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Asia futura

Le circostanze eccezionali del 2021 fanno sì che si possa dare il via a una serie di cambiamenti, a partire dai tavoli della conferenza di Glasgow, che supportino l’agenda per il clima.

di Margherita Bianchi e Lorenzo Colantoni - IAI
29 luglio 2021
11 min di lettura
di Margherita Bianchi e Lorenzo Colantoni - IAI
29 luglio 2021
11 min di lettura

La COP26 di Glasgow rappresenta un momento importante nella lotta al cambiamento climatico, l’occasione per definire le ultime regole dell’Accordo di Parigi dopo i lenti passi in avanti di questi anni, in un anno fitto di appuntamenti, dentro e fuori il quadro UNFCCC, rilevanti per le politiche ambientali. Una buona parte dei risultati di Glasgow dipenderà infatti dalla capacità degli stati di rilanciare le proprie economie con pacchetti di stimolo post-pandemico che supportino una trasformazione degli attuali modelli di sviluppo, l’adattamento delle infrastrutture necessarie alla transizione energetica e politiche industriali verdi. Se negli ultimi tempi l’Unione europea a guida Von der Leyen ha dato un’accelerata notevole nella lotta al cambiamento climatico con il Green Deal Europeo e dall’altra parte dell’Atlantico l’amministrazione Biden sta pian piano tentando di ricostruire la propria leadership climatica, le mosse del grande ed eterogeneo continente asiatico rimangono assolutamente cruciali e procedono a passi incerti. Nel 2020 la Cina e l’India da sole rappresentavano insieme il 36 percento delle emissioni globali. Si stima che la Cina genererà il 40 percento dell’aumento delle emissioni tra il 2020 e il 2052 in uno scenario business-as-usual, l’India il 15 percento – rendendo chiara la necessità di una netta svolta climatica dell’Asia – di raccordo con Ue e USA – tanto nel breve quanto nel medio e lungo termine.

I trend e le contraddizioni regionali

Il continente è al centro di tendenze demografiche, economiche, sociali, politiche ed energetiche che rendono una sua svolta sostenibile di primaria importanza per il futuro del pianeta. È la regione più popolosa al mondo, sia in termini assoluti che di densità, con una crescita ancora relativamente sostenuta (+0,92 percento tra 2019 e 2020 secondo l’ONU). Se da una parte questo aumento non raggiunge i livelli di altre regioni (l’Africa Sub Sahariana in particolare), si coniuga però – con le dovute differenze tra paesi – a un incremento diffuso del benessere, dei consumi e del PIL in generale (+3,7 percento tra 2018 e 2019 secondo la World Bank per Asia e Pacifico), che si traduce infine in un aumento della domanda di energia. Una crescita che si riflette anche sulle emissioni, aumentate costantemente nel continente (ad eccezione della breve pausa del primo quarto del 2020), il quale ospita alcuni tra i più “pesanti” emettitori al mondo in termini assoluti: in particolare la Cina, l’India, il Giappone e la Corea del Sud. Valori che, se confrontati con quelli pro capite in alcuni di questi paesi (ancora bassi) sottolineano il grande potenziale di crescita del consumo energetico nel futuro. Benché le energie rinnovabili siano ora l’opzione più economica per il maggiore fabbisogno energetico nella stragrande maggioranza dei paesi asiatici, la crescita delle emissioni è esacerbata dalla presenza di numerose centrali a carbone relativamente giovani, incluse alcune in costruzione – Cina, India, Indonesia, Giappone e Vietnam da soli pianificano la costruzione di 600 centrali a carbone nei prossimi venti anni, per il totale dell’80 percento della nuova capacità alimentata a combustibili solidi nel mondo, secondo le analisi di Carbon Tracker. Il carbone rappresenta inoltre un forte elemento di contraddizione tra i target domestici che molti in Asia stanno impostando e i flussi consistenti di investimenti esteri nella risorsa. Dal 2013, i finanziamenti pubblici di Cina, Giappone e Corea del Sud hanno rappresentato più del 95 percento del totale dei finanziamenti esteri per le centrali a carbone. Buoni segnali in questo senso sono già arrivati nel corso dell’anno: al Leaders Summit on Climate la Corea del Sud ha annunciato l’intenzione di fermare i finanziamenti statali di carbone all’estero; poco dopo il Giappone si è finalmente unito agli altri paesi del G7 per impegnarsi a porre fine al finanziamento internazionale del carbone entro il 2021. La pandemia sembra inoltre aver accelerato gli sforzi di lungo termine in senso positivo, in maniera simile a quanto successo negli Stati Uniti e, soprattutto, in Europa. Nel 2020 la già citata Corea del Sud ha lanciato un proprio Korean Green New Deal (parte di un più ampio Korean New Deal), proponendo un obiettivo di neutralità climatica per il 2050, simile a quello proposto dal Giappone nell’ambito del rilancio degli investimenti delle rinnovabili (focalizzato largamente sull’eolico, sulla scia del boom globale della risorsa, soprattutto offshore).

