Pannelli solari

Green deal europeo: quo vadis?

Perché la trasformazione energetica abbia successo, è cruciale promuovere la coesione e gli sforzi per l’autonomia strategica nel settore energetico e aumentare rapidamente gli investimenti pubblici e privati.

di Marc-Antoine Eyl-Mazzega
10 giugno 2021
22 min di lettura
di Marc-Antoine Eyl-Mazzega
10 giugno 2021
22 min di lettura

Questo articolo è tratto da WE-World Energy n. 48 – The New Order

A più di un anno dai primi lockdown in Europa e a quasi due anni dalle elezioni europee del maggio 2019, l’Unione europea si trova ad affrontare uno shock economico e sanitario che, pur in assenza di eventi di distruzione fisica, possiamo definire di proporzioni belliche. Nel complesso, l’UE si è dimostrata resiliente sia alla crisi pandemica sia ai negoziati commerciali per la Brexit, e ha promosso le proprie politiche energetiche e climatiche nonostante le tensioni senza precedenti che hanno investito le sue istituzioni e il concetto stesso di solidarietà europea. È in corso la creazione di un Fondo per la ripresa e la resilienza, ma la coesione economica dell’UE si trova ulteriormente indebolita dalla crisi. Perché la trasformazione energetica abbia successo, è cruciale promuovere la coesione e gli sforzi per l’autonomia strategica nel settore energetico e aumentare rapidamente gli investimenti pubblici e privati.

Due anni che hanno cambiato l’Europa e che possono cambiare il mondo

Alla vigilia delle elezioni europee di due anni fa, chi mai avrebbe scommesso che Germania, Polonia e Repubblica Ceca avrebbero aderito all’obiettivo UE per la neutralità carbonica entro il 2050, che si sarebbe potuto raggiungere un accordo per portare al -55 percento l’obiettivo del -40 percento entro il 2030, e che la Commissione europea (CE) avrebbe mobilitato oltre 300 miliardi di euro in sovvenzioni, attingendo ai suoi mercati finanziari, da spendersi dagli stati membri nel periodo 2021-2023? Il Green Deal è sopravvissuto alla pandemia e in gioco ci sono cambiamenti storici e senza precedenti a livello di ambizioni, velocità, dimensioni, mobilitazione e sostegno alle policy: si tratta non solo di un nuovo programma di crescita sostenibile volto a combattere tutte le forme di degrado ambientale, climatico e sanitario, ma anche di una vera e propria roadmap per gli investimenti della strategia di ripresa europea, cui si accompagna la trasformazione digitale. E chi avrebbe potuto prevedere che le major europee dell’oil & gas si sarebbero unite alle utility e ad altri attori per aumentare in modo radicale gli investimenti in tecnologie a basse emissioni di carbonio? Questi significativi cambiamenti sono stati causati dalla pressione sociale, dalla crescente consapevolezza delle interazioni tra la crisi climatica e la crisi della biodiversità, il progresso tecnologico, dall’inverdimento della finanza e dalle élite politiche che hanno iniziato a mostrarsi all’altezza delle sfide da affrontare. Come segno del cambiamento dei tempi, grazie alla severa regolamentazione dell’UE, i veicoli elettrici hanno conquistato nel 2020 una quota di mercato del 10 percento, con una forte crescita delle vendite in un mercato automobilistico che, quell’anno, era decisamente cupo. Infine, ma non da ultimo, proprio quando il quadro della governance climatica globale sembrava in stallo, sul mondo è calato il lockdown. Si è dovuto posticipare la COP26, e solo una minoranza di paesi ha rispettato l’obbligo di presentare una revisione degli impegni sul clima per il 2030. Le emissioni sono improvvisamente calate, ma i primi segnali di ripresa della Cina sono stati seguiti da un’impennata della domanda di carbone, con il conseguente timore di una nuova impennata delle emissioni a seguito della ripresa economica. La World Trade Organization (WTO) era bloccata, e dopo decenni le tensioni tra Stati Uniti e Cina toccavano un nuovo apice, ricacciando ai margini le questioni climatiche. Nel 2021 la governance climatica globale assume una nuova luce: Cina, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito e UE adottano in particolare l’obiettivo della neutralità carbonica e climatica entro il 2050-60. Vi è anche l’attesa che Canada e Australia aumentino le proprie ambizioni a medio termine, insieme con gli Stati Uniti, che presenteranno un nuovo contributo determinato a livello nazionale (NDC) al vertice sul clima del 22 aprile 2021. Questi sviluppi richiedono un reality check: il Green Deal europeo è davvero sulla strada del successo? Quali sono le condizioni per la sua riuscita, e quali i principali ostacoli? E come deve posizionarsi l’UE nella governance climatica globale e rispetto alla rivalità tra Stati Uniti e Cina?

