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L'Algeria elegge il nuovo presidente: vince Tabboune

L'ex primo ministro, Abdelmajid Tebboune, 74 anni, ha vinto con il 58% dei voti. Bassa l'affluenza alle urne, ferma al 40%.

di Giuseppe Acconcia
16 dicembre 2019
7 min di lettura
diGiuseppe Acconcia
16 dicembre 2019
7 min di lettura

Si sono chiusi i seggi per le prime elezioni presidenziali in Algeria, dopo le dimissioni rassegnate dall’ex presidente, malato da tempo, Abdelaziz Bouteflika, lo scorso aprile. L’ex primo ministro, Abdelmajid Tebboune, 74 anni, ha vinto con il 58% dei voti. “Niente di nuovo ma è una rivincita per uno degli uomini più vicini a Bouteflika. Quando è stato premier aveva tentato di far emergere i legami dell’ex presidente con il mondo degli affari”, ci ha spiegato Caterina Roggero, docente all’Università di Milano-Bicocca. 

Il voto è stato accompagnato da una giornata di proteste. Le elezioni presidenziali hanno fatto registrare una bassa affluenza alle urne, ferma al 40%. In linea con la bassa partecipazione del 2017 (38%). Dallo scoppio delle prime manifestazioni nel febbraio 2019, il voto è stato posticipato lo scorso luglio per assenza di candidati. Molti algerini si erano espressi per il boicottaggio del voto, accusando esponenti del vecchio regime e i vertici militari di voler mantenere in vita lo status quo. Oltre a Tebboune, i candidati alla presidenza ammessi al voto dall’Autorità indipendente per il monitoraggio del voto (NIEMA) sono stati: l’ex primo ministro, Ali Benflis, l’ex ministro del Turismo, Abdelakader Bengrina, l’ex ministro della Cultura, Azzedine Mihoubi, e il leader del partito Mostakbal (Futuro), Abdelaziz Belaid.

La campagna elettorale

La vigilia del voto è stata segnata da 42 settimane consecutive di proteste. L’ultima lo scorso mercoledì si è svolta in occasione dell’inizio delle manifestazioni contro l’occupazione francese nel 1960. Il ministro dell’Interno, Salah Eddine Dahmoune, ha definito “traditori” coloro che partecipano alle proteste di piazza. Tra gli slogan dei manifestanti si annoverano la richiesta di cancellazione del voto del 12 dicembre, critiche al leader de facto della fase di transizione, il Luogotenente generale dell’esercito algerino, Ahmed Gaid Salah, insieme a richieste di dimissioni per il presidente ad interim, Abdelkader Bensalah (il cui mandato è scaduto da cinque mesi), e per il primo ministro, Noureddine Bedoui. I cinque candidati hanno partecipato, per la prima volta nella storia algerina, a un dibattito televisivo pre-elettorale. Scarsa è stata la partecipazione popolare ai comizi in vista del voto. Tra i candidati, Abdelmadjid Tebboune è stato primo ministro per tre mesi nel 2017, mentre Ali Benflis ha ricoperto lo stesso incarico per tre anni dal 2000 al 2003. Benflis è stato in seguito nominato segretario del partito di Bouteflika: il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN). Dal canto suo, Azzedine Mihoubi è stato dirigente della radio pubblica, mentre anche Abdelaziz Belaid è stato membro del FNL. Infine, Abdelkader Bengrina è leader del partito islamista el-Binaa ed è stato ministro dal 1997 al 1999.

Arresti eccellenti

Tra gli arresti eccellenti degli uomini vicini a Bouteflika alla vigilia del voto, figurano l’ex primo ministro, Ahmed Ouyahia, condannato a 15 anni, e il suo predecessore, Abdelmalek Sellal, condannato a 12 anni. Un mandato di cattura internazionale è stato emesso contro l’ex ministro dell’Industria, Abdesslam Bouchouareb, condannato a 20 anni di reclusione. “Queste persone sono state giudicate da tribunali militari. Sono i militari che ora hanno le redini del potere”, ha spiegato Dalia Ghanem del think tank Carnegie Endowement for Middle East Peace. “La bassa partecipazione al voto rende però fragile la legittimità del presidente”, ha aggiunto.