Mentre si aspettano ulteriori chiarimenti dai paesi asiatici rispetto ai Nationally Determined Contributions (NDCs) da presentare in vista della COP26, i pacchetti di stimolo preoccupano però per i pochi vincoli ambientali o per gli espliciti finanziamenti ai combustibili fossili; se il pacchetto indonesiano, ad esempio, rischia di promuovere ulteriormente la deforestazione spinta dall’agricoltura, il piano di ripresa indiano associa alla promozione dell’energia solare e alla riforestazione un investimento di 5,5 miliardi di dollari nel carbone. Tra tutti, è il caso della Cina a preoccupare di più: il supporto post pandemia alle sue industrie finora non ha introdotto molti vincoli verdi. Inoltre, l’incapacità del paese di frenare gli investimenti nei combustibili fossili in molte province, come ad esempio in Hebei, non aiuta certo il percorso verso la neutralità climatica entro il 2060, l’obiettivo annunciato da Xi Jinping nel settembre 2020. L’ atteggiamento è comunque in contrasto con il significativo coinvolgimento di molti di questi paesi nella transizione energetica: Pechino per esempio è da anni il primo investitore in rinnovabili al mondo (83 miliardi di dollari nel 2019 secondo le analisi UNEP/Bloomberg, quasi il doppio rispetto ai 55,5 miliardi degli Stati Uniti e ai 54,6 dell’Europa), oltre a essere il primo produttore per eolico e solare fotovoltaico. La fortissima esposizione agli eventi metereologici estremi, l’evidente impatto del cambiamento climatico negli ultimi anni e il rischio crescente per i decenni a venire si sono tradotti in una consapevolezza del rischio climatico generalmente superiore rispetto a quella del resto del mondo – un fatto dimostrato da numerose ricerche in particolare da parte di organizzazioni ONU come ILO e UNDP. Questa coscienza in alcuni paesi viene però bilanciata da una tendenza all’azione climatica in alcuni casi inferiore rispetto a quella europea e statunitense, dovuta sia alla forte percezione del trade-off tra crescita e sostenibilità, che all’immaturità dei movimenti ambientalisti, in molti paesi ancora non fortemente radicati – un problema che la Cina di Xi Jinping sta cercando di affrontare con la diffusione della visione eticofilosofica della “ecological civilisation”, ad esempio. Altri paesi invece, a causa degli sproporzionati effetti del riscaldamento globale, si sono fatti portavoce a livello globale di certi aspetti dei negoziati sul clima (si pensi per esempio al Bangladesh e alla battaglia, in seno alla COP26, sulle compensazioni per gli effetti irreversibili del cambiamento climatico, il cosiddetto “loss and damage”).