Il successo finale dell’UE dipenderà dalla capacità di promuovere la coesione interna

Gli stati membri hanno mix energetici ed elettrici, risorse naturali e strutture economiche molto diversi: non c’è una via unica verso la neutralità climatica. Ogni Stato membro deve scegliere la propria via, badando a che sia efficace e non ostacoli gli sforzi degli altri paesi, e le policy dovranno naturalmente essere strettamente coordinate per assicurare l’efficacia in termini di costi. C’è poi il grande schema della sequenza di attuazione: innanzitutto la decarbonizzazione del settore elettrico, perché sarà necessario portare l’elettrificazione dal 25 percento degli attuali utilizzi finali fino a ben oltre il 50 percento. Segue l’obiettivo intermedio del settore dei trasporti: nel decennio del 2020 si potranno fare progressi importanti nei segmenti stradale e ferroviario, parallelamente all’integrazione degli e-fuel (combustibili liquidi o gassosi, di origine sintetica) nell’aviazione, anche se sarà inevitabilmente più dispendioso. Anche l’industria, l’agricoltura e il settore residenziale dovranno fare la loro parte, non si può aspettare oltre, e la transizione sarà decisamente lunga e difficile. L’efficienza energetica è ormai giustamente vista come il pilastro centrale della trasformazione (un’ondata di ristrutturazioni per oltre 300 milioni di edifici), ma bisogna ancora affrontare gli ostacoli pratici e finanziari, e la forte riduzione dei consumi, pur necessaria, rimarrà incerta in assenza di cambiamenti comportamentali profondi.

A oggi, un altro punto debole del percorso verso la neutralità carbonica è la decarbonizzazione dell’industria e dell’agricoltura. Gli stati membri devono saper individuare e adottare le tecnologie necessarie; si deve inoltre riconoscere la necessità di sforzi di entità diversa in base alle situazioni delle singole nazioni, con alcuni paesi che devono muoversi più velocemente, e altri che hanno bisogno di più tempo perché devono affrontare la riduzione di emissioni molto più alte e sfide maggiori in termini di accettazione sociale e cambiamento strutturale, oppure hanno un minor potenziale di produzione di energia a basse emissioni di carbonio a costi accessibili (idroelettrico, eolico offshore). L’obiettivo ultimo è raggiungere lo zero netto, dando la possibilità ad alcuni singoli stati membri di conseguire la neutralità con un lieve ritardo da compensarsi con l’offset di altri paesi. Ciò che conta è che la Commissione europea contribuisca a concordare regole per la condivisione degli oneri e la sequenza della transizione, e che ci siano un coordinamento e un dimensionamento sufficienti a ottimizzare i costi complessivi del sistema. Tutto questo impone: 

  • la definizione di un supporto finanziario e normativo per le tecnologie necessarie e i settori che realmente ne hanno bisogno, in considerazione del percorso scelto e della concorrenza esterna;
  • l’innesco del giusto livello di investimenti in tecnologie a basse emissioni di carbonio, con sussidi pubblici e una regolamentazione costruttiva;
  • a certezza che si possano mobilitare risorse finanziarie per gli investimenti e che vi sia una ridistribuzione ottimale di costi e benefici tra stati, regioni, settori e cittadini.

