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Un club del clima

In quanto responsabili della metà delle emissioni di gas serra del mondo, Unione europea, Stati Uniti e Cina hanno il dovere storico di porsi, insieme, alla guida della lotta al cambiamento climatico.

di Simone Tagliapietra e Guntram B. Wolff
22 giugno 2021
12 min di lettura
di Simone Tagliapietra e Guntram B. Wolff
22 giugno 2021
12 min di lettura

Questo articolo è tratto da WE-World Energy n. 48 – The New Order

Il cambiamento climatico è tra le questioni più urgenti del nostro tempo. La scienza è chiara: le attività antropiche hanno già causato un aumento della temperatura globale di 1 grado centigrado rispetto ai livelli preindustriali, con probabilità, se si manterranno i ritmi attuali, che salga a 1,5 gradi tra il 2030 e il 2050. Con l’Accordo di Parigi i governi si sono impegnati a tenere l’aumento della temperatura ben al di sotto di 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali, e a proseguire con gli sforzi per limitarlo a 1,5 gradi. Per mantenere il riscaldamento globale entro questo limite di maggior sicurezza è necessario ridurre rapidamente, entro il 2030 e a livello globale, le emissioni di gas a effetto serra (GHG, greenhouse gas) almeno del 45 percento rispetto ai livelli del 2010, e raggiungere lo zero netto entro il 2050, per poi passare a emissioni negative. In breve, è necessario accelerare le azioni di mitigazione del cambiamento climatico in modo sostanziale e in tutto il mondo, per escludere uno scenario climatico potenzialmente catastrofico.

In un articolo pubblicato di recente su Nature abbiamo proposto che si formi un club del clima per incentivare i paesi a una celere decarbonizzazione. Lo scopo è risolvere un problema fondamentale della politica climatica: il free-riding, che vede alcuni paesi sfruttare in modo opportunistico la riduzione delle emissioni attuata dalle altre nazioni. I costi di abbattimento delle emissioni ricadono infatti sulle singole nazioni, mentre la stabilità climatica va a beneficio di tutti i paesi. Un esempio è quello degli Stati Uniti, che sotto la presidenza di Trump sono usciti dall’Accordo di Parigi, definendolo iniquo. Serve una nuova strategia sul clima che ponga al centro il classico problema del free-riding. Riteniamo che il modello ideale per risolvere il free-riding e ridurre rapidamente le emissioni globali sia l’istituzione di un club del clima.

Un club del clima basato sull’adeguamento del carbonio alla frontiera

Secondo il nostro concetto, i membri del club per il clima dovrebbero impegnarsi a misure interne sul clima più forti e concordare l’introduzione coordinata di misure di adeguamento del carbonio alla frontiera, cioè imporre sul contenuto in gas serra delle importazioni un dazio paragonabile alle tasse sul carbonio previste per i beni di produzione nazionale. Non applicherebbero invece alcun adeguamento del carbonio alla frontiera per gli scambi commerciali tra i paesi membri del club, perché le economie partecipanti attuerebbero tutte misure di pari incisività per la riduzione delle emissioni, situazione che incentiverebbe la fedeltà all’accordo. All’esterno, i membri del club imporrebbero meccanismi di adeguamento del carbonio alla frontiera di natura analoga.

Un tale meccanismo condiviso farebbe da deterrente alle rilocalizzazioni industriali in paesi dalle politiche ambientali più permissive - il cosiddetto carbon leakage - e preserverebbe la competitività dei membri, incentivando inoltre altri paesi ad aderire al club, che diverrebbe così un catalizzatore per un’azione più incisiva a favore del clima, in tutto il mondo.

