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Un cambio di rotta per il clima

Il costo della decarbonizzazione a livello globale rientra ampiamente nei budget stanziati dai governi per la ripresa dalla pandemia. La nostra capacità di prevenire i cambiamenti climatici dipenderà da come saranno usati gli stimoli.

di Marina Andrijevic
13 luglio 2021
13 min di lettura
di Marina Andrijevic
13 luglio 2021
13 min di lettura

Questo articolo è tratto da WE-World Energy n. 48 – The New Order

Scienziati, esperti e decisori politici individuano numerosi parallelismi tra i cambiamenti climatici e l’epidemia da Co-vid-19, e chiedono a gran voce una ripresa economica verde per il post pandemia. La logica che anima questa visione gemellare delle due crisi è molto convincente: serve una migliore gestione del pianeta per scongiurare pandemie future. La creazione di opportunità di lavoro e la promozione dell’innovazione, entrambe tanto invocate, si possono realizzare con investimenti sulle tecnologie dell’energia pulita e su una ripresa rispettosa del clima, e tutto questo si riduce a un’unica verità: la natura della ripresa dalla pandemia sarà un fattore determinante per la nostra capacità di prevenire cambiamenti climatici pericolosi.

Quando i governi hanno iniziato a formulare impegni audaci contro gli effetti economici della pandemia, i miei colleghi e io di Climate Analytics ci siamo occupati di analizzare in profondità un particolare aspetto della pianificazione della ripresa, e siamo rimasti sbalorditi da un risultato derivante, di fatto, dalla comparazione di due numeri. Abbiamo messo a confronto i pacchetti di stimolo all’economia creati in risposta al Covid-19 con gli investimenti annui in energia a basse emissioni di carbonio necessari a mantenere il riscaldamento globale in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Nell’articolo “Covid-19 recovery funds dwarf clean energy investment needs”, pubblicato su Science nell’ottobre dello scorso anno, abbiamo dimostrato che la decarbonizzazione delle economie a livello globale rispetta ampiamente il budget stanziato dai governi per la ripresa.

La decarbonizzazione dell’energia è decisiva

Per mantenere a galla le loro economie e i loro mezzi di sussistenza, i governi devono dare priorità al sostegno del sistema sanitario e alla gestione delle scuole, oltre a garantire opportunità di lavoro; tuttavia, per spronare l’attività economica a una ripresa significativa servono investimenti che vadano oltre le necessità più urgenti. La nostra analisi si è concentrata sulla decarbonizzazione del settore dell’energia, che attualmente è responsabile di circa due terzi delle emissioni di gas a effetto serra dell’intera economia mondiale: il settore energetico è pertanto il fattore decisivo per gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Per mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto degli 1,5 - 2 gradi centigradi sono necessarie una forte riduzione dell’uso di combustibili fossili e una rapida transizione alle fonti rinnovabili a basse emissioni di carbonio, quali l’energia solare e quella eolica, oltre a migliorie all’efficienza energetica.

Nella nostra analisi abbiamo considerato in concreto come si possano allineare i fondi iniettati nella spina dorsale di ciascuna economia per la ripresa dal Covid-19 con azioni ambiziose di riduzione delle emissioni. Spetta ai governi il ruolo chiave per la mobilitazione degli investimenti privati, con incentivi incanalati in meccanismi di finanziamento pubblico ad hoc. Le misure di liquidità per le banche di sviluppo possono contribuire al sostegno proattivo degli investimenti a basse emissioni di carbonio, in particolare nei paesi in via di sviluppo, e così ridurre i rischi percepiti dagli investitori privati; possono sostenere policy, incentivi, sgravi e garanzie, e volgere il gioco a favore di un’attività economica alimentata dalle energie pulite.

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Uno stimolo economico senza precedenti

Quando abbiamo pubblicato il nostro articolo, i governi avevano già impegnato più di 12.000 miliardi di dollari americani a sostegno delle economie in difficoltà; da allora, le misure economiche hanno superato i 14.000 miliardi di dollari, e probabilmente aumenteranno ancora, non da ultimo grazie all’importante pacchetto atteso dalla nuova amministrazione statunitense. L’attuale stimolo globale è pari al 16 percento del PIL mondiale del 2019 (nel nostro articolo abbiamo preso il 2019 come anno di riferimento), ed è un multiplo abbondante di quello presentato all’indomani della crisi finanziaria mondiale del 2008-2009.

