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Il mondo che vogliamo e quello che verrà

La convergenza dei due scenari, apparentemente distanti tra loro, richiede una visione, forza di volontà e soprattutto coraggio da parte di tutti noi. Le condizioni tecnologiche e le risorse materiali ci sono, ad essere necessario è un cambio di mentalità.

di Derrick De Kerchove
05 novembre 2020
17 min di lettura
di Derrick De Kerchove
05 novembre 2020
17 min di lettura

Questo articolo è tratto da WE-World Energy n. 47 – Che mondo sarà?

Il 10 ottobre l’associazione TED talks, in collaborazione con la coalizione Future Stewards, ha pubblicato su YouTube i risultati di un’operazione di consulenza transgenerazionale mondiale accessibile gratuitamente a tutti, indipendentemente dal ceto socio-economico di appartenenza. All’evento denominato “Countdown (conto alla rovescia) per un futuro migliore, più verde, sano, prospero, resiliente, giusto, sereno e creativo” hanno preso parte una cinquantina di ospiti tra celebrità e persone comuni, che hanno condiviso le loro idee su come ricostruire un mondo migliore dopo il Covid. Da Al Gore, Ursula von der Leyen, Richard Attenborough e Jane Fonda a professionisti, architetti, artisti, esperti di energie rinnovabili e innovatori di ogni tipo: tante personalità di spicco ci hanno mostrato con speranza ed entusiasmo “il mondo che vogliamo”... starà a noi fare tesoro quanto prima dei consigli precisi, positivi e del tutto applicabili da essi esposti. “Il mondo che verrà” è un discorso a parte. In un periodo come questo caratterizzato dall’incertezza politica e ambientale, sarebbe decisamente presuntuoso azzardare delle previsioni rosee riguardo a un futuro così incerto. Il massimo che si può fare è sperare che il mondo che verrà sia simile, per quanto possibile, a quello descritto dai partecipanti all’evento.

Due scenari apparentemente incompatibili

Il problema sta nel far coincidere due scenari apparentemente incompatibili. Da un lato, la dignitosa sopravvivenza degli esseri umani di tutte le condizioni e di ogni paese (così come dichiarato dagli SDG delle Nazioni Unite), e dall’altro un’economia sfrenata che sta infuocando il pianeta. Inoltre, la decoesione sociale in corso (in parte causata dalla crescita esponenziale di fake news, gruppi negazionisti e cospirazionisti), sta dando vita a una crisi epistemiologica mondiale.

Il problema sottostante di questa crisi della conoscenza risiede nella trasformazione digitale: tramite i social media essa permette a una moltitudine di persone disinformate di esprimere opinioni errate o pericolose, sfociando in elezioni populiste e aumentando la confusione circa il livello di pericolosità del Covid19 e le misure da adottare per combattere il virus. In questo clima di infodemia, la preziosa nozione di “oggettività” diventa obsoleta e si confonde con la soggettività individuale. Sofocle diceva: “Nulla di grande entra nella vita dei mortali senza portarsi dietro una maledizione”. Tale citazione ben si adatta alla trasformazione digitale, che rappresenta una delle ragioni per cui si rischia di non far coincidere i due scenari e di non creare un singolo ambiente che ponga in primo piano lo sviluppo basato sull’equilibrio e sulla parità di diritti e doveri.

La trasformazione digitale in atto porta con sé un cambiamento che va ben oltre un’organizzazione aziendale più efficiente, e che non riguarda solo la gestione o un nuovo sistema di comunicazione; riguarda tutti noi. Tocca la nostra sensibilità e la vita quotidiana di ogni essere umano. Ciò che è in atto è essenzialmente uno scontro tra la cultura alfabetica del passato e cultura digitale del presente e del futuro. La cultura digitale non si limita a sommarsi a quella alfabetica, ma ne ignora tutti i presupposti. Ad esempio, se in occidente l’alfabeto ha permesso agli individui di controllare personalmente il linguaggio e di sfruttarlo nel silenzio della lettura, creandosi così una coscienza privata e inviolabile, il digitale invade la mente, ne esternalizza le funzioni cognitive (come la memoria e il giudizio) su vari schermi e tiene traccia di tutti i nostri movimenti mentali e fisici. Inoltre, la tecnologia sposta il centro decisionale dall’interno dell’individuo all’esterno, in macchine che ne suggeriscono o anticipano le decisioni. Ci troviamo di fronte a un capovolgimento storico, antropologico, psicologico, personale e sociale.

