MENA, un compromesso fondamentale

MENA, un compromesso fondamentale

I paesi esportatori di petrolio, per ridurre i rischi a lungo termine, devono investire nella decarbonizzazione

di Bassam Fattouh e Rahmat Poudineh
18 dicembre 2020
18 min di lettura
di Bassam Fattouh e Rahmat Poudineh
18 dicembre 2020
18 min di lettura

Questo articolo è tratto da WE-World Energy n. 47 – Che mondo sarà?

I paesi MENA esportatori di petrolio sono stati colpiti da due gravi crisi (il Covid-19 e il crollo dei prezzi del petrolio) che stanno danneggiando enormemente le loro economie e stanno portando alla luce alcune delle sfide e delle vulnerabilità che erano latenti anche prima del virus. Nel 2019, nonostante il prezzo medio del Brent superasse i 64 dollari al barile, la maggior parte dei paesi esportatori della regione del MENA stava gestendo un deficit di bilancio. Nelle condizioni attuali, caratterizzate dai bassi prezzi del petrolio, si prevede che il deficit di bilancio in rapporto al PIL aumenti bruscamente, cosicché tutti i paesi si ritroveranno a gestire grandi deficit sia nel 2020 sia nel 2021.  È probabile, inoltre, che i loro indici d’indebitamento si aggravino man mano che i paesi aumentano l’indebitamento per coprire i deficit e adottano misure per stimolare le rispettive economie. Tuttavia, a riprova dell’impatto dei bassi prezzi petroliferi sulle entrate dello stato, i pacchetti di stimolo annunciati finora sono stati di entità relativamente modesta e di portata relativamente limitata. Il rischio è che la ripresa economica risulti molto più lenta.

La priorità è il risanamento del bilancio

Nel breve-medio termine, l’attenzione dei paesi MENA esportatori di petrolio dovrebbe concentrarsi sul risanamento del bilancio. Tali paesi hanno tentato di perequare la spesa fiscale e disancorarla almeno in parte dai cicli dei prezzi del petrolio mediante una commistione di politiche fiscali e monetarie, nonché aumentando i tassi di risparmio del settore pubblico e l’accumulo di attività estere. Tuttavia, a causa di una combinazione di fattori (tra cui considerazioni di natura politica e sociale, rivalità regionali, corruzione e cattiva amministrazione), la politica economica di quasi tutti i paesi esportatori è stata caratterizzata soprattutto da politiche fiscali pro-cicliche per mezzo delle quali la spesa pubblica cresce quando i prezzi del petrolio sono alti e diminuisce nei periodi di contrazione. Il problema è che l’adozione di una politica fiscale espansiva nei periodi di congiuntura favorevole costringe i paesi esportatori a compiere scelte sofferte nei periodi di contrazione dei prezzi del petrolio. Inoltre, in conseguenza di politiche fiscali imprudenti, molti di questi paesi non possiedono una situazione fiscale e finanziaria sufficientemente solida da poter disporre di spazio di manovra nei periodi di contrazione dei prezzi petroliferi. I paesi esportatori di petrolio sono anche grandi importatori e i loro saldi delle partite correnti non vanno meglio. Nel 2019, pur in condizioni di prezzi petroliferi relativamente alti, la maggior parte dei paesi MENA ha gestito deficit delle partite correnti. La crisi attuale genera su di esse effetti opposti: la diminuzione delle entrate petrolifere amplierà il deficit delle partite correnti, mentre la probabile riduzione della spesa per consumi (e quindi le minori importazioni) e la sensibile fuga della manodopera straniera (e l’annesso calo dei flussi delle rimesse) lo ridurranno. Nel complesso, tuttavia, è probabile che a prevalere sia la diminuzione delle entrate petrolifere, e si stima che nel 2020 e nel 2021 i paesi MENA esportatori (specialmente Iraq, Algeria e Oman) gestiscano grandi deficit delle partite correnti. Perché questi paesi possano far fronte al deficit fiscale e delle partite correnti con le entrate derivanti dalle esportazioni di idrocarburi, il prezzo del petrolio dovrebbe essere più alto. Il prezzo di equilibrio per garantire il pareggio di bilancio varia da circa 45 dollari al barile per il Qatar a circa 245 dollari al barile per l’Iran. A prescindere dai limiti imposti dai parametri di pareggio, il punto saliente è che le attuali quotazioni petrolifere sono molto più basse di questi prezzi di equilibrio e i deficit di bilancio non sono sostenibili in un contesto di prezzi bassi. La riduzione di questo scarto, operando unicamente tagli di bilancio, è molto impegnativa, poiché richiede di ridurre enormemente la spesa pubblica in settori cruciali come la retribuzione dei dipendenti pubblici, la sanità e lo sviluppo sociale, l’istruzione e le forze armate. Al netto di queste sfide, i governi possono ridurre (fino a un certo punto) il deficit di bilancio, per esempio tagliando stipendi pubblici e sussidi o rinviando progetti d’investimento (misure che sono state già adottate in vari paesi) oppure, in casi gravi, deprezzando la propria moneta. Tuttavia, nella misura in cui ridurranno il benessere dei cittadini e si ripercuotono negativamente sul settore privato, queste misure dovranno affrontare la forte opposizione tanto del settore pubblico quanto di quello privato. Ai governi non resterà che ricorrere all’indebitamento estero e interno. Nella maggior parte dei paesi, il rapporto debito estero-PIL è relativamente basso a eccezione di Bahrein, Qatar e Oman, ma alla luce della crisi le regole del debito potrebbero subire un allentamento. L ’aspetto negativo, però, è che il debito estero espone il paese a rischi di cambio e di credito, mentre finanziare il deficit di bilancio mediante l’indebitamento interno può privare il settore privato di un credito indispensabile, riducendone ulteriormente l’attività. I paesi che dispongono di uno stock di riserva abbastanza ampio, sotto forma di fondo sovrano o riserva valutaria, sono più in grado di far fronte a un calo del prezzo del petrolio. Data la grande incertezza che i paesi esportatori di petrolio devono affrontare, ci si aspetterebbe una politica fiscale cautelativa, ma sembra che per alcuni di questi paesi le cose non stiano così. A quanto pare, paesi come Bahrein e Oman sono particolarmente vulnerabili alle crisi dei prezzi petroliferi: attualmente, infatti, le loro riserve valutarie coprono appena 1,1 e 6 mesi di importazioni. Paesi come Arabia Saudita e Algeria, invece, hanno accumulato ingenti riserve valutarie. Tuttavia, uno sguardo più approfondito a questi paesi rivela che tali riserve diminuiscono da tempo. In Algeria, per esempio, la riserva valutaria aveva raggiunto i 194 miliardi di dollari nel primo trimestre del 2014, ma alla fine del primo trimestre del 2020 era arrivata a 60 miliardi. Se continuano a diminuire a questo ritmo, nel 2022 le riserve algerine saranno esaurite.