Abbiamo comparato questo importo senza precedenti con gli investimenti necessari a decarbonizzare il settore energetico globale in modo compatibile con l’Accordo di Parigi e con l’obiettivo degli 1,5 gradi centigradi. Secondo il nostro modello di stima, il totale degli investimenti nel settore energetico dovrebbe ammontare, a livello globale, a circa 1.400 miliardi di dollari americani l’anno tra il 2020 e il 2024, pari a circa il 10 percento dei pacchetti di stimolo. Ma questo è l’investimento aggregato globale nel settore energetico. Rispetto allo scenario di business-as-usual pre-Covid, gli investimenti aggiuntivi sulla trasformazione verde per l’allineamento con l’Accordo di Parigi sono di circa 300 miliardi l’anno, equivalenti a un mero 2 percento dello stimolo totale a oggi promesso e al 10 percento cumulativo per i prossimi cinque anni. Per mettere il mondo sulla buona strada verso gli obiettivi di Parigi servono non solo investimenti aggiuntivi, ma anche massicci disinvestimenti dai combustibili fossili. Nel contesto della ripresa, scardinare la dipendenza dalle fonti di energia inquinanti è importante quanto aumentare gli investimenti sulle energie rinnovabili. Per essere in linea con Parigi, all’aumento annuo di 300 miliardi di dollari sulle energie a basse emissioni di carbonio si deve affiancare una riduzione annua di 280 miliardi di dollari degli investimenti sui combustibili fossili. La differenza annua di 20 miliardi tra queste due stime - che è essenzialmente lo spostamento netto del totale degli investimenti sul sistema energetico dalle attuali proiezioni di policy verso il conseguimento dell’obiettivo degli 1,5 gradi centigradi dell’Accordo di Parigi - è inferiore allo 0,2 percento dell’attuale stimolo globale, ovvero, cumulativamente, all’1 percento nei prossimi cinque anni. 

Un passo importante verso l’obiettivo

Ciò non significa che si raggiungerà la completa decarbonizzazione dei sistemi energetici in cinque anni, ma significa che con questi investimenti annui l’economia globale compirebbe un passo importante e concreto verso il contenimento del cambiamento climatico. Un recente studio pubblicato su Nature lancia un altro forte avvertimento sugli attivi non recuperabili in caso di ritorno delle economie ai combustibili fossili, e al carbone in particolare, i cui prezzi sono diminuiti con il calo delle emissioni. I bassi prezzi dei combustibili fossili sono un’opportunità per eliminare i sussidi e attuare misure capaci di sostenere l’espansione delle energie rinnovabili. Per essere chiari: il cambiamento climatico non si risolve solo con la pulizia dei sistemi energetici, e ci si aspetta che non siano solo i governi a investire sulle energie a basse emissioni di carbonio. Le nostre comparazioni indicano comunque delle differenze negli ordini di grandezza, e mostrano che cosa si può fare se solo si prende la crisi sul serio.

A sei mesi dalla pubblicazione della nostra analisi, molte parti del mondo sono ancora in lockdown, e spesso anche al limite delle proprie capacità umane e infrastrutturali di far fronte alla pandemia, e vi è il rischio che i governi sostengano incondizionatamente le industrie dei combustibili fossili. Da allora, tuttavia, ci sono stati due importanti cambiamenti nel mondo: primo, si sono sviluppati vaccini efficaci contro il Covid-19, un raggio di speranza per una possibile fine della pandemia; secondo, gli americani hanno eletto presidente Joe Biden. Biden ha iniziato il proprio mandato emanando ordini esecutivi volti a portare sotto controllo il divampare della pandemia e a porre rimedio ai danni di Trump; i mercati stanno rispondendo alla prospettiva di normalità che le campagne vaccinali in atto in molti paesi lasciano intravvedere.

Nel frattempo, la crisi preesistente, destinata a sopravvivere alla pandemia, si sta semplicemente facendo più pronunciata. Il 2020 è stato, come il 2016, l’anno più caldo di sempre, molte parti del mondo sono state colpite da eventi meteorologici estremi quali tifoni, inondazioni, uragani, incendi, e ultimamente Europa e Nord America sono state interessate da temperature polari. Il calo delle emissioni causato dalle interruzioni delle attività dovute alla pandemia è stato probabilmente temporaneo e non avrà impatti sul lungo termine se la ripresa economica non si alimenterà di combustibili puliti.

