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Luciano Floridi e il gambetto tecnologico

Investire su innovazione e sostenibilità per ottenere dei vantaggi a lungo termine.

di Davide Perillo
21 settembre 2020
12 min di lettura
diDavide Perillo
21 settembre 2020
12 min di lettura

"È come la mossa del gambetto negli scacchi, ha presente? Sacrifichi un pedone subito, ma per guadagnare un vantaggio che speri ti faccia vincere più avanti. Ecco, noi con l’ambiente e le tecnologie stiamo facendo la stessa cosa: stiamo consumando più energia, ma il consumo di oggi può servire a ridurre l’impatto nel futuro".

Il legame tra ambiente e tecnologia

Luciano Floridi, Professore Ordinario di Filosofia ed Etica dell’Informazione all’università di Oxford, dove dirige il Digital Ethics Lab, è tra gli osservatori più acuti dell’infosfera e della vita onlife, espressioni coniate da lui e, non a caso, diventate di uso comune per descrivere un mondo in cui digitale e fisico - online e life - sono sempre più uniti, fusi, difficili da distinguere e separare.

Il Teatro Parenti di Milano ha organizzato un ciclo di tre incontri, l’ultimo è stato rinviato a causa del lockdown. I primi due, a febbraio, erano sold out: un teatro pieno per discutere di hi-tech e filosofia. Il prossimo sarà sull’utopia digitale e sul rapporto tra il verde e il blu, che richiama il titolo del suo ultimo libro, edito da Raffaello Cortina. Ovvero, l’ambiente e la tecnologia, che tra loro hanno un legame strettissimo e molto materiale. Anche quando si parla di energia, se è vero che le ICT (Information and Communication Technologies) ormai assorbono oltre il 10% del consumo globale di energia, ed entro il 2030 supereranno abbondantemente questo dato (dati Enerdata).

"L’impatto è enorme", conferma Floridi: "persino in questi mesi di lockdown e rallentamenti. Pensi allo smartworking: molti dicono ‘beh, se stiamo a casa facciamo bene pure all’ambiente’, ma non è così vero. Lavorare da casa vuol dire comunque tenere accesa la luce, il pc, il riscaldamento, farsi portare la spesa…". Consumi che si spostano, più che ridursi. "Ma sono le tecnologie digitali in quanto tali che bruciano tanto. Le transazioni in bitcoin, per dire, richiedono una quantità di energia pari al 20% del fabbisogno italiano, o al totale della Repubblica Ceca. Machine learning e algoritmi hanno consumi da capogiro. Ma il lato buono è che tutto questo impiego di Terabyte e Terawatt dovrebbe andare a migliorare, nel tempo, la situazione generale, se saremo intelligenti".

D: Il gambetto, appunto. Lei lo chiama rischio calcolato...

R: Certo. È nella natura del digitale: permette di fare di più con meno. I vantaggi, alla lunga, controbilanciano enormemente lo svantaggio iniziale, se la partita è giocata bene. E l’Intelligenza Artificiale su questo punto può fare tantissimo. C’è un universo intero di consumi non necessari, sprechi aziendali, commerciali, strutturali, che sta solo aspettando di essere abbattuto.

D: Esempi?

R: Gliene faccio due. Uno è di qualche anno fa, ma è così imponente che rende l’idea. Quando Google ha preso gli algoritmi di DeepMind, il famoso software che ha battuto i maestri di scacchi e di Go, e li ha usati per ottimizzare i suoi consumi di elettricità, ha avuto un taglio di oltre il 30%. Impensabile. L’altro sono le auto elettriche. Su cui c’è una dialettica molto interessante da seguire.

D: In che senso?

R: I sostenitori della prima ora dicevano: “bello, vanno a corrente e quindi non inquinano”. Poi ha iniziato a farsi largo il dubbio: “sì, ma l’elettricità dipende da come la produci: se usi il carbone…” Vero. Ma c’è un terzo passo: l’auto elettrica la ricarichi quando vuoi. Anzi, in genere lo fai di notte. Abbassare la curva delle impennate di richiesta di energia spalmandola su altri orari dà vantaggi enormi. Qui a Oxford, a casa, ho già i due contatori: notturno e diurno. Se stai attento a spostare i consumi, e lo fai su una scala da milioni di utenti, fa una differenza straordinaria.

