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Arabia Saudita, un laboratorio di cambiamento

Nuove strategie per i petro-stati del Golfo: adattarsi ad un mondo in cui gli attuali assetti economici e politici non sono più sostenibili.

di Moisés Naím
05 aprile 2019
8 min di lettura
diMoisés Naím
05 aprile 2019
8 min di lettura

I paesi del Golfo sono laboratori in cui si sta cercando la risposta a uno dei problemi più dibattuti della nostra epoca: riusciranno i “petro-stati”, ovvero le nazioni che dipendono quasi esclusivamente dalla produzione e dall’esportazione di idrocarburi, a diversificare le proprie economie e a generare nuove fonti di reddito e crescita?

Con l’aumento delle pressioni sociali, politiche ed economiche per ridurre il consumo globale di idrocarburi, individuare e potenziare nuovi settori in grado di trainare l’economia è diventata una questione della massima urgenza per i paesi esportatori di petrolio.

L’“oro nero” non si limita a definire l’economia di un paese, ma ne determina anche molti tratti dell’ordinamento giuridico, delle politiche e persino della cultura. Nella congiuntura attuale, le opzioni che si presentano ai petro-stati sono profondamente legate a condizioni e decisioni precedenti, più di quanto non avvenga in genere in nazioni dalle economie maggiormente diversificate. L’influenza del passato nel determinare le opzioni a disposizione di un paese (o di un’azienda) è ciò che i sociologi definiscono “dipendenza dal percorso”, una patologia da cui i petro-stati sono particolarmente affetti. Riusciranno mai a deviare dalla traiettoria fin qui tracciata?

Le conseguenze non economiche della dipendenza dal petrolio

Finora, nessun petro-stato è riuscito a sviluppare in maniera significativa un settore economico alternativo a quello degli idrocarburi. Ciò si deve in parte al fatto che, laddove risulti coniugata a un sistema fragile di pesi e contrappesi democratici, la dipendenza economica dai proventi del petrolio produce politiche disfunzionali ed economie distorte: in poche parole, un petro-stato. Non altrettanto avviene necessariamente nei paesi dotati di istituzioni solide, di un ampio settore privato e di un governo efficiente. La Norvegia e gli Stati Uniti sono i classici esempi di paesi con un importante settore Oil&gas a non aver subito gli effetti disastrosi della cosiddetta “maledizione del petrolio”. Per altri, come la Nigeria o il Venezuela, la dipendenza dalle esportazioni di gas e petrolio genera una sorta di malattia autoimmune che alimenta disuguaglianza, corruzione e povertà croniche, compromettendo o paralizzando del tutto il sistema democratico. Nessun petro-stato è riuscito a canalizzare i proventi del petrolio a beneficio di una prosperità stabile per la maggioranza della propria popolazione. I leader politici, tuttavia, sono ben consapevoli della necessità di diversificare le rispettive economie: in effetti, tutti gli stati petroliferi hanno investito enormemente nello sviluppo di settori alternativi. Il problema è che pochi di questi investimenti risultano efficaci, soprattutto perché i tassi di cambio sopravvalutati ostacolano la crescita dell’agricoltura, dell’industria manifatturiera e del turismo, rendendo questi paesi meno competitivi sui mercati internazionali. Risentendo particolarmente della volatilità dei prezzi del petrolio, inoltre, i petro-stati sono sottoposti a cicli destabilizzanti di forte crescita economica e grave contrazione. Non sorprende, dunque, che in essi la lotta per il controllo e la distribuzione delle rendite petrolifere costituisca spesso il centro gravitazionale della vita politica.

Nei paesi in cui lo sfruttamento su larga scala di idrocarburi diventa l’attività economica dominante prima che si formino uno stato solido, istituzioni efficienti e un settore privato competitivo a livello internazionale si viene a creare un petro-stato disfunzionale, di cui, una volta instaurato, diventa pressoché impossibile sovvertire l’assetto politico ed economico.

L'Arabia Saudita e gli altri stati del Golfo

Negli anni Sessanta del XX secolo (e, grazie all’impennata dei prezzi causata dall’embargo petrolifero del 1973, soprattutto negli anni Settanta) gli stati arabi del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Kuwait, Oman e Qatar) erano tra le nazioni in più rapida crescita al mondo. Oggi, di fronte al rischio che i prezzi di petrolio e gas entrino in una nuova fase di debolezza cronica, questi paesi devono invece fare i conti con la possibilità di un calo permanente delle proprie entrate derivanti dagli idrocarburi. Molti analisti ritengono questa tendenza irreversibile: in un rapporto del 2018 per il Carnegie Endowment for International Peace, per esempio, Jihad Yazidi e colleghi avvertono che “il modello della rendita petrolifera e i suoi meccanismi di ridistribuzione (su cui sono nate e cresciute le economie dei paesi arabi) si sono sgretolati”.