Puntare su strategie di produzione petrolifera

Oltre a tagliare le spese correnti e in conto capitale, per incrementare le entrate i paesi MENA esportatori potrebbero perseguire strategie di produzione petrolifera, ma ciò richiede notevoli compromessi. Da una parte, l’adozione di una strategia che punta a volumi o quote di mercato consistenti rischia una flessione delle entrate petrolifere, poiché non è detto che il maggiore introito dovuto a volumi più consistenti compensi la perdita di entrate dovuta al prezzo inferiore del petrolio. Ciò è particolarmente vero nel breve termine, poiché non è detto che bassi prezzi del petrolio provochino la serrata immediata della produzione nei paesi produttori con alti costi di estrazione. Tuttavia, se altri produttori dovessero rivelarsi più resilienti a condizioni di prezzi petroliferi bassi e/o se la domanda non riprendesse con forza, l’incertezza riguarderà anche le entrate a lungo termine. D’altra parte, tagliare la produzione per sostenere i prezzi può avere come risultato una perdita di quota di mercato e rischia di non aumentare significativamente le entrate se ai tagli si sostituisce un aumento della produzione da parte dei paesi produttori non partecipanti. Inoltre, a seconda dell’entità della crisi della domanda, il taglio alla produzione potrebbe non essere sufficientemente consistente da aumentare i prezzi per un periodo prolungato. Infine, come hanno dimostrato i recenti avvenimenti, negoziare un taglio alla produzione prolungato tra un gran numero di produttori sta diventando sempre più difficile, data l’entità del taglio, la natura eterogenea dei soggetti coinvolti e la diversità dei loro interessi. I paesi MENA esportatori di petrolio sono inoltre esposti a sfide a lungo termine connesse alla transizione energetica e all’aumento dell’incertezza sulla crescita della domanda petrolifera. La sfida principale per i paesi esportatori di petrolio è rappresentata dalla perdita di entrate che sono essenziali per il funzionamento della loro economia. Un’altra sfida è la capacità di monetizzare la propria cospicua base di riserva. Questo soprattutto perché per alcuni dei paesi ricchi di risorse il rapporto tra riserve comprovate e produzione copre parecchi decenni, oltre ogni previsione sul picco della domanda di petrolio. Ciò spiega l’enfasi sulla monetizzazione della base di riserva.