D: Questo per i consumi. Ma per chi l’energia la produce? Il digitale come e quanto aiuta?

R: Guardi, per le aziende energetiche il dilemma non è se puntare sulle fonti alternative, ma quando e come farlo. Il futuro è quello: la questione è quanto velocemente sta arrivando e come dargli forma. Fare investimenti in ricerca e sviluppo e diversificare il portafoglio, un po’ alla volta, certo, e senza strappi, è inevitabile. Non solo per tutelare il business, ma per svolgere fino in fondo il proprio ruolo sociale. Solo le grandi aziende hanno in casa il know how, i capitali, l’interesse e una strategia a lungo termine per fare un lavoro del genere. Queste quattro cose insieme non le trovi da nessuna parte. I capitali e l’interesse può averli lo Stato, forse. Ma il know how no. E la lungimiranza ancora meno. Credo che rispetto alle famose Big Oil questo sposti il punto di riflessione: da “lo devono fare per salvarsi la pelle” a “chiediamo a loro di farlo perché sono gli unici a poterci riuscire”. È una sfida entusiasmante, in uno spazio dove c’è veramente da vincere molto.

D: Ma perché quello tra il verde e il blu sarebbe il matrimonio del secolo, come ha detto tempo fa?

R: Perché l’alleanza porta benefici a tutti e due. Il verde ha bisogno del blu, per sopravvivere. Abbiamo bisogno di una tecnologia che sia in grado di mantenere e migliorare il tenore della vita di tutto il mondo senza distruggere l’ambiente. E il digitale è l’unica modalità che permette, appunto, di fare di più con meno: non era mai successo prima. Poi, il verde fa bene al blu. Oggi ancora troppi manager vedono la sostenibilità come un costo, invece è lì che sta il business. Il verde non è la ciliegina sulla torta: è la torta. È una prospettiva da ribaltare. Ma serve un cambiamento di mentalità non semplice.

Abbiamo bisogno di una tecnologia che sia in grado di mantenere e migliorare il tenore della vita di tutto il mondo senza distruggere l’ambiente

di Luciano Floridi - Università di Oxford, Filosofia ed Etica dell’Informazione

D: Anche qui: esempi?

R: Pensi al mondo dei rifiuti urbani: è un business enorme. Per necessità, domanda, fondi. E per l’assenza di grandi colossi. Investire nel recupero dei rifiuti per produrre energia darebbe grandi margini. In più, sono tecnologie che, una volta sviluppate, possono essere esportate e restituiscono competitività. Se provi a competere con la Cina producendo chiodi o matite non reggi. Ma su questi temi puoi, eccome. Certo, devi capire la portata della sfida.

D: E probabilmente essere disponibile a cambiare anche gli assetti, l’organizzazione…

R: Ormai bisogna ragionare in termini di arcipelaghi, più che di monoliti. Le grandi imprese del futuro sono destinate ad avere intorno una piccola galassia di start up, microimprese, iniziative, scuole di formazione... Eni, per esempio, è molto attiva nella formazione e nell’investimento a progetto. Ecco, immagini un’azienda così che si metta strutturalmente nella prospettiva di dire: finanzio dieci start up perché se anche una soltanto sviluppa una tecnologia che funziona, mi ripago tutto e ci guadagno pure.

D: Negli ultimi tempi si insiste molto sui problemi, evidenti, creati dal digital divide, il divario tra chi ha mezzi e strumenti digitali e chi no. Ma non c’è il rischio che questa frattura accentui anche un echological divide? Chi rimane indietro nelle tecnologie resta indietrissimo nella tutela dell’ambiente...

R: Più che un rischio, è una certezza. Basta vedere i rapporti sulla salute dei Paesi che continuano ad andare soprattutto a carbone. Il costo che si subisce in termini di ecologia e sofferenza umana, stando dalla parte sbagliata del divide, è straordinario. Ma su questo aspetto c’è un punto importante da considerare. Se in generale il divario tecnologico è una battaglia tra vincitori e perdenti, sulla sostenibilità si apre la possibilità di una win-win situation. Se fai profitti con una tecnologia nuova che sfrutta il riciclo, è vero che qualcun altro non li farà più perché è rimasto indietro: ma è altrettanto vero che ci guadagna pure lui, perché con il riciclo stiamo meglio tutti. Rispetto al passato, è un’altra novità. C’è la possibilità di non ragionare più solo in termini di guerra di mercato, ma di una vittoria comune. È una rivoluzione anche questa.

