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Le novità dal “Leaders Summit on Climate” di Joe Biden

Svetta l’impegno USA per ridurre le emissioni di gas serra del 50/52% entro il 2030 con l’obiettivo delle zero emissioni entro il 2050. Poi sono stati raccolti gli scopi degli altri paesi in vista della COP26.

di Margherita Bianchi - IAI
04 maggio 2021
7 min di lettura
di Margherita Bianchi - IAI
04 maggio 2021
7 min di lettura

Il giorno del suo insediamento Biden ha mantenuto la promessa di rientrare nell'Accordo di Parigi; dopo cento giorni ha ospitato virtualmente 40 capi di stato o governo al Leaders Summit on Climate con l’obiettivo di incoraggiare gli sforzi delle principali economie del mondo verso quanto sancito nel 2015. Tra i partecipanti, anche i 17 paesi del Major Economies Forum (MEF) sull'energia e il clima (responsabili l'80% delle emissioni globali di gas serra e del PIL globale) e numerosi rappresentanti di organizzazioni internazionali, governi sub-nazionali, imprese e comunità indigene. Il Summit è stata l’occasione per aggiornare il contributo federale USA a medio termine (NDC) e per raccogliere impegni da parte di altri paesi in vista della COP26 di novembre. Tuttavia, Biden dovrà fare i conti con un panorama politico frammentato a livello domestico (anche tra i progressisti), con l’eredità della debole credibilità climatica USA (dal Protocollo di Kyoto alla presidenza Trump) e con una cooperazione climatica internazionale da ricostruire e rilanciare.

Il nuovo contributo USA

Biden ha annunciato l’impegno a ridurre le emissioni di gas serra del 50/52% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2030 con l’obiettivo di raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050. Si tratta, chiaramente, di un’accelerata molto consistente rispetto a quanto annunciato nell’NDC del 2015 dall’amministrazione Obama (-26/28% nel 2025). Nel frattempo, due anni fa le emissioni totali di gas serra negli Stati Uniti si erano già ridotte del 13% rispetto ai livelli del 2005, grazie soprattutto alla quota maggiore di gas e di rinnovabili nel power sector statunitense.

In vista del summit, Biden ha lanciato o annunciato molteplici iniziative. Tra queste, la più interessante è al momento la legge sulle infrastrutture che contribuirebbe significativamente alla decarbonizzazione del settore elettrico entro il 2035 (annunciata precedentemente da Biden), introducendo un clean electricity standard e includendo 100 miliardi di investimenti nella rete elettrica e nelle tecnologie pulite. Tuttavia, si stima che una completa decarbonizzazione del settore elettrico oggi si tradurrebbe in un calo delle emissioni di CO2 di circa il 38% rispetto al 2005. Ciò rende evidente la necessità di cambiamenti rilevanti trasversali a tutti i settori dell’economia americana, sia ampliando l’elettrificazione che investendo sulle molecole pulite. La legge, che verrà probabilmente sottoposta al voto del Congresso il prossimo luglio, propone anche lo stanziamento di 174 miliardi di dollari per costruire 500.000 nuove stazioni di ricarica per veicoli elettrici entro il 2030, elettrificare la flotta federale e sostituire almeno il 20% degli autobus scolastici con modelli elettrici. Biden vuole poi adattare le infrastrutture obsolete per rispondere meglio agli eventi atmosferici estremi e aumentare l’efficienza di milioni di case, a beneficio soprattutto delle comunità più vulnerabili. Il supporto del Congresso (sia alla Camera che al Senato) è però molto incerto, e non solo per via dei più riluttanti Repubblicani. 

Nel frattempo, Biden ha impostato il suo approccio “whole of government al clima, inserendo funzionari ed esperti in tutte le maggiori agenzie federali e scegliendone tra i suoi consiglieri di spicco. Tra i membri del suo gabinetto molti hanno partecipato al Summit, tra cui il segretario di Stato Blinken, il segretario del Tesoro Yellen, il segretario all'Energia Granholm, il segretario agli Interni Haaland, l'amministratore dell'EPA Regan e il consigliere nazionale per il clima McCarthy – oltre che, naturalmente, l’ inviato speciale del Presidente per il clima Kerry.

