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Nuovi alleati per le rinnovabili

La finanza spiana la strada alla decarbonizzazione dell’energia.

di Sabato Angeri
19 ottobre 2020
6 min di lettura
di Sabato Angeri
19 ottobre 2020
6 min di lettura

Lentamente anche l’economia e la finanza si stanno rendendo conto che bisogna decarbonizzare. Questa volta, a rafforzare la convinzione che un'altra via sia possibile, intervengono gli analisti finanziari che, quasi all’unanimità, sottolineano come le fonti di energia tradizionali stiano diventando poco redditizie. Ovviamente si tratta di proiezioni sul medio termine, ma prendiamo degli esempi.

Niente più carbone in Gran Bretagna

L’Inghilterra, la regina della Rivoluzione Industriale, lo stato che per primo ha iniziato a impiegare massicciamente il carbone per alimentare le fabbriche accelerando l’ingresso nella modernità, si è resa conto che si sta per chiudere un’era. Durante i due mesi di lockdown imposti dalla recente pandemia di Coronavirus, infatti, la Gran Bretagna non ha bruciato un singolo pezzo del fossile nero per alimentare la propria rete elettrica nazionale. Un dato sorprendente, diramato al termine della quarantena dal portavoce della National Grid, multinazionale dell'elettricità e del gas, che ha sorpreso tutti, soprattutto gli inglesi stessi. Fatto sta che il governo britannico ha deciso di investire massicciamente sull’eolico offshore.

La svolta di Berlino

Dall’altra parte del Mare del Nord, in Germania, il governo che è protagonista del cambiamento, ha deciso di non rimandare oltre la chiusura delle centrali energetiche più vecchie a carbone. Entro il 2020 gli impianti dovranno essere dismessi oppure riconvertiti. Ovviamente, a Berlino sono consci del contraccolpo economico e occupazionale per le zone coinvolte, per questo la misura sarà accompagnata da un piano miliardario di risarcimenti: 2,6 miliardi di euro per le centrali dell’ovest e 1,7 miliardi per quelle centrali e dell’est. Il gigante economico dell’Europa Centrale si è spinto oltre e in controtendenza rispetto ai timori generalizzati sulla tenuta del credito internazionale e del sistema bancario, alla fine dell’estate 2020 ha emesso il suo primo green bond che è stato un successo inatteso.


Rinunciare al carbone rappresenta un grande passo nel processo di decarbonizzazione dell’energia

Il governo federale ha collocato un’obbligazione decennale da 6,5 miliardi e ha già annunciato un altro collocamento da circa 4,5 miliardi nel quarto trimestre del 2020. La Germania non nasconde l’intenzione di diventare leader nelle obbligazioni verdi di Stato, nonostante il ritardo rispetto ad altri Paesi UE: la Polonia ha emesso le prime nel 2016, la Francia, agli inizi del 2017 seguita dall’Irlanda, l’Olanda e la Svezia. L’esecutivo della Cancelliera Angela Merkel ha indicato che questi fondi saranno usati espressamente per la decarbonizzazione in modo da rispettare i limiti imposti dal Green New Deal europeo.

La BEI già da un anno sostiene gli investimenti che permettono di salvare l’ambiente ed infatti, dalla fine del 2021, bloccherà tutti i finanziamenti ai progetti che prevedono energia prodotta da fonti fossili. Nelle dichiarazioni programmatiche del principale istituto bancario europeo si evidenziano cinque linee guida che ben riassumono la direzione politica della Commissione guidata da Ursula Von Der Leyen. Anche nel resto dell’Europa gli istituti bancari e assicurativi si stanno adeguando. Generali è stata tra i primi ad annunciare, come si legge sul sito, che non avrebbe più fornito “coperture assicurative per la costruzione di nuove centrali a carbone (il più inquinante tra i combustibili fossili) senza alcun tipo di eccezione”. Anche Unicredit si è impegnata ad abbandonare completamente i progetti di estrazione del carbone per la produzione di energia entro il 2023.

La decarbonizzazione nel resto del mondo

Ma l’Europa non è la sola a muoversi in questa direzione. Il Canada, quarto produttore mondiale di petrolio, ha deciso quest’anno di fermare la costruzione di nuove miniere nelle sabbie bituminose dello stato dell’Alberta. Il provvedimento, oltre a tenere conto dei costi sempre più ingenti di estrazione da quel tipo di territorio, è stato ufficialmente presentato come una misura a salvaguardia delle comunità indigene. Cina e India, che stanno pagando la loro crescita industriale straordinaria a caro prezzo dal punto di vista ambientale, sono sempre un po’ in disparte nel delicato contesto degli accordi internazionali sul clima.

La Cina è il Paese con le più alte emissioni al mondo, un terzo del totale su base annuale. Per abbassare il proprio carico inquinante, Pechino dovrebbe investire, secondo gli studi di settore, almeno 14 mila miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Intanto il governo ha istituito una serie di crediti verdi che garantiscono, sia alle industrie sia alle banche che le finanziano, protezione e incentivi necessari per stimolare lo sviluppo di energia rinnovabile: dunque centrali eoliche e solari, ricerca di combustibili non inquinanti, riforestazione.


Una centrale solare costruita sulla cima di una montagna nel Fujian, in Cina

La sinergia del cambiamento

La riconversione verde può considerarsi una realtà tangibile, anche perché società del settore energetico, come Eni, hanno avviato una politica di investimenti nella ricerca e nello sviluppo di nuove fonti di energia. L’eolico offshore, l’idrogeno blu e verde, il solare su nuovi supporti che non siano i pannelli al silicio sono solo alcuni esempi. In conclusione, laddove interessi industriali, questioni etiche e, soprattutto, decisioni politiche, si muovono in parallelo su una direttrice che abbia la decarbonizzazione come faro e le energie rinnovabili come mezzo, il cambiamento si fa più veloce e l’obiettivo non sembra così irraggiungibile.