cover-la-cina-apre-petrolio-e-gas-investimenti-stranieri.jpg

La Cina apre petrolio e gas agli investimenti stranieri

Nella nuova "negative list" diminuiscono le aree soggette a restrizioni. Pechino intende proseguire la riforma della sua economia.

di Alessandra Spalletta
25 luglio 2019
6 min di lettura
diAlessandra Spalletta
25 luglio 2019
6 min di lettura

La Cina sforbicia le restrizioni al mercato e apre il settore del petrolio e del gas: dal 30 luglio il governo allenterà i vincoli agli investimenti esteri nella manifattura avanzata, soprattutto nel settore estrattivo, nei trasporti e nell’intrattenimento. Lo hanno annunciato congiuntamente il ministero del Commercio e la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma (NDRC), con la pubblicazione, il 30 giugno scorso, della “Lista negativa 2019”. Si tratta di un documento annuale che illustra le aree dell’economia vietate all’ingresso dei capitali stranieri. Il nuovo catalogo risulta alleggerito del 20 per cento rispetto alle precedenti stesure, con la riduzione del numero dei settori soggetti a restrizioni da 48 a 40 (erano 180 del 2011). Un segnale che Pechino intende proseguire l’apertura e la riforma dell’economia, e accelerare i negoziati con Washington al fine di scongiurare la guerra commerciale tra le due maggiori economie del mondo. In particolare, il governo cinese ha rimosso l’obbligo per le compagnie straniere di avere un partner cinese nell’esplorazione di gas e di petrolio. Figurano tra i settori depennati dalla lista, oltre allo sfruttamento e allo sviluppo degli idrocarburi, la fornitura di gas naturale nelle città sopra i 500mila abitanti; l’esplorazione ed estrazione di minerali come il molibdeno, utilizzato per la produzione di leghe d’acciaio.  La lista, spiega il Centro Studi della Fondazione Italia Cina, si applica agli investimenti sia in tutto il Paese, sia nelle Free Trade Zone (le aree di libero scambio, da Shanghai a Chongqing) nei settori della pesca e dell’editoria. Si tratta di un cambiamento che va a sommarsi a un altro indirizzo di riforma: la revisione dell’elenco delle operazioni incoraggiate in Cina, soprattutto nelle aree meno sviluppate dell’Ovest. Con questo documento, il governo promuove anche gli investimenti nei settori altamente tecnologici, dal 5G alla robotica a veicoli elettrici, oltre al comparto farmaceutico e ai servizi. Ma il grado di apertura economica della Cina, scandisce la Fondazione, è ancora indietro rispetto alla media Ocse. Non mancano, inoltre, le perplessità delle compagnie straniere rispetto alla saturazione di alcuni comparti del mercato, come nel caso del cinema, pur soggetti a nuovi concessioni.

Modello Cina

Dopo l’approvazione, nel marzo scorso, della Nuova Legge sugli Investimenti Stranieri, che ha confermato l’atteggiamento positivo di Pechino nei confronti della globalizzazione, la Cina di Xi Jinping prosegue così nel cammino della riforma del modello economico, da industria basata sul basso valore aggiunto a leader delle tecnologie del futuro. Al contempo, la crescita sconta i contraccolpi della disputa tariffaria in corso con gli Stati Uniti. Il Pil nel secondo trimestre 2019 è rallentano al 6,2 per cento, ai minimi dal primo trimestre del 1992. I numeri diffusi dall'Ufficio Nazionale di Statistica, che hanno portato la crescita al 6,3 per cento nel primo semestre 2019, rientrano tuttavia negli obiettivi di crescita fissati dal governo tra il 6 per cento e il 6,5 per cento per l'anno in corso. Non mancano segnali di stabilizzazione dell'economia, comparsi nel mese di giugno, quando la produzione industriale è cresciuta del 6,3 per cento su base annua contro il 5 per cento di maggio. Le tensioni con gli Stati Uniti, dopo l’incontro a fine giugno tra il presidente cinese Xi Jinping e l’omologo statunitense Donald Trump, a margine del G20 a Osaka, sono di nuovo in fase di tregua e in attesa di una ripresa dei negoziati per risolvere la disputa sul commercio.

Un nuovo colosso oil&gas

Anche le riforma del mercato energetico, annunciata da Xi Jinping nel luglio del 2018, procede a passo spedito, con l’annuncio nel marzo scorso della creazione, entro il 2019, di una rete nazionale di pipeline. La nuova realtà, che nascerà dall’integrazione degli asset e del personale dei tre colossi degli idrocarburi, Sinopec, CNPC e CNOOC, sarà un ente statale ma vedrà coinvolti anche investitori privati. Un po’ di numeri. La Cina ha superato gli Stati Uniti come maggior importatore di petrolio al mondo: nel 2017, Pechino ha importato 8,4 milioni di barili al giorno, mentre gli Usa ne hanno acquistati 7,9 milioni, stando ai dati dell’EIA. Tra i fattori che hanno inciso sull’aumento dell’import, la nuova capacità di raffinazione e quella di stoccaggio, unitamente alla diminuzione della produzione domestica. La Cina si attesta come il quinto maggiore produttore di petrolio al mondo (dopo Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia e Canada), mentre nel 2016 era al secondo posto, dopo gli Usa, per consumi petroliferi, a quota 13 percento, spiega ancora l’agenzia del Dipartimento dell’Energia Usa. Secondo le previsioni, entro il 2030 le importazioni del Dragone equivarranno all’80 percento dei consumi totali.

A tutto gas

Anche la distribuzione del gas è un obiettivo centrale per gli investitori alla luce delle politiche favorevoli attuate dalle autorità cinesi, anche se l’apertura del settore “è un processo graduale a lungo termine e probabilmente non avrà un impatto significativo sull'industria nel breve termine poiché le compagnie petrolifere e del gas statali dominano il settore", ha detto all’agenzia Bloomberg Tian Miao, analista di Everbright Sun Hung Kai Co. Ltd. a Pechino.

Stando al rapporto “Gas 2019. Analisi e previsione al 2024” pubblicato il mese scorso dall’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), nel 2018 il volano di crescita della domanda diversificata di energia è stato il gas naturale, che è cresciuta del 4,6 per cento nel 2018, registrando così il dato di sviluppo annuale più elevato dal 2010. Il gas ha rappresentato quasi la metà dell’aumento della domanda complessiva di energia primaria a livello globale e si prevede che aumenterà di non meno del 10 per cento nei prossimi cinque anni, per raggiungere la cifra record 4.300 miliardi di metri cubi nel 2024. A sostenere questo aumento, soprattutto la domanda negli Stati Uniti, che stanno cercando di abbandonare il carbone verso il gas, soprattutto per limitare l’aumento delle emissioni di CO2.  Un contributo decisivo è arrivato anche dalla Cina, dove la domanda di gas naturale è cresciuta del 18 per cento. Seppure il carbone continuerà a essere la fonte energetica dominante, l’Agenzia prevede che la Cina, in prima linea per migliorare la qualità dell’aria, rappresenterà oltre il 40 per cento della crescita della domanda mondiale di gas fino al 2024. Non solo, ma nei prossimi cinque anni sarà proprio la regione dell’Asia-Pacifico a sostenere la domanda di gas, per il 60 per cento a livello globale.