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Le attuali condizioni tecnologiche e politiche sono favorevoli

Il 2021 potrebbe offrire un’opportunità storica per l’istituzione del club del clima e per invertire il corso fallimentare dell’azione di contrasto ai cambiamenti climatici. Vi sono motivazioni legate alla tecnologia e agli sviluppi politici di USA, UE e Cina che rendono realistica, almeno per queste tre economie, la prospettiva di un club del clima. Per quanto riguarda l’ambito tecnologico, i costi delle tecnologie pulite si sono ridotti in modo sbalorditivo: nella maggior parte dei paesi, il fotovoltaico e l’eolico sono ormai i sistemi più economici per incrementare la generazione di energia elettrica, ed entro il 2025 potrebbero diventare la principale fonte di elettricità. Nell’ultimo decennio il costo dell’elettricità prodotta dall’eolico è sceso del 70 percento e i costi del fotovoltaico su scala industriale sono diminuiti del 90 percento. Riduzioni dei costi analoghe si stanno osservando anche nei veicoli elettrici, che ci si attende raggiungano - senza sovvenzioni - la parità dei costi iniziali con i veicoli a combustione interna entro la metà del decennio in corso. Questo sviluppo è reso possibile anche dai progressi della tecnologia delle batterie e dalla riduzione dei costi. Al contempo, aumenta lo slancio dell’idrogeno verde, che promette la decarbonizzazione di quelle parti del sistema energetico che l’elettricità non può raggiungere.

Vi sono stati sviluppi notevoli anche sul fronte politico. La Commissione europea sta già pianificando l’introduzione di misure di adeguamento del carbonio alla frontiera come pilastro centrale del Green Deal europeo. Con Trump alla presidenza, il timore dei responsabili delle decisioni politiche europee era che gli Stati Uniti considerassero una tale mossa come l’inizio di una guerra commerciale e procedessero, con le molte leve a loro disposizione, a rappresaglie contro l’Europa, impedendo così il realizzarsi dell’iniziativa, mentre ora con il presidente Biden c’è la possibilità di un vero dialogo. Di fatto, il Piano per il cambiamento climatico e la giustizia ambientale di Joe Biden promette l’introduzione di misure di adeguamento del carbonio alla frontiera sulle importazioni di merci ad alta intensità di carbonio provenienti da quei paesi che non adempiono i propri obblighi in materia di clima e ambiente.

Nell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del settembre 2020, il presidente cinese Xi Jinping si è impegnato alla neutralità carbonica della Cina entro il 2060. Questa storica promessa si è accompagnata all’appello, da parte dello stesso Xi Jinping, a una “rivoluzione verde” e a che le maggiori economie del mondo “forniscano più beni pubblici globali, si assumano le dovute responsabilità e si dimostrino all’altezza delle aspettative delle persone”. Con questi sviluppi politici, per la prima volta i tre blocchi che rappresentano la metà delle emissioni di gas serra del mondo sembrano condividere un’ambizione climatica comune. Riteniamo che un club del carbonio possa portare grandi vantaggi geopolitici a tutti e tre i blocchi. Joe Biden ha una visione chiara sulla Cina: gli Stati Uniti devono confrontarsi con la Cina su tecnologia, proprietà intellettuale e violazioni dei diritti umani, cercando al contempo di cooperare con Pechino sulle aree d’interesse comune, tra cui i cambiamenti climatici; il club del clima rientrerebbe quindi nella strategia allargata del nuovo presidente USA verso la Cina.

Nel frattempo, l’Europa si propone di collaborare con entrambi, Stati Uniti e Cina, per la definizione di una nuova agenda per il clima. Subito dopo l’elezione di Biden, l’Unione europea ha espresso la volontà di impegnarsi per il clima con gli USA, anche con l’introduzione congiunta di misure di adeguamento del carbonio alla frontiera. L’Europa sarebbe solo felice di avere a bordo anche la Cina, perché l’irrigidimento dello stallo tra Stati Uniti e Cina sarebbe solo dannoso per l’UE, ed è pertanto nel suo interesse geopolitico evitarlo.

Azioni congiunte per la mitigazione del cambiamento climatico

Nel nostro articolo su Nature indichiamo come sia opportuno che l’ambito d’azione del club del clima non si limiti all’introduzione congiunta di misure di aggiustamento del carbonio alla frontiera, bensì si estenda a un’ampia gamma di azioni da intraprendersi congiuntamente dai suoi membri, per lavorare su alcuni dei principali colli di bottiglia che il mondo si troverà a dover affrontare nel percorso verso la neutralità climatica. Un primo esempio è lo sviluppo congiunto di quelle tecnologie pulite che sono necessarie alla decarbonizzazione delle nostre economie ma si trovano ancora in fase iniziale, quali l’idrogeno verde e le batterie allo stato solido: se ne potrebbe accelerare notevolmente lo sviluppo sfruttando le sinergie internazionali e le economie di scala.

