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Dalla tutela dell’ambiente alla space economy

Le immagini dallo Spazio ci mostrano un pianeta bellissimo e fragile, e ci dicono come proteggerlo con l’energia solare. E con le risorse della Luna.

di Luigia Ierace
28 aprile 2020
8 min di lettura
diLuigia Ierace
28 aprile 2020
8 min di lettura

Guardare lo spazio mentre lo spazio ci osserva. Così lontano eppure mai così straordinariamente vicino. Anche le distanze temporali si accorciano in questo tempo sospeso dalla pandemia da coronavirus. Sono passati 59 anni dalla conquista umana dello spazio: era il 12 aprile 1961 quando il cosmonauta sovietico Yuri Gagarin compì un’intera orbita intorno al pianeta: 108 minuti tra le stelle. L’ex Unione Sovietica batteva gli Stati Uniti, che nove anni dopo si riprenderanno la rivincita conquistando la Luna. Era il 20 luglio 1969 quando l’italo-americano Rocco Petrone diede il “go” ad Apollo 11 e portò l’uomo sulla Luna.

Siamo passati dai tempi della mera competizione a quelli della cooperazione. Il 13 aprile 2020, in Russia viene selezionato e premiato al Festival internazionale del film spaziale “Tsiolkovsky”, sostenuto dall’Agenzia spaziale russa, proprio il documentario “Luna italiana”, diretto da Marco Spagnoli e prodotto da Istituto Luce-Cinecittà ispirato alla storia di Rocco Petrone raccontata dal giornalista Renato Cantore
(leggi anche Cinquanta anni dopo lo sbarco sulla Luna). “Una storia come tante che descrive il genio e la passione di tantissimi italiani nel mondo”, ha ribadito Giorgio Saccoccia, il presidente dell’Agenzia spaziale italiana che ha sostenuto il progetto, in collaborazione con la Nasa, che ha portato alla realizzazione del documentario.

Dalla storia ai giorni nostri

Verso lo spazio e dallo spazio si continua a guardare al nostro pianeta. “È molto prezioso. È unico. Abbiamo bisogno di preservarlo non per noi stessi, ma per il genere umano futuro”, ha ricordato Luca Parmitano, partito il 20 luglio 2019 (proprio nel 50° anniversario dello sbarco sulla Luna) per la missione Esa “Beyond” (la seconda dopo quella del 2013 con la missione “Volare” dell’Asi). Parmitano è stato il primo astronauta italiano e il terzo europeo a ricoprire il ruolo di comandante della Stazione Spaziale Internazionale e, dopo 201 giorni trascorsi nello spazio, è tornato sulla terra il 6 febbraio 2020.

“È stata una missione molto speciale, ricca di risultati importanti per il nostro Paese e per l’Europa, un successo oltre ogni aspettativa – ha commentato il presidente dell’Asi, Saccoccia -. Parmitano è stato il primo italiano a comandare la Iss, a essere Eva (Extra Vehicular Activit) leader in tre delle quattro attività extra veicolari, che lo hanno visto protagonista di un lavoro inedito per la riattivazione dell’esperimento Ams-02 (Alpha Magnetic Spectrometer). Le attività della sua missione rappresentano un punto di svolta per capacità, leadership ed avanzamento delle conoscenze per la futura vita nello spazio”.

La Terra vista da lassù

Ma è un pianeta “fragile e bellissimo” quello che ha visto dallo spazio e ha poi avuto modo di raccontare in diverse occasioni lo stesso Parmitano. “Osservare la terra da lontano ci dà il senso di quanto sia interconnesso quello che noi facciamo sulla terra” e in periodo di pandemia, come quello che stiamo vivendo, ci fa sentire anche che proprio “quando c’è un grande obiettivo, la gente si unisce”. Una lezione importante quella dell’astronauta italiano, in un momento in cui si coglie ancor più la  “delicatezza del creato”, che va preservato “osservando la quarantena” e non solo dopo una missione spaziale, ma anche prima di cominciare un’avventura nello spazio.

E la sua bellezza possiamo coglierla tutti nelle immagini che ci ha restituito la missione Cosmo-SkyMed di Seconda Generazione (Csg). Un sistema satellitare di osservazione della Terra dell’Agenzia Spaziale Italiana e del Ministero della Difesa che è il fiore all’occhiello della tecnologia e dell’innovazione italiana nel mondo. I dati, che sono stati acquisiti e processati nel Centro Spaziale di Matera, forniscono straordinarie immagini del nostro Pianeta. E anche a un occhio non esperto non sfuggono le caratteristiche innovative e le possibilità di utilizzo del sistema per una vasta gamma di applicazioni. Immagini che permettono di distinguere acqua, alberi, coltivazioni, terreno brullo, ghiacciai, terreno coperto da neve e grazie a un’altissima risoluzione spaziale si ha anche una rappresentazione dettagliata di strutture antropiche molto complesse (ambienti urbani o industriali).