Per un'efficace azione multilaterale

La prossima COP26 richiederà uno sforzo notevole della comunità internazionale per fare progressi sui dettagli degli accordi di Parigi, rimasti irrisolti dalla precedente COP25 di Madrid, e su alcune tematiche care a molti stati asiatici (come la finanza climatica). Su molti fronti, i paesi del continente asiatico si presentano ai negoziati con posizioni di partenza e interessi eterogenei, a partire dallo spinoso tema dell’operazionalizzazione dell’Articolo 6 – visto da alcuni come una fonte di entrate per l’adattamento – o dalle tempistiche per la presentazione dei prossimi obiettivi nazionali. In vista dei maggiori impegni a lungo termini presentati in questi mesi dalla Cina alla Corea, passando per il Giappone, si pensa che alcuni paesi asiatici possano comunque essere più aperti a discutere questioni ancora sul tavolo, tra cui gli standard più elevati di trasparenza sull’azione climatica, solitamente una priorità per l’Ue e sempre più anche per gli USA dopo il ritorno negli Accordi di Parigi. Aldilà della posizione sui singoli dossier negoziali, un’azione di cooperazione climatica multilaterale di ampio raggio – ed in particolare trilaterale USA-Ue-Cina – diventerà cruciale per raggiungere gli obiettivi comuni di Parigi, anche se si intersecherà sempre più con gli interessi geo-economici dei singoli, in particolare il commercio e la tecnologia. Negli ultimi anni, la corsa allo sviluppo delle tecnologie verdi ha già dato avvio a una competizione tra potenze, che ha visto in particolare una rivalità tra Ue-USA da un lato e Cina dall’altro. Il dialogo climatico con Pechino sta comunque pian piano portando i suoi frutti nonostante tensioni su vari fronti spinosi – tra cui la repressione cinese sulla minoranza musulmana uigura. Il Segretario di Stato americano Blinken e l’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza dell’Ue Borrell hanno rivitalizzato il dialogo USA-Ue con la Cina, e l’invito della presidenza italiana del G20 a Cina e Stati Uniti di co-presiedere il gruppo di lavoro sulla finanza sostenibile è un ulteriore tentativo di stabilire basi più solide per questa cooperazione trilaterale. Un altro fattore comune nell’azione Ue e USA può essere identificato nel rinnovato interesse verso l’India: a maggio, l’Ue ha infatti siglato la India-EU Connectivity Partnership con un chiaro riferimento all’attuazione degli obiettivi dell’Agenda 2030 e dell’Accordo di Parigi. Inoltre, Washington ha evidenziato la necessità di collaborare con l’India nella corsa di New Delhi alle rinnovabili e alla decarbonizzazione del paese. Se già all’inizio del 2021 era stata sottolineata la necessità di incrementare la cooperazione climatica tra USA e India, ad aprile è stata poi annunciata la US-India Climate and Clean Energy Agenda 2030 Partnership che richiama esplicitamente gli impegni indiani ad installare 450 GW di energia rinnovabile entro il 2030. I punti di vista e le sfide intorno alle politiche climatiche e energetiche, sia prima che dopo la conferenza di Glasgow, sono molti e eterogenei nel grande continente asiatico; se è evidente che la COP non risolverà di per sé gran parte dei problemi e delle contraddizioni fuori e dentro il continente, le circostanze eccezionali del 2021 fanno sì che si possa dare il via una serie di fondamentali cambiamenti, anche sui tavoli della COP, che possano supportare la loro importante agenda climatica.

Gli autori: Margherita Bianchi e Lorenzo Colantoni

Margherita Bianchi è responsabile del programma "Energia,clima e risorse" all’Istituto Affari Internazionali (IAI). In precedenza ha lavorato presso il Parlamento europeo, nella Task Force della Presidenza italiana del G7 e presso UN Environment.

Lorenzo Colantoni è  ricercatore allo IAI, specializzato in energia ed ambiente, con un focus su Europa, Africa Sub Sahariana e Giappone, su cui lavora anche come giornalista.