Occhi puntati su USA e Cina

Il presidente Biden ha rianimato l’arena della politica climatica mondiale con il ritorno degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi e con l’istituzione di una potente delegazione, composta di veterani del clima e di esperti nuovi di zecca, che si unica alla leadership globale nella lotta contro il cambiamento climatico. Questi sviluppi sono ragione di (cauto) ottimismo, e il mondo seguirà da vicino il vertice sul clima della Casa Bianca del 22 aprile 2021, nella speranza che gli Stati Uniti annuncino un obiettivo di zero emissioni nette per il 2050.

Tutti gli occhi sono puntati sugli Stati Uniti, anche per la ripresa verde. Già durante la presidenza Trump il pacchetto di stimoli all’economia degli Stati Uniti era il più grande al mondo, in termini di singole nazioni, ma non conteneva provvedimenti per la ripresa verde. Il presidente Biden ha segnato un cambio di rotta, promettendo un generoso sostegno economico agli investimenti verdi già durante la sua campagna, e ora si prepara ad affrontare il Congresso per l’approvazione di un piano da oltre duemila miliardi di dollari per infrastrutture, trasporti e settore energetico, un pacchetto che consentirà di “affrontare la crisi climatica a testa alta”. Alcune delle maggiori economie come Cina, UE, Corea del Sud e Giappone hanno già annunciato i propri obiettivi a lungo termine per il conseguimento della neutralità del carbonio. Con l’impegno di un gran numero di paesi più piccoli, cui si attende si uniscano presto anche gli Stati Uniti, l’obiettivo delle zero netto andrà a coprire il 60 percento circa delle emissioni mondiali.

Anche i nerd del clima sono stati in qualche modo colti di sorpresa dall’impegno della Cina a raggiungere la neutralità del carbonio entro il 2060, e tuttavia l’ultimo monitoraggio della CO2 indica che le emissioni cinesi sono rimbalzate a livelli superiori rispetto all’era pre-pandemia. Questo ci ricorda chiaramente che, per quanto le ambizioni a lungo termine siano le benvenute, ad avere un ruolo fondamentale sono le azioni a breve termine dei governi. La mancanza di azioni ambiziose e il protrarsi della dipendenza dai combustibili fossili possono rende irraggiungibili gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Il recente rapporto di sintesi dell’UNFCCC è un severo promemoria circa l’inadeguatezza degli attuali obiettivi 2030. La solidità delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cina conta solo in parte per il successo dell’Accordo di Parigi. In vista della COP26, la pressione tra pari dei due maggiori responsabili delle emissioni mondiali sarà determinante per tradurre in pratica concreta gli obiettivi di Parigi: è ora che i due paesi lavorino insieme per consolidare i piani di ripresa dalla pandemia con un’azione climatica capace di raddoppiare la riduzione delle emissioni sul breve termine.

La cooperazione internazionale è indispensabile

Tale collaborazione dovrebbe poi estendersi, senza limitarsi ai maggiori responsabili delle emissioni. Nel nostro articolo abbiamo indicato forti disparità a livello regionale tra i paesi, sia nella capacità di affrontare la crisi del Covid-19, sia nel fabbisogno di investimenti su sistemi a energia pulita, soprattutto in termini di quote relative delle economie. Gli Stati Uniti e l’UE hanno impegnato i fondi maggiori per la ripresa post-pandemia, ma in proporzione, il loro fabbisogno di investimenti in energie a basse emissioni di carbonio, per l’allineamento all’Accordo di Parigi, è il più basso. Nel frattempo, le economie emergenti come l’India hanno predisposto meno fondi per la ripresa dalla pandemia, ma necessitano di investimenti proporzionalmente maggiori per decarbonizzare il proprio sistema energetico e dare alla popolazione un’energia affidabile, pulita e a prezzo conveniente.

Proprio come non si può domare la pandemia senza un’equa distribuzione dei vaccini anti-Covid a livello mondiale, non si può arrestare il cambiamento climatico senza cooperazione internazionale. Bisogna mobilitare meccanismi di cooperazione vecchi e nuovi a sostegno delle economie in via di sviluppo nella transizione alle energie a basse emissioni di carbonio, anche perché dopo il Covid, molti paesi avranno tante persone in più da sollevare dalla povertà. In ultima analisi, il nostro articolo evidenzia che il denaro non è un problema, ma una mentalità miope potrebbe esserlo.

L'autrice:

Marina Andrijevic fa parte del team di ricercatori di Climate Analytics. Le sue analisi applicano i metodi economici quantitativi ai problemi del cambiamento climatico.