Algeria e mercato petrolifero

In un Paese altamente dipendente dall’esportazione di idrocarburi, la diminuzione dei prezzi di petrolio e gas ha fortemente colpito l’economia locale. I settori petrolifero e del gas hanno rappresentato nel 2018 il 94% delle esportazioni e il 60% del budget, secondo dati pubblicati da ReutersTuttavia, i guadagni dai due settori sono calati del 6,3% a 17,65 miliardi di dollari tra gennaio e giugno 2019. Infine, il sistema di sussidi pubblici che ha favorito il sostegno popolare per il regime non è più sostenibile per gli equilibri locali.

L’economia del Paese è saldamente nelle mani dei militari, attore chiave sin dall’indipendenza dalla Francia del 1962. Secondo il professore di Sociologia dell’Università di Algeri, Nacer Djabi, i militari hanno cercato di continuare a mantenere i loro privilegi dopo le dimissioni di Bouteflika. L’esercito non vuole continuare a tenere nelle sue mani anche il potere politico, ma vorrebbe delegarlo a un leader civile, come è stato Bouteflika negli ultimi venti anni, che difenda anche gli interessi dell’élite militare. Il movimento di protesta è stato invece accusato di non offrire un modello alternativo all’attuale governance economica del Paese. Said Salhi, vice presidente della Lega algerina per la difesa dei diritti umani, ha dichiarato che il cosiddetto movimento Hirak (proteste) non ha l’obiettivo di offrire soluzioni agli alti tassi di disoccupazione e alla crisi economica. “Vogliamo voltare pagina rispetto allo status quo ante”, ha ammesso. Salhi ha aggiunto che nei ripetuti incontri con esponenti della società civile sono emerse due proposte per la fase di transizione: “una presidenza transitoria o l’elezione di un’assemblea costituente”.

Dopo mesi di proteste, gli algerini hanno eletto il nuovo presidente dopo le dimissioni dello scorso aprile, rassegnate dall’ex presidente Abdelaziz Bouteflika. Una campagna elettorale molto breve ha favorito una scarsa partecipazione al voto che ha visto la vittoria dell’ex premier, Abdelmajid Tebboune. I manifestanti, colpiti da anni di crisi economica, vorrebbero una svolta in politica economica più significativa rispetto al passato e il ridimensionamento degli uomini del vecchio regime nel futuro del Paese. A questo punto, il dilemma per il nuovo presidente sarà se continuare a reprimere le manifestazioni o aprire un dialogo con la piazza.

L'autore: Giuseppe Acconcia

Giuseppe Acconcia è giornalista e ricercatore specializzato in Medio Oriente per le Università di Londra e Bocconi. Ha scritto tra gli altri per The Independent, Al-Ahram, Xinhua e openDemocracy. Ha intervistato l'ex presidente egiziano Mohamed Morsi, il Segretario generale della Lega araba Nabil Elaraby, i filosofi Samir Amin e Noam Chomsky, il premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi. Ha realizzato reportage nel Kurdistan siriano, tra i primi giornalisti occidentali ad entrare in una città controllata da oltre un anno dallo Stato islamico. Ha coperto il contenzioso sul nucleare iraniano, la crisi libica, le rivolte egiziane del 2011, il referendum per l'indipendenza scozzese (2014). Ha conseguito un Master in Middle Eastern Politics alla School of Oriental and African Studies (Soas) con tesi sul ruolo dei militari in politica in Medio Oriente. I suoi articoli sono stati tradotti in inglese, francese, spagnolo, portoghese, turco, tedesco, arabo e cinese. Ha insegnato all'Università americana del Cairo, ha lavorato per il premio Sakharov (Parlamento europeo) e nella cooperazione euro-mediterranea. È autore de EgittoDemocrazia militare (Exorma, 2014), Pictures from Jihan (Muta Imago, 2013), La primavera egiziana (Infinito, 2012) e Un inverno di due giorni (Fara, 2007).