I problemi qui sono molteplici: diversi stati membri temono che la parità di condizioni vada a vantaggio del nucleare e insistono sul fatto che i rifiuti del nucleare, nonostante le basse emissioni di carbonio, sono in conflitto con il principio del non nuocere, e mirano a imporre poco a poco al resto d’Europa le proprie soluzioni basate sulle energie rinnovabili. Altri stati membri ritengono di dover protrarre il proprio ricorso al gas naturale e che questo possa ridurre i costi del sistema, mentre altri vogliono eliminare il gas insieme al carbone e optano per soluzioni all-electric. Questi problemi si rispecchiano nelle controversie sulla tassonomia e i relativi atti delegati, e l’Europa non deve porsi in contrasto con il resto del mondo, né sul nucleare né sul gas. Inoltre, la tassonomia deve sostenere le industrie in transizione che cercano di migliorare la propria operatività, anche quando questo implica un inizio non completamente verde. Naturalmente l’allineamento dei criteri e delle condizioni delle diverse policy e dei diversi strumenti pone sfide importanti, come anche le emergenze climatiche e ambientali, ma il punto è che la transizione non può distruggere i posti di lavoro e l’industria, né può alterare gli equilibri sociali, economici e di coesione politica tra gli stati membri. Diversamente, sarà un fallimento completo.

L’idrogeno dovrà andare a complemento dell’elettrificazione, non sostituirla; il suo roll-out necessiterà di finanziamenti pubblici, ma dovrà essere attentamente adattato alle reali esigenze di efficientamento: prioritari dovranno essere la produzione e gli utilizzi ad alta intensità di carbonio attualmente in essere, i carburanti per l’aviazione, i settori industriali e, infine, l’ammoniaca per il settore petrolchimico e il segmento marittimo. Per una produzione di idrogeno competitiva e su larga scala si dovranno impiegare tutti i combustibili, perché l’elettricità rinnovabile e l’acqua potrebbero realmente scarseggiare, e le perdite di efficienza e le necessità logistiche implicano costi più alti. In generale, mentre gli stakeholder discutono del giusto equilibrio tra elettroni e molecole, non va sottovalutato il ritmo del cambiamento nei modelli di domanda dell’elettricità in conseguenza all’elettrificazione dei trasporti e alla digitalizzazione delle economie. Cercare di decarbonizzare senza il nucleare, o eliminando il gas dalla produzione di energia in modo troppo repentino man mano che accelera la penetrazione delle energie rinnovabili, oppure pianificando importazioni di idrogeno dell’ordine di centinaia di terawattora, sono strategie discutibili, se non addirittura irresponsabili.

A seguito delle crisi emergono sfide strutturali all’accelerazione della transizione: diversi stati membri devono far fronte a livelli di debito pubblico sempre più alti con una ridotta disponibilità di bilancio, soprattutto a fronte dell’aumento dei tassi di interesse; milioni di europei sono più poveri e in condizioni di difficoltà sociale; i fondi per la ripresa potrebbero non essere utilizzati per la reale accelerazione della transizione, bensì per colmare le lacune di bilancio; infine, potrebbe non emergere alcuna nuova e solida catena del valore transfrontaliera. Sono davvero troppo poche le informazioni disponibili sui piani dei vari stati membri, e spesso tardano ad arrivare. Inoltre, i governi, per quanto impazienti di ricevere le sovvenzioni, non sono così disposti a sottoscrivere prestiti. L’allocazione del Recovery Fund sarà subordinata allo stanziamento di almeno il 37 percento dei fondi in progetti sostenibili e investimenti digitali. La Commissione europea dovrà inoltre dimostrarsi efficace nel garantire il corretto utilizzo dei fondi per la ripresa, mentre spetterà agli stati membri l’onere di proporre investimenti e piani di riforma credibili. Il rischio è che lo spending sia troppo lento, insufficiente e disomogeneo, situazione che sarebbe d’ostacolo alla necessaria spinta tecnologica e significherebbe lasciarsi sfuggire l’occasione per una rinascita industriale e una maggior convergenza economica.

Strumento utile ed efficace sarebbe un organo consultivo indipendente per l’energia e il clima che valutasse le politiche europee e degli stati membri, in particolare se procedesse con un approccio più sistematico alla valutazione dei costi di riduzione della CO2 delle diverse opzioni. Fondamentale è anche la coesione tra regioni, territori e città. Questi sono i punti ciechi del Green Deal, e si tratta di questioni cruciali, ma mancano fondi e risorse, mentre il Fondo per una una Just Transition rappresenta un approccio nuovo che risponde alla sentita necessità di evitare che intere regioni restino ulteriormente indietro. Saranno essenziali l’istruzione e la formazione, che richiedono dialogo e adeguamento costanti a tutti i livelli, per dare alle persone le giuste competenze per il nostro domani. Infine, il Green Deal dovrà dare risultati sul fronte del lavoro: serve creare posti di lavoro più duraturi, qualificati e attrattivi, ovunque e non solo in alcune regioni. 