Un altro esempio è lo sviluppo congiunto di iniziative per la rimozione del carbonio dall’atmosfera, passo necessario per arrivare allo zero netto entro la metà del secolo e passare poi a emissioni nette negative. Per farlo ci sono sia soluzioni basate sulla natura sia soluzioni tecnologiche. Le soluzioni basate sulla natura consistono in particolare in imboschimento e rimboschimento, mentre quelle basate sulla tecnologia prevedono la cattura e lo stoccaggio del carbonio e soluzioni di geoingegneria quali la cattura diretta dell’aria. Nonostante siano d’importanza fondamentale per l’azione sul clima, attualmente queste soluzioni sono ancora poco considerate a causa della carenza di incentivi all’azione individuale: questa situazione rende essenziale la cooperazione internazionale sul campo. Il club del clima potrebbe innescare nuovi sforzi di imboschimento e rimboschimento e stimolare la ricerca e l’innovazione per soluzioni basate sulla tecnologia, a livello mondiale.

Un terzo esempio è la promozione congiunta di misure per il contenimento del disgelo del permafrost. A causa dell’aumento della temperatura globale, il disgelo del permafrost artico procede a una velocità senza precedenti, in contrasto con la gradualità prevista in passato dagli scienziati. Si tratta di un problema gravissimo per il cambiamento climatico, perché il permafrost è un enorme serbatoio di gas serra: il progressivo ammorbidirsi e il graduale cedimento del permafrost causano infatti il rilascio di materiali organici antichi - e di masse di gas serra – finora rimasti sottoterra, congelati, per millenni. Il permafrost a livello globale contiene fino a 1.600 gigaton di anidride carbonica: quasi il doppio della quantità attualmente presente nell’atmosfera. Questa situazione ha portato gli scienziati a dare l’allarme e a indicare l’urgente necessità di evitare il punto di non ritorno: raggiungerlo significherebbe infatti innescare un circolo vizioso in cui il riscaldamento globale aggraverebbe il rilascio di gas serra dal permafrost, che a loro volta andrebbero a peggiorare il riscaldamento globale. Il club del clima si adopererebbe per evitare il pericolo del punto di non ritorno climatico, mediante il finanziamento congiunto di misure atte a limitare con celerità il disgelo del permafrost, quali il ripristino delle praterie mediante riduzione dei boschi e aumento dei terreni a pascolo per greggi e mandrie. Si tratta di un bene comune globale, e come tale impone la cooperazione internazionale.

Concludendo, siamo attualmente nelle condizioni tecnologiche e politiche ideali per un nuovo club del clima i cui i membri s’impegnino a misure nazionali sul clima più incisive e concordino l’introduzione coordinata di misure di adeguamento del carbonio alla frontiera. Ciò consentirebbe di superare il classico problema del free-riding, che costituisce uno dei maggiori ostacoli alla decarbonizzazione globale. Il mondo ha finalmente la possibilità di invertire il corso fallimentare dell’azione di contrasto al cambiamento climatico. In quanto responsabili della metà delle emissioni di gas serra del mondo, Unione europea, Stati Uniti e Cina hanno il dovere storico di porsi alla guida della lotta al cambiamento climatico. Farlo con un club del clima sarebbe garanzia massima di successo.

Gli autori: Simone Tagliapietra e Guntram B. Wolff

Tagliapietra è research fellow presso il think tank politico ed economico Bruegel e docente di Politiche energetiche, climatiche e ambientali presso l’Università Cattolica e presso la Johns Hopkins University. 

Wolff è direttore del think tank Bruegel. I suoi principali ambiti di ricerca sono l’economia e la governance europee, la politica fiscale e monetariae la finanza globale.