Per far fronte a questo pericolo, gli stati del Golfo hanno annunciato piani ambiziosi per riformare le proprie economie e modernizzare le rispettive politiche e istituzioni. Quello saudita, denominato “Vision 2030”, è forse uno dei più audaci e completi: ciascuno dei sette programmi di cui si compone, infatti, delinea le misure che verranno adottate per promuovere ad esempio lo sviluppo industriale e finanziario, migliorare la qualità della vita, raggiungere saldi di bilancio stabili e sostenibili e incentivare gli investimenti pubblici. Si tratta, in sostanza, di un programma di trasformazione nazionale ardito e senza precedenti. Gli sforzi di diversificazione economica delineati nel piano saudita evidenziano la necessità di fornire una formazione specializzata alla popolazione, ampliare il ruolo dei giovani e delle donne come pure migliorare le condizioni di vita della popolazione straniera. Il piano prevede la privatizzazione di aziende di stato e servizi pubblici, il potenziamento del ruolo delle piccole e medie imprese e ciò che i suoi artefici definiscono la “saudizzazione” dei settori delle energie rinnovabili e delle attrezzature industriali, prefissando obiettivi specifici da raggiungere entro i prossimi due o tre decenni.

“Vision 2030” è un piano tanto necessario quanto audace, e dunque rischioso. Spesso, infatti, la realtà e gli imprevisti ostacolano, sviano o addirittura impediscono del tutto anche la realizzazione dei piani meglio concepiti. E questo caso non fa eccezione.

Anzi, la realtà ha già cominciato a interferire con i programmi sauditi. Per esempio, le autorità del Regno sono state costrette a rimandare l’offerta pubblica iniziale (IPO) della compagnia petrolifera di bandiera ARAMCO, un’operazione indispensabile per finanziare il piano. Di recente le donne saudite hanno acquisito il diritto di guidare, ma le capofila del movimento che ha portato a questo storico risultato sono state incarcerate. Questi eventi minano quella fiducia (sia interna sia sul piano internazionale) che è indispensabile per la riuscita del piano.

Dato il peso dell’Arabia Saudita sui mercati energetici e finanziari globali e il ruolo geopolitico che riveste in una regione estremamente instabile, il suo programma di riforme è quello più significativo, importante e in vista.

Ma ad affrontare sfide simili sono tutti i petro-stati del Golfo, che infatti hanno delineato a loro volta diversi piani per adattarsi a un mondo in cui i rispettivi assetti politici ed economici attuali non sono sostenibili. Perché i loro piani abbiano successo, tuttavia, anche questi paesi dovranno riuscire a superare ostacoli di non poca portata.

Il mondo intero seguirà questi esperimenti di trasformazione nazionale su larga scala con un misto di interesse e preoccupazione: il loro successo, infatti, è fondamentale, e non solo per i paesi che stanno tentando di adeguare i propri governi e le proprie società alle realtà del XXI secolo. Ciò che succede nel Golfo non resterà nel Golfo.

L'autore: Moisés Naím

Moisés Naím è senior associate del Carnegie Endowment for International Peace, in seno al quale si occupa di ricerca economica e di politica internazionale. È autore e curatore di oltre 10 libri, tra cui ultimamente "The End of Power: From Boardrooms to Battlefields and Churches to States, why being in charge isn’t what it used to be" (Basic Books, 2013). Naím è capo editorialista internazionale di El País, e la sua rubrica settimanale viene pubblicata in tutto il mondo. Prima di iniziare la collaborazione con il Carnegie Endowment, Naím è stato capo redattore della rivista Foreign Policy per quattordici anni. Ha ricoperto vari incarichi pubblici, tra cui quello di Ministro dello Sviluppo del Venezuela (Fomento) agli inizi degli anni ‘90, direttore della Banca Centrale del Venezuela e direttore esecutivo della Banca Mondiale. Ha inoltre insegnato economia e amministrazione aziendale ed è stato direttore accademico presso l’IESA, il maggiore istituto di studi di amministrazione del Venezuela. Possiede una laurea e un dottorato (PhD) conseguiti presso il Massachusetts Institute of Technology.