Intelligenza artificiale, problema e possibile soluzione

Alla luce di quanto detto, la soluzione alle conseguenze di questa trasformazione potrebbe essere individuata nel progresso accelerato dell’intelligenza artificiale. Oggigiorno ci si affida sempre di più all’IA per prendere decisioni in campo medico, legale, militare, amministrativo e così via. Si potrebbe anche arrivare a un punto in cui l’oggettività verrà affidata puntualmente agli algoritmi, in modo da scongiurarne la definitiva scomparsa nell’incoerenza sociale. Tuttavia, neanche l’algoritmo è sempre attendibile. In futuro sarà fondamentale istruire le persone al riguardo per evitare che i bambini diventino vittime di una trappola algoritmica, tendenza questa chiaramente descritta nel documentario “The Social Dilemma”.

Il documentario analizza e descrive la manipolazione insidiosa dei social media che influenzano le scelte e le azioni di quanti ne ignorano l’origine e i meccanismi, pur partecipandovi allegramente. In futuro, il mondo potrebbe essere completamente controllato dall’IA. Il recente progresso delle tecniche di intelligenza artificiale è stupefacente in quanto va ben oltre le ormai attese e note vittorie riportate da Deep Blue di IBM a scacchi e a Go. GPT-3 (Generative Pretraining Transformer, terza versione) è un modello linguistico che consente alla macchina di creare contenuti su richiesta. A differenza di Wikipedia, il cui database fornisce solo risposte preesistenti, la nuova intelligenza sfrutta 175 miliardi di parametri per fornire risposte auto-generate.

L ’8 settembre 2020 il Guardian ha pubblicato il primo articolo completamente scritto dall’Intelligenza Artificiale. Il quotidiano La Repubblica ha pubblicato quanto segue: “L ’editoriale non è stato interamente scritto dal robot. Un giornalista del Guardian, quindi un essere umano, ha fornito al sistema le seguenti istruzioni: “Scrivi un breve articolo (editoriale) di circa 500 parole utilizzando un linguaggio semplice e conciso. Concentrati sul perché gli esseri umani non hanno alcun motivo di temere l’intelligenza artificiale”. Lo scopo di quanto detto non è fornire dettagli circa l’essenza del testo in questione, quanto quello di sottolineare il punto di svolta cui siamo giunti, in cui la macchina può scrivere un testo in pochissimi secondi a partire da pochissime indicazioni. Chiediamoci ad esempio cosa accadrebbe se la macchina generasse così tante fake news sull’ambiente da ostacolare il Green Deal di Ursula von der Leyen. Ecco perché la soluzione che permetta la convergenza del mondo che verrà con il mondo che vogliamo deve essere quella della simbiosi, cioè della collaborazione attiva tra uomo e macchina. Noi umani abbiamo quindi il compito di rimodellare gli strumenti prima questi che ci modellino a loro immagine.

Nuove tecnologie e democrazia diretta

Di recente si è assistito infatti ad una stretta collaborazione tra uomo e macchina nell’ambito della ricerca “Symbiotic Autonomous Systems Initiative (SAS)” promossa dall’IEEE, un’area in continuo sviluppo che parte dai primi esempi di simbiosi già disponibili in una serie di aree che influenzano il nostro sistema economico e il nostro modo di vivere. L ’iniziativa, a cui partecipo da ormai 4 anni, propone una visione a 360° basata su un’analisi ingegneristica di tecnologia e standardizzazione, ma che integra punti di vista complementari, tra cui prospettive economiche, normative, etiche e socio-culturali. Io prendo parte a quest’ultimo aspetto, in quanto la trasformazione promossa in tutti gli strati sociali dall’evoluzione tecnologica richiede consapevolezza sociale, considerazioni etiche, organizzazione e diffusione da parte degli attori attuali e futuri. 

