Decarbonizzare i combustibili fossili

Decarbonizzare i combustibili fossili

È il primo passo per avviarci alla transizione energetica. Un primo traguardo realistico, a fronte di un mondo in forte difficoltà economica che deve trovare gli investimenti per un percorso low carbon globale.

di Ian Bremmer
30 aprile 2021
10 min di lettura
di Ian Bremmer
30 aprile 2021
10 min di lettura

La transizione energetica globale ha dovuto affrontare sfide ostiche già prima che il Covid-19 facesse precipitare il mondo intero in modalità di sopravvivenza. Per la decarbonizzazione a livello globale servono investimenti a lungo termine nell’ordine di migliaia di miliardi, da parte di governi, imprese e persino consumatori, per importi che l’attuale flessione economica globale rende dolorosi come non mai. Si consideri inoltre che i combustibili fossili ancora generano introiti fiscali importanti che contribuiscono al pareggio di bilancio e al finanziamento di programmi pubblici quali il welfare sociale e i sussidi di disoccupazione, assolutamente fondamentali al giorno d’oggi: i governi hanno così ancor più motivi per spingere la decarbonizzazione sempre più in fondo nell’elenco delle priorità. Nel frattempo, il mondo continua a bruciare.

Una lezione chiave della pandemia: il pragmatismo

La scienza è finalmente giunta a un punto che consente di iniziare a pianificare per il mondo un futuro basato sull’energia verde, ma i sistemi politici e socioeconomici restano ancora un passo indietro. In particolare, a essere indietro sono le democrazie, in cui gli elettori sono attenti più alle questioni che possono influenzare la loro vita personale sul breve termine e meno ai problemi a lungo termine che si ripercuotono in modo negativo sul mondo intero. È ora di essere onesti: obiettivi climatici ambiziosi come quelli stabiliti dall’Accordo di Parigi richiedono cambiamenti importanti nella vita personale di ciascuno di noi, cambiamenti che non è realistico vengano davvero attuati dai politici, che vogliono essere rieletti, come non è realistico aspettarsi da loro politiche pubbliche a lungo termine volte a promuovere tali cambiamenti. Una delle lezioni chiave dell’attuale pandemia è che dobbiamo essere pragmatici su ciò che i governi possono e non possono fare per fronteggiare le emergenze globali, e prevedere il più possibile i loro limiti per poterli superare. Il mondo deve pertanto iniziare a destinare molte più risorse non solo alle tecnologie senza carbonio quali il fotovoltaico e l’eolico, ma anche al miglioramento dell’efficienza dei combustibili fossili, che è inevitabile continuare a utilizzare almeno per qualche decennio ancora.  Non è certo questa la direzione indicata dagli investimenti entusiastici degli ultimi anni. Prima della pandemia, le strategie d’investimento su ambiente, sociale e governance (Environmental, Social e Governance, ESG) si erano concentrate sempre più sul disinvestimento dai combustibili fossili anziché sull’utilizzo strategico degli stessi. Alcuni investitori si sono completamente ritirati dalle compagnie oil & gas, dando un messaggio dei loro valori, mentre altri semplicemente non hanno ritenuto che il ridursi dei margini di profitto giustificasse un tale sforzo e tanto rischio. Negli ultimi anni sono aumentati gli investitori che hanno semplicemente ritirato le proprie partecipazioni dai combustibili fossili; il numero di investitori istituzionali che si è impegnato a disinvestire dai combustibili fossili è salito alle stelle tra il 2014 e il 2018, con gli asset in gestione passati da 52 miliardi a 6.000 miliardi di dollari. Per quanto lodevoli siano le loro intenzioni, in pratica non hanno fatto che complicare enormemente il quadro della transizione: che affamino di fondi le compagnie oil & gas non serve, serve invece che investano e facciano innovazione al massimo livello possibile, per la continua riduzione dell’impronta di carbonio dei combustibili fossili durante il concretizzarsi della transizione energetica. È un compito arduo, e il Covid-19 ha solo peggiorato le cose, con un calo previsto degli investimenti energetici del 18 per cento su base annua nel terzo trimestre del 2020, evento senza precedenti. In realtà, il calo degli investimenti energetici non può e non deve essere attribuito esclusivamente al Covid-19, né unicamente agli investitori attenti all’ambiente. Le compagnie oil & gas hanno proceduto a notevoli svalutazioni negli ultimi anni, segnale di come esse vedano davanti a sé un futuro meno redditizio, il che ha senso nel contesto di un mondo che ricerca attivamente la decarbonizzazione. La riduzione dei rendimenti garantiti, le oscillazioni selvagge dei prezzi di petrolio e gas e l’incertezza generale non solo dell’offerta ma anche della domanda, data l’imminente transizione energetica, hanno affievolito le prospettive economiche di queste società rispetto ai rendimenti degli ultimi decenni. E mentre tutte queste sfide strutturali persistono, la realtà è che ci sono ancora miliardi di profitti che le compagnie oil & gas possono realizzare, profitti che saranno ancor più a lungo termine se queste aziende incanaleranno gli investimenti in modo strategico e proattivo anche verso soluzioni energetiche più pulite. Che piaccia o no, le compagnie oil & gas sono un fattore fondamentale per dare soluzione al problema del cambiamento climatico, e perciò hanno bisogno del supporto degli investitori.