Ambizione internazionale

Riunire i maggiori emettitori e i paesi in via di sviluppo ad un unico tavolo segna la nuova tattica statunitense verso la promozione di un approccio più collaborativo a livello internazionale. Particolarmente rilevante il messaggio del Giappone, che si è impegnato a ridurre le emissioni tra il 46% e il 50% nel 2030 rispetto al 2013, rafforzando la rotta ambiziosa del club del G7. Il contributo presentato dal Canada (una riduzione del 40-45% rispetto al 2005) è sembrato per questo meno ambizioso. Dalla Corea del Sud è arrivato l’impegno a terminare il supporto ai finanziamenti esteri al carbone – un duro colpo al settore e soprattutto un segnale molto importante per il continente asiatico, dove Cina e Giappone continuano a non esprimersi in merito. Intanto però dalla Cina – primo emettitore mondiale in termini assoluti – arriva l’annuncio dell’impegno alla graduale riduzione del consumo interno di carbone nel periodo 2026-2030, anche se Xi Jinping dovrà chiarire come intende fermare l'espansione del settore dopo il 2025. Nel mentre l’India ha creato una nuova partnership con gli USA per il clima e l’energia pulita ed il Sud Africa si è impegnato a raggiungere il picco delle emissioni entro quattro anni. Arabia Saudita, Russia e Australia, come prevedibile, non hanno presentato novità rilevanti, mentre il Brasile ha annunciato la neutralità climatica al 2050. Draghi, padrone di casa al G20, ha sottolineato l’impegno dell’Italia a utilizzare la propria partecipazione nelle Banche Multilaterali di Sviluppo per fissare obiettivi ambiziosi di finanza climatica e per garantire che le attività siano allineate all'Accordo di Parigi, mentre l’annuncio USA di raddoppiare i fondi della finanza climatica entro il 2024 è stato l’unico degno di nota tra i leader. Adattamento e resilienza – temi spinosi sui tavoli internazionali – saranno auspicabilmente trattati con maggiore attenzione al Petersberg Dialogue e all’evento per il finanziamento alle economie africane il prossimo 18 maggio.

Verso Glasgow

A fare da sfondo al Summit i recentissimi dati della International Energy Agency, che prevedono, nel 2021, un aumento di 1,5 miliardi di tonnellate di emissioni di CO2 legate all'energia, il secondo più grande aumento nella storia – equivalente a quasi due terzi delle emissioni totali dell’UE secondo il Direttore Birol. Un aumento preoccupante proveniente soprattutto dall'uso crescente del carbone, che continua essere utilizzato su larga scala per generare elettricità. La necessità assoluta di vedere sforzi congiunti maggiori è evidente, ed iniziative come quella di Biden sono quindi importanti. L’incontro tra la politica climatica e altre aree di policy – commercio, sicurezza, tecnologia, concorrenza industriale – obbliga a maggior ragione il Presidente ad ampliare la collaborazione internazionale, anche per raggiungere i propri obiettivi interni. La ritrovata diplomazia climatica statunitense ha già portato i suoi primi risultati in vista di Glasgow – ultima in ordine di tempo la dichiarazione congiunta USA-Cina sul clima dopo l’incontro tra Kerry e Zhenhua. Regno Unito e Italia, organizzatori della COP26, cercano intanto di tracciare la strada anche attraverso il G7 e il G20 e mantenere alta l’ambizione sugli obiettivi e la green recovery. In questo senso si inseriscono anche il sostenuto piano di riduzione delle emissioni nell’UE (55% entro il 2030 rispetto al 1990) e l’ambizione del Regno Unito, che punta ad un calo del 78% entro il 2035.

 

L'autore: Margherita Bianchi

E' ricercatrice dell'Istituto Affari Internazionali (IAI).