Seguono alcune delle nostre previsioni nei primi due White Paper (2017 e 2018). “Le tecnologie che supportano la datacrazia (dall’inglese datacracy), anche detta ‘governo degli algoritmi’, potrebbero anche comportare l’emergere di una democrazia diretta in rete e di un ecosistema post-scarsità/postcapitale. In una democrazia diretta (o pura), come quella presente in Svizzera, i cittadini votano in maniera diretta (non ci sono rappresentanti eletti) su questioni amministrative come leggi, politiche e progetti di legge, sistema questo analogo a quello del voto per un referendum nel quadro di una democrazia indiretta. Per non parlare delle irregolarità che hanno a lungo afflitto il voto democratico e che possono essere risolte con un modello algoritmico di democrazia diretta che utilizza il voto elettronico diffuso, fortemente crittografato (voto online o digitale) e basato sulla tecnologia blockchain. Ciò creerebbe simultaneamente registri anonimi e pubblicamente accessibili dell’identificativo dell’elettore, di quello del candidato e dell’ora. Pur essendo spesso ritenuti equivalenti, i concetti di ecosistema post-scarsità e di ecosistema post-capitale presentano delle differenze. In un ecosistema di post-scarsità, il problema della scarsità delle risorse è stato ovviato utilizzando energia pulita rinnovabile; la fusione nucleare, che utilizza l’acqua come combustibile, non può provocare la fusione del nocciolo, e si autoalimenta generando una quantità di energia superiore a quella necessaria per far funzionare il reattore a fusione stesso; le materie prime presenti ovunque a livello molecolare e atomico verranno utilizzate dalle future stampanti 3D per trasformare le cosiddette cianografie in un’ampia gamma di oggetti, inclusi alimenti, tessuti e organi biologici, prodotti meccanici ed elettronici, strumenti, componentistica e altri prodotti, il tutto a costi estremamente ridotti. Inoltre, le risorse naturali verranno gestite da una rete algoritmica globale (che include automazione avanzata, intelligenza artificiale e robotica) che si occuperà di ogni fase della sequenza di localizzazione-acquisizione-elaborazione-produzione-manutenzione-distribuzione delle risorse. Quindi in teoria un ecosistema postcapitale SAS completamente automatizzato (in cui beni, servizi e informazioni sono universalmente accessibili senza alcun costo monetario) potrebbe venire a crearsi quando il sistema sopra descritto, che non necessita di manodopera umana, genera economie di scala globali e algoritmi di ottimizzazione in grado di minimizzare a tal punto i costi da rendere superfluo il capitale, trasformando così valori ed etica che metteranno in primo piano il benessere sociale e la conservazione del globo. Un sistema di domanda e di offerta post-capitale potrebbe quindi sfruttare le procedure di crowdsourcing globale e la produzione molecolare locale/personale per funzionare in maniera automatica e per ottimizzare costantemente le operazioni dell’ecosistema, la sicurezza e le questioni ambientali affrontate da sistemi algoritmici intelligenti che svolgono un ruolo simile alla datacrazia”. (White Paper I 49-50).

Nel secondo White Paper (pubblicato nel novembre 2018) abbiamo trattato il concetto, che allora era tornato di moda, di “economia circolare”: “Secondo la definizione del World Economic Forum, con economia circolare si intende un sistema industriale rigenerativo o riparatore, progettato e inteso come tale. Essa ripristina ed estende il ciclo di vita dei prodotti, orienta all’uso delle energie rinnovabili, elimina l’uso di sostanze chimiche tossiche (che impediscono il riutilizzo e il ritorno alla biosfera) e punta all’eliminazione dei rifiuti attraverso una migliore progettazione di materiali, prodotti, sistemi e modelli di business. In un impianto di produzione basato su un modello di economia circolare, ad esempio, i materiali di scarto negli impianti lineari (standard) vengono sostituiti dalla produzione di due classi di output riutilizzabili, in cui i flussi di materiali sono di due tipi, definiti nutrienti: quelli biologici, pensati per essere reintegrati nella biosfera in sicurezza, e quelli tecnici, che oltre a essere riparativi e rigenerativi, vengono rivalorizzati nel sistema di produzione senza entrare nella biosfera. In breve, il risultato di un modello di economia circolare industriale non produce né rifiuti né inquinamento”. (White Paper II, 138-139)