D: Lei dice che l’infosfera ha bisogno di un ambientalismo sintetico digitale. Che cosa vuol dire esattamente?

R: Nella cornice vecchia, in cui la sostenibilità era solo un costo, l’ambientalismo è stato sempre visto come un peso: il partito dei sacrifici, del no, del ritorno al passato… C’è stato un ambientalismo di quel tipo, è innegabile, e aveva anche le sue ragioni. Io ne propongo uno diverso, di seconda generazione: un ambientalismo 2.0, capace di capire che la tecnologia digitale lavora a favore dell’ambiente. Può fare questa sintesi tra infosfera e biosfera. E può aiutare ad aprire una prospettiva nuova: quella di un’economia circolare ricca.

Dare voce a questo futuro, rigenerare in qualche modo speranza, è più di una necessità, è un obbligo

di Luciano Floridi - Università di Oxford, Filosofia ed Etica dell’Informazione

D: In che senso “nuova” e “ricca”?

R: L’economia è stata circolare per quasi tutta la storia dell’umanità. Tante volte facciamo fatica a trovare tracce del passato perché nel passato non si buttava niente. Da ragazzino pensavo: "ma tutte le spade delle legioni romane dove sono finite? Perché se ne trovano così poche negli scavi?". Poi ho capito: quando se ne rompeva una, la fondevano e ci facevano altro. Ma è stato così per qualsiasi oggetto, per secoli: l’uomo ha sempre vissuto di un’economia circolare povera. È solo nell’ultimo tratto della nostra storia, un paio di secoli scarsi, che siamo passati a un’economia lineare ricca: compri, consumi, butti via. Bene, ora possiamo fare il terzo passaggio: recuperare la circolarità mantenendo la ricchezza.

D: Torniamo alla necessità di una visione complessiva a lungo termine. Ne "Il verde e il blu" lei parla proprio di questo: suggerisce alcune idee ingenue per migliorare la politica. Che cosa serve per aiutare questa spinta verso una sostenibilità diversa?

R: Tre cose: formazione, investimento e fiducia. La formazione, anzitutto. Se continuiamo a giocare al ribasso, soprattutto in Italia, questi discorsi non potremo mai attuarli. Le soft skills vanno benissimo, per carità. Ma poi abbiamo un gran bisogno di gente che sappia di matematica, statistica, computer science, biochimica… I fondamentali, insomma. Poi, appunto, la fiducia. È un fattore decisivo.

D: Perché?

R: È indispensabile per coagulare la società, per progettare qualcosa di comune. E parlo di fiducia in noi stessi, tra di noi e nelle istituzioni. Se non hai fiducia in te stesso, non vai da nessuna parte. Ma devi fidarti anche dell’altro, almeno come posizione di partenza: mi dici una cosa, vuoi fare un tentativo? Mi fido. Poi magari posso cambiare idea, ma il primo atteggiamento non può essere di chiusura. È importantissimo, perché permette anche di responsabilizzare, di far crescere. Come è importante recuperare fiducia nelle istituzioni. O meglio, nelle organizzazioni: non solo lo Stato e la Pubblica amministrazione, ma anche l’azienda, il mondo produttivo. Senza quel momento iniziale di affidamento e impegno non combini niente: non si riesce a lavorare insieme.

D: E l’investimento? Non credo parli solo di capitali…

R: No: dobbiamo investire nel futuro. Io dico sempre che il futuro paga, ma non vota. Paga le cose che non vogliamo fare, o che abbiamo fatto male: i debiti, le scelte miopi. Le generazioni future le sconteranno tutte. Solo che non votano, non hanno voce. Dare voce a questo futuro, rigenerare in qualche modo speranza, è più di una necessità, è un obbligo. Altrimenti rischiamo davvero di sciupare la riserva di energia più importante che abbiamo.

D: Quale?

R: La voglia di fare. Lo vedo quando giro, parlo, incontro. C’è fame e sete di una positività costruttiva sul futuro, sul che fare e dove mettere le mani. C’è tanta gente che dice: “ci sto”. Pensi solo al nostro Paese: abbiamo circa sette milioni di persone impegnate nel volontariato. Più di un italiano su dieci. L’energia per fare bene tutti insieme c’è. Ma bisogna sfruttarla, non sprecarla.