Tre possibili strategie per fronteggiare i rischi

Per gestire i rispettivi rischi a lungo termine (dovuti alla persistenza di prezzi petroliferi bassi a causa del prolungarsi delle crisi oppure in conseguenza di cambiamenti strutturali imputabili alla transizione energetica) i paesi MENA esportatori di petrolio possono adottare tre possibili strategie: la strategia di copertura prudenziale (stare sempre sul sicuro), la strategia di copertura diversificata (non puntare tutto su una carta sola) e una combinazione di entrambe. Negli ultimi decenni, tutta l’attenzione è stata posta sulla diversificazione. Fin dagli anni Settanta del secolo scorso, nei piani di sviluppo nazionale dei paesi MENA esportatori vengono proposte iniziative di diversificazione economica, allo scopo di fornire una tutela contro la fluttuazione dei prezzi delle materie prime e di prepararsi all’epoca in cui le riserve di petrolio saranno esaurite. Dall’inizio del nuovo secolo, tuttavia, la transizione energetica ha spostato il discorso dal picco dell’offerta al picco della domanda di petrolio. Ciò ha dato nuovo slancio agli sforzi compiuti da questi paesi a favore della diversificazione. Tuttavia, per realizzare una strategia di diversificazione significativa questi paesi devono affrontare delle vere e proprie sfide, perché la diversificazione ha successo solo se offre una riduzione del rischio aggregando flussi di reddito indipendenti. In altre parole, se questi paesi diversificano in settori in cui i fattori di produzione dipendono dalle infrastrutture degli idrocarburi, non è detto che conseguano una riduzione del rischio sufficiente. D’altra parte, diversificando in campi essenzialmente diversi che hanno poco in comune con la loro industria primaria attuale (che ne costituisce il principale vantaggio competitivo), rischiano di non riuscire a fondare settori “non-tradable” per l’esportazione dotati di fattibilità. La diversificazione, inoltre, richiede la creazione di capitale umano e il perfezionamento del sistema scolastico, come pure ampie riforme per migliorare il contesto imprenditoriale, la trasparenza e la governance economica, mentre la diversificazione fiscale impone di introdurre imposte, sia dirette sia indirette, nonché di snellire le procedure, ridurre i sovraprofitti monopolistici nei settori non commerciabili ed eliminare gli ostacoli alla partecipazione dei privati. Non si sa, tuttavia, se e quanto rapidamente questi paesi possano realizzare riforme economiche e istituzionali di tale portata. Un’altra strategia per i paesi MENA esportatori di petrolio è quella di concentrarsi sul proprio vantaggio competitivo e aumentare la propria resilienza mediante una strategia di copertura prudenziale. Si definisce copertura del rischio prudenziale una strategia che riduce l’idoneità di un soggetto al proprio ambiente in condizioni normali, aumentandola invece in condizioni di stress. Come trasferire questa strategia nel contesto di alcuni paesi MENA esportatori di petrolio? Il settore principale dei paesi esportatori di petrolio è l’estrazione ed esportazione di petrolio greggio, gas naturale, liquidi di gas naturale e condensati. Si tratta di un’attività redditizia ma, data la volatilità del prezzo del petrolio e la potenziale variazione della domanda, anche molto rischiosa. Adottare una strategia di copertura del rischio prudenziale per cautelarsi dai rischi di interruzione delle entrate richiede di prendere una serie di provvedimenti essenziali:

  • Migliorare l’efficienza in termini di costo del settore oil&gas affinché il settore energetico possa essere concorrenziale in condizioni difficili;
  • Decarbonizzare il processo di produzione del petrolio e del gas, dal momento che costituisce una nuova fonte di vantaggio comparato;
  • Decarbonizzare i prodotti petroliferi finali per assicurare ai propri prodotti principali una migliore accoglienza e una domanda più ampia.

Per quanto riguarda l’efficienza in termini di costo, i paesi esportatori possono, per esempio, concentrarsi su investimenti nella parte inferiore della curva dei costi, gestendoli in modo efficiente, e adottare misure che ottimizzino le operazioni e acquisiscano il controllo di sinergie operative nei vari elementi della catena del valore.