Alla ricerca di nuove energie rinnovabili

La nostra riflessione ha anche dato vita a nuove energie rinnovabili tra cui la fotosintesi artificiale. Si tratta di un processo chimico biomimetico (ovvero che imita la biologia) che replica il processo naturale di fotosintesi convertendo la luce solare, l’acqua e l’anidride carbonica in carboidrati e ossigeno: “La fotosintesi artificiale si riferisce generalmente a tutti quei sistemi che catturano e immagazzinano energia solare nei legami chimici del combustibile solare risultante. Le relative tecnologie utilizzano l’ingegneria di microrganismi ed enzimi fotoautotrofi per generare biocarburanti microbici e per produrre bioidrogeno a partire dalla luce solare e convertire in tal modo la CO₂ estratta direttamente dall’aria in biomassa e combustibili. Un altro esempio è un recente sistema ibrido biosintetico di separazione dell’acqua che, se combinato con celle solari fotovoltaiche, promette tassi di conversione da solare a chimico di circa 10 volte maggiori rispetto alla fotosintesi naturale, e inoltre evita la tossicità associata a tentativi precedenti. Le tecnologie di fotosintesi artificiale a basso costo, adatte alle installazioni domestiche nelle aree urbane e suburbane densamente popolate sono pannelli solari stampabili a getto d’inchiostro, foglie artificiali e (anche per tessuti di cotone in poliestere intrecciato) celle solari spray on: un obiettivo importante data l’interazione tra la continua crescita della popolazione, la crescente urbanizzazione e l’aumento della domanda di energia. La nostra ricerca, tenendo conto dei progressi nelle applicazioni della fisica quantistica, ha identificato una nuova fonte di energia potenzialmente inesauribile nel cosiddetto effetto termoionico: La conversione di energia termoionica (acronimo dall’inglese TEC) è il passaggio diretto da energia termica a energia elettrica, in particolare da termoioni (quanti di calore) a elettroni, mediante emissione termoionica (elettroni caldi espulsi spontaneamente da una superficie). La TEC è attualmente utilizzata nelle celle solari per aumentare l’efficienza di conversione, ma essa possiede anche il potenziale di convertire il calore di una batteria in uso in elettricità. Anche se nessun ricercatore afferma che la TEC è un sistema autosufficiente, è possibile immaginare un sistema limitato indipendente dal caricatore con ricarica solare integrata nel display, un pannello trasparente da 0,55 mm posto tra il display del telefono e il touchscreen. Ne deriva che si potrebbe realizzare un sistema a circuito completamente chiuso dotando uno smartphone di componenti TEC e WYSIPS ad alto rapporto di conversione. In un ambito più ampio e ambizioso, i ricercatori stanno valutando il potenziale dei sistemi TEC (detti anche convertitori termoionici) sia per applicazioni spaziali che terrestri”.

La ricerca dimostra che le cosiddette fonti energetiche “rinnovabili” sono molto più abbondanti e diffuse dei combustibili fossili, e decisamente meno inquinanti, e che quindi un futuro sano può essere non solo immaginato, ma anche realizzato. Lo smantellamento delle centrali elettriche fossili e il passaggio a nuove fonti di energia sarà un’operazione complessa e dolorosa in quanto l’energia fossile rappresenta ovunque, all’ora attuale, la fonte principale di energia, ma sarà obbligatoria per produrre e utilizzare l’energia del futuro. Un mondo simile a quello che vogliamo è realizzabile e sarebbe molto più vivibile del presente. Le condizioni tecnologiche ci sono, così come le risorse materiali, soprattutto quelle per la risorsa più preziosa di tutte: l’energia. Ma ciò richiede una visione, forza di volontà e soprattutto coraggio da parte di tutti noi. Ad essere necessario è un cambio di mentalità, che è in apparenza semplice ma molto difficile nella pratica. Le dimostrazioni dei disastri climatici e la retorica politica non sembrano bastare per operare questo cambiamento, e sebbene l’imposizione dalle alte sfere funzioni, si preferisce evitare una soluzione estremista. Per permettere un cambiamento di mentalità e di comportamento, non c’è bisogno né della forza né della preghiera, ma di azioni concrete: ad esempio, si potrebbe bloccare il traffico motorizzato non solo in alcuni centri storici ma in tutti i centri urbani del mondo. Un’altra idea rivoluzionaria sarebbe quella di fondere i ministeri della difesa e dell’istruzione, unendo le loro risorse in un unico budget in modo da rendere chiaro che la vera difesa di un paese nell’era dell’informazione è l’aumento dell’intelligenza e della creatività, piuttosto che quello degli armamenti. Ecco il tipo di mondo che, personalmente, vorrei vedere nascere e sostenere.

L’autore: Derrick De Kerchhove

Direttore scientifico di Media Duemila e dell’Osservatorio TuttiMedia, è Visiting professor al Politecnico di Milano. De Kerckhove ha diretto dal 1983 al 2008 il McLuhan Program in Culture & Technology dell’Università di Toronto. Autore di numerose pubblicazioni sull’età digitale: fra queste, “La pelle della cultura e l’intelligenza connetiva”.