ancora fiducioso di poter gestire i disordini in corso da due mesi" senza l’intervento delle forze dell’ordine cinesi.

Taiwan: Cina avverte gli Usa, conseguenze dal riarmo

“Gli Stati Uniti dovranno sostenere tutte le conseguenze innescate dalla vendita di armi”, ha detto Geng Shuang. Per la Cina un’altra ingerenza difficile da digerire è quella degli Stati Uniti negli affari di Taiwan, l’isola che Pechino rivendica come parte del proprio territorio nazionale. Trump ha annunciato la vendita di 66 cacciabombardieri F-16 a Taipei, a fronte dell’aumento delle spese per la Difesa. Secondo Pechino, si tratta di una provocazione che non tiene conto delle rivendicazioni cinesi su Taiwan. Qualche settimane fa, sul Quotidiano del Popolo era apparso un articolo intitolato “Bisogna riunificare la Madrepatria”. Il PCC punta a ottenere la riunificazione senza ricorrere all’uso della forza, auspicabilmente entro il 2049 – quando si celebreranno i cento anni dalla fondazione della Repubblica Popolare cinese. A preoccupare Xi Jinping è anche l’influenza che le proteste di Hong Kong potrebbero avere sull’autoproclamata “Repubblica di Cina”, dove nel 1949 si rifugiarono i nazionalisti sconfitti da Mao.

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