La sostenibilità dell’industria del petrolio

Quanto alla decarbonizzazione, questi paesi possono ridurre l’intensità di carbonio del processo di produzione del petrolio o del gas e decarbonizzare i prodotti finali, mediante una commistione di modifiche della procedura operativa e investimenti in tecnologie a basse emissioni di carbonio. Per esempio, investire nella cattura, stoccaggio e utilizzo del carbonio (CCUS) consente a questi paesi di decarbonizzare i rispettivi prodotti finali, rafforzando in tal modo l’economia e la sostenibilità della propria industria del petrolio o del gas. La parte principale di una strategia di copertura del rischio prudenziale, in questo contesto, consiste nella sostituzione delle esportazioni petrolifere, man mano che la domanda di petrolio diminuisce, con nuovi vettori energetici che siano puliti e possano essere prodotti utilizzando infrastrutture del petrolio e del gas esistenti. Dati i costi implicati dalla decarbonizzazione e i minori margini delle attività a basse emissioni di carbonio, il rendimento di una strategia di copertura del rischio prudenziale è indubbiamente inferiore a quello dell’attuale strategia di default delle esportazioni di petrolio e gas, ma lo è anche il suo profilo di rischio. Infatti, data la sua stretta connessione con il commercio di idrocarburi esistente, questa strategia è meno complessa da attuare e i paesi esportatori possono sfruttare i propri punti di forza principali. Attualmente, molte tecnologie di decarbonizzazione come la CCUS sono assai costose, ma questo significa che vi è ampio margine di miglioramento in termini di efficienza dei costi e di R&S (Ricerca e Sviluppo, ndr) che questi paesi possono sfruttare. Nel periodo della transizione, questi paesi possono continuare a esportare petrolio/gas e trarre profitto dalle rendite generate, migliorando al contempo il rendimento dei prodotti decarbonizzati. Questa strategia, tuttavia, presenta due inconvenienti fondamentali. Anzitutto, i prezzi di tutti i prodotti energetici sono correlati in qualche misura, per esempio quando si verifica un calo globale della domanda di energia. In secondo luogo, con la crescita delle tecnologie decentralizzate, i sistemi energetici del futuro saranno caratterizzati da un alto livello di concorrenza e dall’assenza di superpotenze energetiche. Ciò significa che ottenere una rendita superiore ai costi marginali diventa sempre più difficile. Poiché, inoltre, quella dell’energia è un’industria ad altissima intensità di capitale, questa strategia potrebbe far venir meno altri obiettivi di governo come la creazione di occupazione per la forza lavoro locale. Probabilmente, i paesi MENA esportatori, caratterizzati dallo sviluppo del settore energetico e dalla stabilità dell’ambiente politico e degli investimenti, combineranno in varia misura una strategia di copertura del rischio prudenziale e una strategia di copertura del rischio diversificata. Ma a prescindere dalla strategia adottata, di fronte a forze dirompenti come la transizione energetica, c’è un compromesso fondamentale: il prezzo per la riduzione dei rischi a lungo termine e per l’aumento della resilienza consiste nell’accettare un minore rendimento atteso dalle attività esistenti investendo in misure che allineino il settore degli idrocarburi a scenari a basse emissioni di carbonio. In altre parole, i decisori politici devono rendersi conto che (sebbene abbiano un costo e pertanto diminuiscano il rendimento complessivo) le politiche di decarbonizzazione riducono anche il rischio di perturbazione del settore energetico e dell’economia nel lungo periodo.

L'autore: Bassam Fattouh e Rahmat Poudineh

Bassam Fattouh è direttore dell’Oxford Institute for Energy Studies e professore alla School of Oriental and African Studies, University of London. È specializzato in sistemi internazionali di determinazione del prezzo del petrolio, potere dei prezzi dell’OPEC, sicurezza delle forniture petrolifere del Medio Oriente e dinamica dei prezzi del petrolio e dei differenziali di prezzo del petrolio.

Rahmat Poudineh è Senior Research Fellow presso l’Oxford Institute for Energy Studies. Ha pubblicato numerosi articoli accademici peer-reviewed su una vasta gamma di temi fondamentali legati al settore dell’energia quali, tra gli altri, la struttura del mercato dell’energia, la flessibilità del sistema energetico, i programmi di supporto alle energie rinnovabili e le conseguenze della transizione energetica per le compagnie petrolifere.