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Fondi europei, elettrificazione e uscita dalla crisi

Urgono misure eccezionali per fronteggiare una condizione di portata storica. E proprio l’urgenza di spendere per far ripartire il tutto darà impulso alle politiche di decarbonizzazione.

di Davide Tabarelli
08 maggio 2020
4 min di lettura
diDavide Tabarelli
08 maggio 2020
4 min di lettura

La crisi del 2020, inutile dirlo, ha una portata storica, al limite del drammatico: mai una cosa del genere si era verificata nella storia, non solo quella moderna, con la globalizzazione che ha connesso tutto il pianeta in un unico sistema economico che soffre, allo stesso modo, del blocco delle attività. Nel mondo dell’energia questo emerge con maggiore chiarezza, in particolare con il petrolio, la linfa dell’economia, i cui consumi sono crollati del 30% nell’aprile 2020, causando una caduta dei prezzi a minimi record, addirittura negativi negli Stati Uniti, un fallimento del mercato che conferma l’eccezionalità del momento. Il calo della domanda di petrolio per il 2020 sarà dell’ordine del 10% nel migliore dei casi, contrazione che aiuta a porre la caduta del PIL mondiale verso un meno 5%, qualcosa come 8 mila miliardi - 8 trilioni - di dollari, più di tre volte l’intera economia dell’Italia. Mai in tempo di pace si è verificata una simile distruzione di ricchezza, e ciò spiega il forte impegno dei governi e delle organizzazioni internazionali a favore di iniezioni di capitali proporzionati alla gravità della crisi. 

Le misure europee

Per l’Europa, le prime decisioni importanti sono state prese il 24 aprile, con una serie di misure a cui si aggiungerà il Fondo Ripresa (Recovery Fund), che potrebbe portare il totale dei finanziamenti a 1.500 miliardi, pari a circa l’8% del Pil europeo, più o meno lo stesso ammontare della caduta dell’economia. Si tratta di un enorme flusso di denaro, che dovrà essere speso dagli europei in base alle regole che definirà la Commissione, a cui il Consiglio ha demandato tale responsabilità.  Nella prima pagina del sito web della Commissione compare il piano strategico per il suo mandato, basato su sei obiettivi strategici, e al primo posto c’è il Green Deal, o patto verde, quello che, già prima della crisi, dava maggiore lustro politico alle ambizioni europee. Oggi, anche se si volesse cambiare le priorità, non ci sarebbe tempo, e così il Green Deal diventa lo strumento, assieme ad altri, per guidare la spesa che dovrebbe far ripartire velocemente l’economia. Il percorso verso la transizione disegnato dal Green Deal non viene modificato e, anzi, assumerà nuovo vigore grazie all’urgenza degli investimenti. Alcuni punti fermi sono ben chiari, del resto fissati in oltre trent’anni di politiche ambientali ed energetiche. 

Il futuro è anche nell’elettricità

L’elettrificazione è la parola chiave, una sorta di mantra per il futuro dell’energia, perché richiede enormi progetti per superare alcune limitazioni tecniche che stanno rallentando la crescita delle rinnovabili. I loro costi di produzione sono crollati, ma occorrono reti di trasporto più potenti dai luoghi di produzione, sempre più lontani dai centri di consumo. Gli impianti eolici o fotovoltaici, per sfruttare economie di scala, sono diventati più grandi e vengono visti negativamente da chi è costretto a viverci vicino. Il vento soffia con più potenza in mare, lontano dalle coste, dove, peraltro, non c’è opposizione da parte di abitanti, ma se si sceglie tale soluzione, le linee elettriche devono essere in corrente continua, costano di più quelle ora ampiamente usate in corrente alternata, e devono essere realizzate su grandi distanze. Più a valle, serve ammodernare le reti di distribuzione dell’elettricità ai consumatori finali, sia per fare entrare piccoli impianti di produzione, come impianti fotovoltaici sui tetti delle abitazioni, sia per far sì che la domanda possa essere aggiustata in tempo reale per rispondere alla forte variabilità originata proprio dalle rinnovabili intermittenti. L’elettricità è un elettrone che si muove alla velocità della luce e il problema di come stoccarla è tutt’altro che risolto. Occorre sviluppare nuove tecnologie per batterie di grande dimensione, che servono sia per accumulare l’elettricità quando c’è molto vento o sole, sia per dare maggiore stabilità alle reti, stabilità che si ridurrà proprio per l’intermittenza delle condizioni metereologiche. Il cambiamento climatico rimane intatto quale obiettivo dominante della politica, forse momentaneamente passato in secondo piano nell’emergenza da pandemia; tuttavia, paradossalmente, proprio l’urgenza di spendere per far ripartire il tutto darà maggiore impulso alle  politiche di decarbonizzazione.

 

L’autore: Davide Tabarelli

È presidente e cofondatore di Nomisma Energia, società indipendente di ricerca sull’energia e l’ambiente con sede a Bologna. Ha sempre lavorato come consulente per il settore energetico in Italia e all’estero, occupandosi di tutti i principali aspetti di questo mercato. Pubblica sulle principali riviste dedicate ai temi energetici.