 Decarbonizzare i combustibili fossili
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L’urgenza della lotta mitigata da crisi sanitaria ed economica

Certo, il Covid-19 rende tutto molto complicato, e in vari modi. Le continue sfide che la pandemia pone sul fronte economico, come su quello sanitario, riducono inevitabilmente l’urgenza della lotta ai cambiamenti climatici agli occhi dei governi, delle imprese e anche dei consumatori delle democrazie industriali avanzate, in tutto il mondo. Ancor più preoccupante, tuttavia, è la situazione dei paesi a reddito medio-basso, in cui le difficoltà portate dalla pandemia raggiungono dimensioni sproporzionate. Sono le nazioni che hanno meno capacità sanitaria per affrontare la pandemia e meno denaro per procurarsi i vaccini necessari a uscirne; sono i paesi che, una volta passato il peggio, avranno meno risorse per stimolare la ripresa della propria economia. Per molte di queste nazioni, gli ulteriori costi aggiuntivi necessari a uno stimolo verde sono fuori discussione, nonostante negli ultimi mesi le emissioni siano tornate a livelli pre-pandemia. Nel complesso, vi saranno paesi a corto di liquidità che dovranno affrontare una grave crisi del debito, a causa del tumulto economico globale più che per loro colpa. Questi paesi non potranno scegliere di astenersi dall’usare i combustibili fossili economici.  Per essere utili oggi alla lotta ai cambiamenti climatici e per massimizzarne gli effetti sul lungo termine, gli investimenti ESG devono orientarsi anche a settori di difficile decarbonizzazione quali l’oil & gas, per renderli più efficienti, almeno finché i loro prodotti resteranno un’opzione relativamente economica per i consumatori, e almeno finché interi settori, quali il trasporto marittimo e l’aviazione, dovranno destreggiarsi con le difficoltà logistiche della transizione verso le fonti di combustibile rinnovabili. Diversamente, gli investitori perderanno milioni di potenziali profitti e non contribuiranno alla maggior efficienza della transizione energetica. È intuitivamente evidente il valore sul lungo termine della transizione alle risorse rinnovabili, ma questo passaggio pone anche forti vincoli sul breve e medio termine, in cui si produrranno ancora gravi danni ambientali. La transizione energetica non è la scelta netta tra due alternative, tra un’opzione e l’altra: è importante esserne consapevoli, non solo in termini finanziari ma anche in termini pratici, considerata l’attuale realtà politica ed economica. Negli ultimi anni, le compagnie oil & gas tradizionali hanno compiuto passi in avanti grazie ai propri investimenti ESG, ma il loro successo sarà probabilmente determinato da quanto altri interverranno a investire e a sostenere le iniziative ESG. Sono tanti e ancor più vari gli attori che devono assumere ruolo attivo: il successo della transizione energetica mondiale necessita di un quadro di policy multilaterale di vasta portata. Altrettanto fondamentali sono le policy interne dei vari paesi, per allineare gli interessi sociali a breve, medio e lungo termine con gli interessi di mercato, il tutto nel contesto dell'incombente minaccia dei cambiamenti climatici. Dopo quattro anni in cui l’amministrazione di Donald Trump ha ampiamente ignorato (per usare un eufemismo) le questioni legate ai cambiamenti climatici, con il presidente Joe Biden gli Stati Uniti possono finalmente dedicare al problema l’attenzione e le risorse che richiede. Il fatto che in materia di cambiamento climatico la maggiore economia del mondo remi nella stessa direzione degli altri paesi dà al mondo intero molte più possibilità di successo nella mitigazione dei peggiori tra gli effetti del riscaldamento globale. Sono molti i detrattori convinti che non si debbano sacrificare le questioni economiche a breve termine a favore di quelle ambientali a lungo termine, ma in realtà non c’è possibilità di scelta: se la transizione energetica in corso incontra degli scogli, le conseguenze hanno ripercussioni non solo sulle imprese del settore energetico e sui consumatori, ma anche sulle banche, visti i loro ingenti investimenti nel settore, e ciò si ripercuote a sua volta su tutto il resto dell’economia. In un mondo interconnesso come quello di oggi, i problemi di un settore dell’economia si riversano spesso sugli altri settori, ed è pertanto necessario che il coinvolgimento dei governi sia ora maggiore e più ampio del solito. 

Una forma di transizione ordinata e più lenta

Quanto sopra porta a concludere che bisogna aumentare gli sforzi (e gli investimenti) per la decarbonizzazione dei combustibili fossili. Questo era già difficile in circostanze normali, per quanto già vi si appuntassero gli entusiasmi degli ESG, ma è d’importanza cruciale ora che il mondo inizia il processo di ripresa dalla pandemia. Qualsiasi forma di transizione all’energia verde dovrà essere ordinata e più lenta di quanto dettato dalla scienza e di quanto consentito dalla tecnologia disponibile, data l’innegabile realtà dei forti costi sociali ed economici imposti dalla pandemia. Il Covid-19 ha reso complicata la transizione energetica globale; adesso è il momento di investire in modo strategico per rendere il viaggio verso l’energia verde il più agevole e pratico possibile, perché abbia successo e per assicurarci di arrivare al futuro energetico sostenibile che il mondo ci chiede.

L'autore: Ian Bremmer

Presidente di Eurasia Group e GZERO Media. È autore del volume “Us vs. Them: The Failure of Globalism”, un best seller del New York Times pubblicato in Italia con il titolo di “Noi contro loro. Il fallimento del globalismo” (Università Bocconi Editore, 2018).