Lo Spazio aiuta l’ambiente

Insomma, l’osservazione della Terra dallo spazio assume un ruolo sempre più importante anche nello studio dell’ambiente, nel monitoraggio dei disastri naturali e in uno sfruttamento delle risorse naturali più razionale. E sono i dati satellitari a consentirci di monitorare non solo lo stato di salute nel nostro pianeta, ma anche l’andamento dei gas serra per capire dove si formano e come si disperdono nell’atmosfera. Dati sempre più precisi, nell’ambito del programma voluto dall’Esa, Climate Change Initiative, sono raccolti da quattro satelliti: Sentinel-5P del programma europeo Copernicus, Oco-2 della Nasa, TanSat della Cnsa e Gosat-2 della Jaxa. Quattro missioni in sinergia per caratterizzare le fonti di gas serra, naturali e connesse alle attività umane, su scala regionale e per analizzarne le variazioni stagionali, anno dopo anno. E poter disporre di un quadro più esaustivo sulle emissioni di metano prodotte da attività estrattive è importantissimo per sostenere le politiche di de-carbonizzazione messe in atto da varie nazioni.

Ma è sempre dallo spazio e, in particolare dalle osservazioni meteo, che arrivano importanti indicazioni per stimare in maniera più accurata la quantità di energia solare necessaria per far funzionare al meglio i pannelli solari o altri impianti simili sia di giorno che di notte e con una precisione affidabile. E questo, grazie a uno studio che propone un approccio innovativo per stimare le proprietà ottiche delle nubi utilizzando i dati satellitari. La ricerca, pubblicata su Renewable and Sustainable Energy, si basa sul metodo Scope (Spectral Cloud Optical Property Estimation). I ricercatori hanno isolato tra le diverse proprietà delle nubi la quantità di luce solare che raggiunge il nostro pianeta. Le nuvole sono essenzialmente masse di acqua condensata “galleggianti” nel cielo. L’acqua può assumere varie forme (goccioline liquide o cristalli di ghiaccio di varie dimensioni) che assorbono la luce in quantità diverse, influenzando la profondità ottica di una nube. Il metodo Scope stima simultaneamente lo spessore della nube, l’altezza della parte superiore e la profondità ottica applicando i dati raccolti dai satelliti Goes-R a un modello atmosferico. 

Sfruttare le risorse della Luna

Aerospazio e mondo dell’energia continuano ad intrecciarsi fornendo così utili informazioni in un’ottica di sostenibilità ambientale e di transizione energetica. E tutto questo mentre si guarda alla space economy, la nuova frontiera dell’economia oltre l’atmosfera terrestre. Motore di crescita economica, ma anche strumento di politica estera in un momento che il ritorno sulla Luna si fa più vicino. Il programma Artemis mira a riportare gli astronauti sulla Luna nel 2024 con l’obiettivo di una presenza umana permanente sulla sua superficie dal 2028. E le risorse lunari, soprattutto il ghiaccio d’acqua, di cui dovrebbero essere ricchi i crateri ai poli della Luna, sono importantissime per creare avamposti stabili sulla stessa Luna. E una missione propedeutica all’esplorazione di Marte, secondo i piani della Nasa, dovrebbe prendere il via negli anni Trenta.

Tutto questo riporta al centro il tema dello sfruttamento delle risorse della Luna e di altri corpi celesti. Torna così di grande interesse e attualità il Trattato sullo Spazio extra atmosferico firmato nel 1967 che consente l’utilizzo di tali risorse, ma vieta a quasi 100 cento Stati che l’hanno ratificato, di colonizzare i corpi celesti e utilizzarli per scopi militari. Ma l‘attenzione si sposta su un altro importante documento: il Trattato sulla Luna del 1979 che stabilisce che l’uso non scientifico delle risorse lunari sia regolato a livello internazionale. Trattato quest’ultimo, però, non ratificato dagli Stati Uniti, che hanno siglato solo quello del 1967. In sostanza, la Luna sarebbe un luogo aperto all’uso di tutti, anche a fini commerciali. Sarà il via all’estrazione mineraria anche sulla Luna? Gli Stati Uniti hanno dato in via libera. Nuovi delicati scenari si aprono.