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Green deal europeo

Fondamentali industrializzazione e autonomia dei sistemi energetici e digitali

Le crisi hanno evidenziato il ruolo della resilienza delle catene del valore e l’importanza, per le aziende europee, di avere il controllo delle componenti critiche delle catene del valore per le tecnologie, attuali e future, che determinano e determineranno la sovranità economica e politica dell’Europa. Centrali in questo sforzo sono le politiche industriali per le soluzioni e le tecnologie a basse emissioni di carbonio. L’UE ha giustamente sviluppato lo strumento Progetti importanti di interesse comune europeo (IPCEI, Important Projects of Common European Interest) e si sta mobilitando per le celle delle batterie con la European Battery Alliance, e sempre di più su riciclo e attività estrattive, e ora anche per gli elettrolizzatori.

Horizon Europe e il Fondo per la modernizzazione, per esempio, sono stati rafforzati, e potrebbero introdursi riforme al patto di stabilità. Si è giustamente sottolineata la necessità di coniugare trasformazione digitale e transizione energetica con iniziative su data center, calcolatori quantici, spazio e intelligenza artificiale. Le economie avanzate si trasformeranno sfruttando l’intelligenza artificiale, i dati, i sistemi intelligenti e la robotizzazione. Serve ora maggiore attenzione alla diffusione e all’incremento di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS, Carbon Capture and Storage), edifici digitali, sistemi di raffrescamento ad alta efficienza (autonomi e centralizzati), reattori nucleari modulari di piccole dimensioni, nuove celle fotovoltaiche ad alta efficienza, di tutte le principali attrezzature per le batterie a rete elettrica, le attività estrattive europee, la raffinazione e riciclaggio delle batterie e dei sistemi eolici offshore. Servono innovazioni importanti e maggiori sforzi di espansione e ampliamento nel campo dello stoccaggio dell’elettricità, del riciclaggio, dei semiconduttori e delle celle delle batterie allo stato solido. L’UE deve assolutamente concentrarsi su una progettazione di mercato che inneschi investimenti delle dimensioni necessarie: investimenti doppi nel solo settore energetico e tripli nell’efficienza energetica, per non parlare dell’industria! Questo richiede una linea d’azione intelligente: la regolamentazione può portare risultati rapidi, ma il prezzo ombra del carbonio varia, e un prezzo del carbonio eccessivamente alto rischia di far deragliare l’economia.

La decarbonizzazione delle industrie esistenti sarà dispendiosa e ardua. L’Europa ha bisogno in particolare di industrie siderurgiche, cementizie e petrolchimiche robuste, e l’esternalizzazione delle emissioni sarebbe del tutto incoerente con le ambizioni climatiche dell’Europa. Il sostegno deve provenire da obiettivi chiari e prevedibili, da un’adeguata regolamentazione della progettazione ecocompatibile, da un sostegno finanziario e una tassazione intelligenti e coordinati. Il meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera può proteggere queste industrie dalla concorrenza sleale (a condizione di un graduale annullamento dell’assegnazione gratuita di quote di carbonio, una vera sfida per gli esportatori), può contribuire a ricostituire il bilancio della CE e contribuire ai finanziamenti internazionali per il clima. Se non dovesse funzionare, servirà un piano B basato su standard di progettazione ecocompatibile più rigorosi per i prodotti ad alta intensità di emissioni, con imposte sui consumi abbinate a certificazioni ambientali e sociali, e sovvenzioni più dirette o prestiti preferenziali alle aziende esposte alla concorrenza internazionale che investono sulla decarbonizzazione. Nel complesso, la competitività dell’UE deve incentrarsi sull’impronta di carbonio, sull’impronta ambientale e su norme rigorose.

Navigare nella tempesta della rivalità tra Stati Uniti e Cina

Le molteplici crisi hanno anche portato la rivalità tra Stati Uniti e Cina ad assumere un carattere sistemico. Con Cina e Stati Uniti che s’impegnano a una decarbonizzazione profonda e usano per essa anche i fondi per la ripresa, si rafforzerà anche la corsa alla tecnologia e s’inasprirà la competizione su standard, mercati e innovazione. Coesione interna e strategicità dell’azione saranno essenziali per l’UE, per avere voce in capitolo e preservare i propri interessi, che andranno definiti con chiarezza: assicurare che lo sforzo di accelerazione dell’UE non apra la via a nuove vulnerabilità, proteggere le imprese e i posti di lavoro europei da azioni e pratiche sleali, aiutare le imprese negli investimenti e nello sviluppo delle tecnologie necessari, sia in Europa sia all’estero, e aumentare gli sforzi di decarbonizzazione globale e di protezione della biodiversità a tutela del pianeta.

La concorrenza da parte della Cina s’intensificherà, in particolare nell’ambito delle tecnologie e soluzioni per la mobilità a basse emissioni di carbonio, nel nucleare, nell’eolico offshore, le città intelligenti e sostenibili, e su tutto quanto riguarda l’Internet delle cose e l’intelligenza artificiale. La Cina cercherà prevedibilmente anche di ottenere maggior vantaggio e di fare maggior leva sulla propria posizione, che è forte, quando non dominante, su molti dei metalli critici e delle terre rare, e il 14° piano quinquennale conferma la grande determinazione del paese all’autosufficienza. Per gli Stati Uniti, la concorrenza sarà particolarmente dura nel campo dei dati industriali, dello stoccaggio dell’elettricità, della mobilità pulita e del nucleare, in particolare in associazione con l’idrogeno, nel campo CCS e soprattutto nel contesto del pacchetto infrastrutturale e dell’ampio sostegno federale alle industrie strategiche.

L’UE deve essere attiva e utilizzare commercio, diplomazia e aiuti allo sviluppo per la promozione di un’agenda di governance energetica e climatica globale orientata ai risultati. Questo richiede:

  • maggiori impegni in termini di contributi determinati a livello nazionale (NDC) da parte delle principali economie, in particolare Cina, Stati Uniti, Corea del Sud, Giappone, Australia;
  • un’iniziativa importante per la sobrietà nell’uso e il riciclaggio della plastica, con azioni per la riduzione dell’impronta di carbonio degli attuali utilizzi di idrogeno e ammoniaca, sviluppabile nell’ambito del G20;
  • la promozione degli sforzi del G20 per gli elettrodomestici energeticamente efficienti e le relative norme, in tutto il mondo, e per la graduale ma definitiva eliminazione, a dieci anni dal vertice di Pittsburgh, delle sovvenzioni ai combustibili fossili; 
  • l’armonizzazione della finanza verde, in particolare ulteriori disclosure finanziarie, tassonomie, norme sulle obbligazioni verdi, misure di contrasto al greenwashing;
  • la celere attuazione del meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera per le industrie dell’acciaio, del cemento, dell’elettricità, dei fertilizzanti e dell’alluminio, assicurando al contempo la piena conformità con la WTO e un forte coordinamento con i partner commerciali;
  • di fermare la pianificazione e progettazione di nuove centrali elettriche a carbone, di porre immediatamente fine al finanziamento delle centrali a carbone, chiudere le centrali a carbone obsolete di Cina, Stati Uniti, Giappone, Corea e Australia, e accelerare l’eliminazione graduale del carbone in Germania;
  • aumentare i finanziamenti per l’adattamento diretti alle economie emergenti esposte ai cambiamenti climatici;
  • la creazione, in seno alle Nazioni Unite, di un osservatorio sui cambiamenti, i rischi e le minacce legati al clima, con un meccanismo di allerta e una forza di reazione;
  • la ricerca del giusto equilibrio tra industrializzazione e protezione da pratiche sleali, con necessità di mercati e scambi aperti e trasparenti;
  • il coinvolgimento delle nazioni dell’Africa subsahariana in un partenariato per l’accesso all’energia sostenibile, con più condizionalità ma anche con misure di supporto e risorse più personalizzate, per aumentare gli investimenti in reti, sistemi intelligenti, sistemi ibridi e infrastrutture resilienti;
  • di guidare gli sforzi globali per aiutare le megalopoli, soffocanti, a diventare più sostenibili e resilienti.

 

L'autore: Marc-Antoine Eyl-Mazzega

Esperto di politiche energetiche, è direttore del Center for Energy & Climate, IFRI.